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Giambattista Vico: Opere
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III: La Scienza Nuova Prima (1725)
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Principj di una Scienza Nuova
Libro Terzo. Princípi di questa scienza per la parte delle lingue

Libro Terzo. Princípi di questa scienza per la parte delle lingue

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[Introduzione]

[248] Per tali princípi finora meditati per la parte dell’idee si ha la filosofia e la storia del diritto del gener umano. Ora, per compiere l’altra parte di questa giurisprudenza del diritto naturale delle genti, per questi altri princípi si va a truovare la scienza di una lingua comune di cotal diritto a tutto il mondo dell’umana generazione.

Capo i
Nuovi princípi di mitologia e di etimologia.

[249] Μῦθος si diffinisce «narrazion vera», e pure restò a significare «favola», che è stata da tutti finor creduta «narrazion falsa». Λόγος si diffinisce «vero parlare», e volgarmente significa «origine» overo «istoria di voci»; e l’etimologie, quali ci sono pervenute finora, di assai poco soddisfano l’intendimento per le vere istorie dintorno all’origini delle cose da esse voci significate. Quindi, col meditarvi, si scuoprono altri princípi di mitologia e di etimologia, e si ritruovano le favole e i veri parlari significare una cosa stessa e essere stato il vocabolario delle prime nazioni.

[250] Perché la povertá de’ parlari fa naturalmente gli uomini sublimi nell’espressione, gravi nel concepire, acuti nel comprendere

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molto in brieve: le quali sono le tre piú belle virtú delle lingue. Qui si scuoprono i princípi della sublimitá de’ detti spartani, popolo per legge di Ligurgo proibito di saper di lettera; della brievitá e gravitá delle antiche leggi, come delleXII Tavole, scritte a’ romani ne’ loro tempi troppo ancor barbari; e dell’acutezza de’ riboboli fiorentini, tutti nati nel Mercato vecchio di Firenze ne’ tempi piú barbari dell’Italia, che fu il nono, decimo, undecimo e duodecimo secolo. Queste sono le tre virtú piú rilevanti della favella poetica: che innalzi e ingrandisca le fantasie; sia in brieve avvertita all’ultime circostanze che diffiniscono le cose; e trasporti le menti in cose lontanissime e con diletto le faccia come in un nastro vedere ligate con acconcezza.

[251] Dipoi la necessitá dello spiegarsi per comunicare le sue idee con altrui e, per inopia di parlari, lo spirito tutto impiegato a pensare di spiegarsi, fa i mutoli naturalmente ingegnosi, i quali si spiegano per cose ed atti che abbiano naturali rapporti all’idee che vogliono essi significare. Qui si truova i primi essere stati parlari muti delle prime nazioni, che dovettero significare gli antichissimi greci per la voce μῦθος, che loro significa «favola», che a’ latini sarebbe «mutus»; e «fabula» agl’italiani restò a significare «favella»; e le favole furono il primo «fas gentium», un parlar immutabile: onde Varrone da «for» disse «formulam naturae» il «fato», il parlar eterno di Dio; e i romani n’ebbero i «fasti» comuni, e per gli pretori, che con formole inalterabili rendessero ragione in pace, e per gli consoli, che con le formole araldiche la rendessero nelle guerre.

[252] Finalmente il niuno o poco uso del raziocinio porta robustezza de’ sensi. La robustezza de’ sensi porta vivezza di fantasia. La vivida fantasia è l’ottima dipintrice delle immagini, che imprimono gli oggetti ne’ sensi.

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Capo ii
Nuovi princípi di poesia.

[253] Sopra queste veritá, convenienti all’uomo di Grozio, di Pufendorfio, di Obbes, si scuoprono i princípi della poesia tutti opposti, nonché diversi, da quelli che da Platone e dal suo scolaro Aristotile, infino a’ dí nostri de’ Patrizi, degli Scaligeri e de’ Castelvetri, sono stati immaginati. E si ritruova la poesia essere stata la lingua prima comune di tutte le antiche nazioni, anche dell’ebrea; con certe differenze, però, fondate sulla diversitá della vera religione dalle gentili e di Adamo, quantunque nudo di parlari, restato però illuminato dal vero Dio.

Capo iii
Si determina il nascimento della prima favola,
che fu il principio dell’idolatria e della divinazione.

[254] Perché gli uomini ignoranti delle cose, ove ne vogliono far idea, sono naturalmente portati a concepirle per simiglianze di cose conosciute. Ed ove non ne hanno essi copia, l’estimano dalla loro propia natura. E perché la natura a noi piú conosciuta sono le nostre propietá, quindi alle cose insensate e brute dánno moto, senso e ragione, che sono i lavori piú luminosi della poesia. Ed ove queste propietá loro non soccorrano, le concepiscono per sostanze intelligenti, che è la nostra propia sostanza umana, che è ’l sommo divino artifizio della poetica facultá, col quale, a simiglianza di Dio, dalla nostra idea diamo l’essere alle cose che non lo hanno.

[255] Qui si scuopre il primo gran principio delle favole poetiche, in quanto elleno sono caratteri di sostanze corporee immaginate

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intelligenti, spiegantino i loro effetti corporei per mezzo delle modificazioni de’ nostri animi umani. E se ne addita la prima di tutte, e si spiega la guisa com’ella nacque, e si determina il tempo in che nacque: che gli uomini della bestial solitudine, almeno come in quello loro stupore piú risentiti, non sappiendo la cagione del fulmine, che essi non avevano giammai innanzi udito — come tanti fanciulli, tutti forza, che spiegavano le loro passioni urlando, brontolando, fremendo: lo che essi non facevano che alle spinte di violentissime passioni, — immaginarono il cielo un vasto corpo animato, che, urlando, brontolando, fremendo, parlasse e volesse dir qualche cosa. Quindi si medita nelle guise, l’istesse affatto che quelle con cui, come gli americani ogni cosa o nuova o grande che vedono credono esser dèi, cosí ne’ tempi superstiziosi di essa Grecia, i greci uomini coloro che con nuovi ritruovati giovassero il genere umano guardarono con aspetto di divinitá, e in cotal guisa avessero fantasticato i loro dèi.

[256] Da’ quali primi incominciamenti della greca umanitá e, al di lei esemplo, di quella di tutte le altre nazioni gentili, comincia una pruova perpetua che si conduce per tutto il tempo che furono dello ’ntutto fondate le nazioni, che gli uomini naturalmente son portati a riverire la provvedenza, e, in séguito di ciò, che la provvedenza unicamente abbia fondate ed ordinate le nazioni.

Capo iv
Primo principio della poesia divina
o sia teologia de’ gentili.

[257] Cosí nacque la prima favola, primo principio della poesia divina de’ gentili o sia de’ poeti teologi. E nacque, quale l’ottima favola dee essere, tutta ideale, che dall’idea del poeta dá tutto l’essere alle cose che non lo hanno. Che è quello che dicono i maestri di cotal arte: che ella sia tutta fantastica, come

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di pittore d’idea, non icastica, quale di pittore di ritratti; onde i poeti, com’i pittori, per tal simiglianza di Dio creatore, sono detti «divini».

[258] Nacque con tutte le sue tre principali propietá:

1. impossibile credibile, perocché ella è impossibile, perché dá mente al corpo, e, nello stesso tempo, credibile, tanto che coloro i quali la si finsero la credettero;

2. all’eccesso maravigliosa e perturbante, che indi in poi fe’ vergognare gli uomini di usar la venere allo scoverto del cielo e, per usarla, [gli] fe’ nascondere per entro alle spelonche;

3. in sommo grado sublime, quanto è il massimo degli dèi esso Giove, e Giove fulminante.

[259] E nacque finalmente tutta ordinata ad insegnare il volgo ignorante, ch’è ’l fine principale della poesia, quanto con questa prima favola gli uomini primi e ignoranti del mondo gentilesco insegnarono a se medesimi una teologia civile contenente l’idolatria e la divinazione.

[260] La quale origine della poesia, cosí con semplicitá e schiettamente narrata, ci persuaderemo che sia piú ragionevole e piú acconcia a’ princípi dell’umanitá (i quali di tutte le altre cose sono naturalmente rozzi e grossolani) che non è quella che si arreca da Platone: che i poeti teologi intesero per Giove una mente motrice dell’etere, che penetra, agita e muove tutto; che conveniva a Platone per fondare la sua repubblica, non a’ semplicioni di Grozio e destituti di Pufendorfio per fondare il genere umano gentilesco. Cosí ne’ moti de’ corpi, che i poeti teologi immaginarono innumerabili particolari divinitá, Platone v’intende una sola mente motrice infinita, che non è corpo, per la propietá di esso corpo, che è di essere mobile e quindi divisibile, non di muovere e di dividere, che è propietá di altra cosa che di corpo.

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Capo v
Discoverta del principio de’ caratteri poetici
che fu il vocabolario delle nazioni gentili.

[261] Ma sopra quello che da principio si è detto: — che intendere appena si può, affatto immaginar non si può, come l’uomo di Grozio, di Obbes, di Pufendorfio avesse pensato, nonché parlato — dopo venticinque anni ormai che corrono di una continova ed aspra meditazione, si è ritruovato finalmente ciò che tal primo principio è di questa Scienza, quale [l’] abicí è ’l principio della grammatica, quali le forme geometriche sono il principio della geometria. Perché, siccome la lettera «a», per esemplo, è un carattere dalla gramatica ritruovato per uniformarvi tutti gl’infiniti diversi o gravi o acuti suoni vocali cosí articolati; il triangolo, per cagion di altro esemplo, è un carattere disegnato dalla geometria per uniformarvi tutte le innumerabili diverse figure in grandezza di tre angoli che si aguzzano da tre linee unite in tre punti: cosí si sono ritruovati essere i caratteri poetici stati gli elementi delle lingue con le quali parlarono le prime nazioni gentili.

[262] Perché, se una nazione, per essere di mente cortissima, non sappia appellare una propietá astratta o sia in genere, e, per quella la prima volta avvertita, appelli in ispecie un uomo da quella tal propietá, col cui aspetto ha ella l’uomo la prima volta guardato; — e sia egli, per esemplo, con l’aspetto di uomo che faccia una gran fatiga comandatagli da famigliare necessitá, onde egli divenga glorioso, perocché, con quella tal fatiga, conservi la sua casa o gente e, per la sua parte, il genere umano; — e l’appelli «Ercole», da Ἥρας κλέος «gloria di Giunone», che è la dea delle nozze e, in conseguenza, delle famiglie: — tal nazione certamente, da tutti i fatti che per quella stessa propietá di fatighe sí fatte avrá avvertito essere stati operati da altri diversi uomini e in diversi tempi appresso, dará a quegli uomini il nome dell’uomo da quella tal propietá

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la prima volta appellato, e, per istare sul dato esemplo, appellerá ogni uomo di quelli «Ercole». E, come tal nazione, [che] si suppone rozza, cosí anche dee essere stupida, che non avvertisca senonsé i fatti piú strepitosi, ella tutte le azioni piú risentite, fatte da diversi uomini in diversi tempi in quello stesso genere di propietá — come, nell’esemplo proposto, di fatighe grandi fatte ai dettami di famigliari necessitá — le attaccherá al nome dell’uomo il quale appellò la prima volta da quella tale propietá, e, per l’arrecato esemplo, appellerá tutti quelli tali uomini col nome comune di «ercole». Per sí fatta natura si ritruovano tutte le prime nazioni gentili, in quanto a questa parte, essere state di poeti.

[263] Della quale antichissima lor natura troppo evidenti vestigi ci sono restati in esse lingue volgari. Come, nella latina, i romani, per esemplo, ignoranti dell’astuzie della guerra, del fasto e de’ profumi, poi che avvertirono il primo costume ne’ cartaginesi, il secondo ne’ capuani, il terzo ne’ tarantini, essi ogni uomo del mondo, nel quale dopoi rincontrarono sí fatti costumi, appellarono o «cartaginese» o «capuano» o «tarantino»: che è stata finora creduta antonomasia finta da capriccio di poeti particolari, la quale provenne da necessitá di natura di sí fattamente pensare e spiegarsi, a tutte le gentili nazioni comune. Talché di sí fatti caratteri si truova essere il vocabolario di tutte le prime nazioni gentili, che ci spiegherá il linguaggio de’ princípi del diritto natural delle genti.

[264] Dalle quali, principiando da ciò per quanto s’attiene alle lingue, incomincia a distinguersi il popolo di Dio, i cui autori, quantunque posti nella stessa povertá di parlari, eran però illuminati dalla cognizione di un vero Dio, creatore di Adamo; e perciò tutte le cose profittevoli alla loro generazione, anche non espressamente loro ordinate da Dio, tutto che diversi di loro in diversi tempi fatte avessero, le dovettero ordinare tutte ad una sola eterna divinitá provvedente. Onde avviene che nella lingua ebrea, benché sia tutta poetica, sicché vince di sublimitá quella del medesimo Omero, come il riconoscono pure i filologi, non si truova però né pure una volta la divinitá

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moltiplicata. E questa istessa dee essere una dimostrazione che i padri della sagra storia vissero veramente i molti secoli che ella narra.

Capo vi
Scoverta delle vere allegorie poetiche.

[265] Le significazioni di sí fatti parlari devono essere state sul lor principio propiamente le allegorie, che pur i greci con tal voce voglion dire «diversiloquia», cioè parlari comprendenti diversi uomini, fatti o cose. Per queste allegorie, dunque, erano da andarsi a ritruovare da’ mitologi significati univoci delle favole, e non gli analogi, con tanto di vaghezza che sembrano esserci state lasciate come prima materia di tutte le interpetrazioni degli uomini addottrinati in tutte le loro diverse spezie loiche, fisiche, metafisiche: e, se lo sono morali, politiche, istoriche, lo sono alla somiglianza de’ costumi, governi, fatti presenti, senza nulla riflettere che dovettero per necessitá di natura essere stati molto diversi i costumi, governi, fatti dell’ultima da noi lontanissima umanitá. Talché i mitologi, piú tosto, essi sembrano essere stati i poeti che fingono tante varie diverse cose sopra le favole; quando i poeti furono essi i propi mitologi, che intesero con le loro favole narrar cose vere de’ loro tempi.

[266] Ma, perché non si può dare dell’idee false, perocché il falso consiste nella sconcia combinazione delle idee, cosí non si può dare tradizione, quantunque favolosa, che non abbia da prima avuto alcun motivo di vero. Ed essendo stato sopra dimostro che le favole unicamente devono essere state istorie delle antichissime faccende umane di Grecia, perciò la parte piú difficile di questo nostro lavoro è stata di meditare ne’ motivi del vero ond’ebbero origine esse favole. Che saranno ad un fiato e i veri princípi della mitologia e i princípi delle storie de’ tempi barbari.

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Capo vii
Idea d’una teogonia naturale.

[267] E con la discoverta de’ caratteri poetici si medita da quali occasioni di umane necessitá o utilitá e a quali tempi si diedero motivi di vero alle menti greche di fantasticare prima di tutt’altro i caratteri de’ loro falsi dèi. I quali si ritruovano essere stati istorie degli antichissimi costumi superstiziosi de’ popoli della Grecia, de’ quali si descrive una teogonia naturale, che spiega le guise della loro generazione, cioè come eglino, qual si è veduto Giove, fossero naturalmente nati dalle fantasie delle genti greche.

Capo viii
Idea d’una cronologia ragionata, per la quale dalle favole degli dèi per quelle degli eroi alle cose della storia certa dovevansi perpetuare le cagioni che influirono negli effetti del mondo gentilesco conosciuto.

[268] Cosí con una cronologia ragionata — o sia condotta con l’ordine naturale secondo la serie dell’idee comuni dintorno le umane necessitá o utilitá — de’ tempi oscuro, favoloso ed istorico, che ha oscuri e favolosi i princípi, si assegnano loro i tempi ne’ quali abbiano dovuto nascere dalle greche fantasie i dèi e gli eroi, e prima gli dèi che gli eroi, siccome pure ci furono tramandati gli eroi essere stati figliuoli degli dèi. Talché, ritruovate le favole eroiche essere state istorie de’ costumi eroici della Grecia, l’opera vegna a contenere un’allegoria perpetua di tutta la storia favolosa, che, incominciando dagli dèi, continuandosi per gli eroi, si congiunga col tempo storico certo delle nazioni.

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[269] Il quale ci pone in comparsa di primo incontro tutte le parti che costituiscono tutta l’iconomia del diritto naturale delle genti, quasi nate tutte ad un tratto, come essi uomini si fingono nati quali cicale da Epicuro o ranocchie da Obbes, e tutte insiem cresciute in un vasto corpo di monarchia, qual fu di Nino, da cui incomincia la storia. Per la quale grandissima mancanza Grozio, Seldeno, Pufendorfio, disperati, trattarono del diritto naturale delle genti assai meno che per metá, cioè solo di quello che ritruovarono appartenere alla conservazione del genere umano, nulla ragionando di quello che privatamente appartiene alla conservazione de’ popoli, dal quale dovette pure uscir quello di che essi trattano. E Obbes dopo Macchiavello ed entrambi dopo Epicuro, per l’ignorazione di tai princípi, trattarono dell’altra metá con empietá verso Dio, con iscandalo verso i príncipi e con ingiustizia verso le nazioni. Ed oltre a questi, Platone, in fondar repubbliche che non ebbero uso alcuno, Polibio, sulla romana in ragionando di repubbliche giá fondate, perderono di veduta la provvedenza. E, perché niuno de’ due nella pratica delle cose umane guardò la provvedenza, entrambi errarono di concerto dintorno a due degli tre, che noi sopra proponemmo, universalissimi princípi dell’umanitá delle nazioni: cioè Polibio, il qual credette potervi essere nazione al mondo di sappienti senza alcuna religione civile; Platone, il quale stimò poter esservi repubblica di sappienti che avessero le donne comuni.

Capo ix
Sette princípi dell’oscuritá delle favole.
Primo principio: De’ mostri poetici.

[270] Ma, per venire a capo pur una volta finalmente della scienza delle cagioni che hanno fatta tutta l’oscuritá delle favole, si stabiliscono i seguenti sette princípi.

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[271] De’ quali il primo è questo. Si pongano uomini nello stato dell’uomo di Obbes, di Grozio, di Pufendorfio, sicché non sappiano astrarre propietá da’ corpi: ove vogliano unire due diverse spezie di propietá di due corpi di spezie diversi, eglino uniranno in una idea essi corpi. Come, se vogliano unire la propietá dell’uomo dall’aspetto umano con la propietá di usar con le madri, e tal atto abbiano essi osservato piú allo spesso nelle bestie mansuete piú salaci e però piú proterve o sfacciate, come i caproni (de’ quali, appo latini, restò propiamente detta «protervia» l’atto del caprone che in amore mira la capra), essi uniranno «uomo» e «capra» e fingeranno Pane e i satiri, i quali, come selvaggi, conforme ne è rimasta l’oppenione, dovettero essere i primi de’ dèi minori. Qui si scuopre il principio di tutti i mostri poetici.

Capo x
Secondo principio: Delle metamorfosi.

[272] Se questi stessi uomini non sappiano spiegare che un corpo ha preso la propietá d’un altro corpo di spezie diversa, per la quale egli abbia perduto quella della sua spezie, perché non sanno astrarre le propietá da’ loro subietti, essi immagineranno un corpo essersi in altro cangiato. Come, per significare una donna, la qual prima divagava, poi si fermò in certo luogo né piú divagò, immagineranno tal donna cangiata in pianta, con quella stessa maniera di pensare onde certamente vennero le metafore «piantarsi» per «istar fermo», «piante di case» le «fondamenta», e sopra tutto «piante di famiglie» i loro ceppi o pedali. Qui si scuopre il principio di tutte le metamorfosi o sieno poetiche trasformazioni di corpi, che era il secondo principio dell’oscuritá delle favole. Nella qual cosa noi qui ci ammendiamo di ciò che ne avevamo scritto altrove.

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Capo xi
Terzo principio: Della sconcezza delle favole.

[273] Da’ duo anzidetti si spiega con faciltá il terzo principio dell’oscuritá delle favole, che è quello della loro sconcezza, nata da menti corte, tarde e povere di parlari, per le quali cagioni gli uomini infelici in sommo grado a spiegarsi uniscono le cose allo ’ngrosso. Come sconcia e inettissima sopra tutt’altre è quella: Cadmo lancia una pietra; uccide il serpente; semina i denti; da’ solchi nascono uomini armati; questi combattono e si uccidono tra di loro: la qual favola si truoverá contenere un gran tratto di storia, che dal tempo che i padri di famiglia ridussero le terre alla coltura [giunge] fin a quello degli eroi politici, i quali fondarono le prime cittá [e] si scorge infino agli eroi delle guerre. Onde s’intenda che sorta di caratteri ritruovò Cadmo, che scrisse tanto di storia eroica con caratteri cosí fatti — ed a’ tempi di Omero, che, posto a’ tempi di Numa, viene ad essere presso ad ottocento anni dopo di Cadmo, non si erano ancora ritruovati i caratteri volgari tra’ greci; anzi famiglie di rapsòdi ne conservarono a memoria i di lui poemi lunga etá anche dopo, — per comprendere in che abisso di oscurezze andarono le favole da’ primi tempi di Grecia fino ad Omero.

Capo xii
Quarto principio: Dell’alterazione delle favole.

[274] Il quarto principio dell’oscuritá delle favole fu quello della loro alterazione. Perché, naturalmente, la mente umana, per l’indiffinita sua capacitá, le cose udite e non diffinitamente rapportate suole ricevere in modo maggiore, e cosí ricevute per lungo tratto di tempo, per mani massimamente d’uomini rozzi e ignoranti, ella deve alterare ed ingrandire all’infinito: ond’è che delle cose o antiche o lontane ci perviene per lo piú molto

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falsa la fama e sempre magnifica, la qual però fu detta «prender forza ed ingrandire per cammino». Questo è ’l principio dell’alterazione delle favole, come di quelle degli smisurati corpi e forze de’ giganti e degli eroi. E questa ancora è la cagione dell’apparenza del mondo, il quale sembra antico assai sopra il merito della veritá e della fede, il quale, nel buio finora delle sue origini, ha paruto agl’increduli della sagra storia presso che di una infinita antichitá, ove alla luce di questa Scienza si dimostra essere molto fresco.

Capo xiii
Quinto principio:
Dell’impropietá delle favole per l’idee.

[275] Il quinto principio dell’oscuritá delle favole egli è che le menti delle nazioni greche, col piú e piú spiegarsi all’infinito, naturalmente andarono ad ingrandire le favole contro la mente cortissima de’ primi loro fondatori e, con lo allontanarsene, ne vennero ad impropiare di molto le significazioni primiere. Cosí per esemplo, a capo di secoli, intesa la vera altezza del cielo e delle stelle per grandissimi spazi sopra la cima del monte Olimpo, dove fino a’ tempi di Omero erano stati allogati gli dèi, esse nazioni greche innalzarono naturalmente i loro dèi alle stelle: e quella espressione d’«innalzare il grido alle stelle» divenne iperbole, che prima si disse con veritá.

[276] Nell’istessa guisa le ale, per cagione di altro esemplo, le quali erano insegne eroiche per significare fatti o ragioni degli eroi, i quali tutte le loro cose facevano dipendenze della divinazione o sia loro scienza degli auspíci — come pure ad evidenza cel narrò la storia romana antica nelle contese eroiche de’ nobili con la plebe, ove questa da quelli pretende nozze sollenni, magistrati ed imperii, ponteficati e sacerdozi, quelli a questa niegano comunicargliele per quella ragione che sempre

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ripetono: «Auspicia esse sua»; la qual ragione i plebei riprendono con quell’altra: i padri, de’ quali Romolo compose il senato, da’ quali essi patrizi discendevano, «non esse de caelo demissos», che è tanto dire che essi non erano eroi o figliuoli di dèi, la quale, se negli auspíci non consisteva l’eroismo de’ nobili, è risposta affatto impertinente — oscuratasi poi tal favola per essersene impropiata l’idea, le ale si credettero poi date per volare in cielo ad Astrea, per portare le ambasciate da cielo in terra a Mercurio, per significare la velocitá del tempo a Saturno, per volare da per tutto alla Fama, alla Vittoria, per dinotare l’ingegno alle muse, al Pegaso, ad Amore, al caduceo; ma ad Imeneo non possono essere state date per altro uso se non che egli scenda dal cielo con gli auspíci, co’ quali i nobili romani dicono alla plebe che essi sol celebravano le nozze giuste. Onde sí fatte ale a’ primi greci tanto servirono per volare o dinotare velocitá ed ingegno quanto nell’America non si portano penne in testa che da’ nobili. E co’ barbari usciti dal Settentrione per le altre nazioni di Europa si risparse tal costume antichissimo di genti che i soli nobili caricassero di penne i cimieri: talché negli antichissimi marmi non ne osserviamo altre caricate che le imprese de’ soli sovrani príncipi e re con tre penne in capo ad essi scudi.

Capo xiv
Sesto principio: Dell’impropietá delle favole da’ parlari.

[277] Il sesto principio dell’oscuritá delle favole egli è che, col cangiar de’ costumi per lungo volger di tempi, i nostri parlari volgari medesimi s’impropiano e si oscurano da se stessi: lo che molto piú dee essere accaduto alle favole. Di che sieno esempli queste tre voci: «lira», «mostro», ed «oro».

[278] Perché la lira da principio fu la corda, pur detta χορδή da’ greci; e la prima corda dovette esser fatta di vinchi, chea

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«vi» si dissero «vimina» da’ latini, appo i quali fu detta «fides», che si truova nel suo retto antichissimo detta «fis», il cui obbliquo è «fidis», in significato di «forza» e «potestá»: onde a’ latini restarono «implorare fidem», «domandare altrui forza in aiuto», e «recipere in fidem», «ricevere sotto la potestá, protezione o imperio». E, con tale allegoria, naturale e convenevole all’etá severa de’ fondatori delle nazioni, si spiegano tutte le favole ove entra il carattere eroico della lira. Che prima fu di una corda di vinchi, significante la potestá di ciascun padre nello stato delle famiglie sotto la forza o imperio degli dèi, che dovette essere la prima e propia «fides deorum». Poi fu di piú corde, composta nello stato delle prime cittá, nelle quali si unirono per ciascheduna piú forze di padri in un ordine regnante che comandasse le leggi, e la legge ne restò a’ poeti detta «lyra regnorum».

[279] L’altra voce eroica era «mostro», che significò da principio «mostro civile», di cui una parte fosse di uomo, l’altra di fiera, come sopra si è detto di Pane e de’ satiri. Nella contesa eroica di comunicarsi le nozze con gli auspíci de’ nobili alla plebe, la storia romana apertamente, appo Livio, conferma ciò che diciamo, ove i padri oppongono a’ plebei che colui che nascesse indi in poi da loro sarebbe nato «secum ipse discors»: parte con gli auspíci sollenni de’ nobili, da’ quali nascevano uomini, cioè da’ concubiti ne’ quali certo era che i figliuoli non giacevano con le madri né i padri con le figliuole per le accertate loro discendenze; parte con gli auspíci privati e incerti plebei, co’ quali essi «agitabant connubia more ferarum». E questi sono i mostri che si gittavano dal monte Taigeta per le leggi spartane, e per le romane, in un capo delleXII Tavole, si buttavano nel Tevere: non giá mostri naturali, come si è immaginato finora, a’ quali, nella loro brievitá delle leggi, non dovevano certamente pensare i primieri legislatori, quando sono i mostri cotanto radi in natura che le cose rade in natura si dicono «mostri», e nella copia delle leggi, di cui giá travagliava sotto gli ’mperatori la romana cittá, sta disposto che le leggi si concepiscano di quelle cose che avvengono per lo piú, lasciando

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alla prudenza de’ maestrati quelle che accadono assai di rado. Con sí fatta mitologia, acconcia e ragionevole, si spiegano tutti i mostri poetici.

[280] L’oro, finalmente, della povera semplice frugalitá de’ primi uomini greci — quando era ancora in zolle né vi era ancora l’arte di ridurlo in massa, molto meno di dargli lo splendore e non se ne poteva avere idea di veruna utilitá — si ritruova essere stato il frumento: onde il Nilo fu detto χρυσοῤῥόας, «portator d’oro», e «fiumi d’oro» il Pattolo, il Tago ed altri fiumi, cioè portatori di abbondanti biade di frumento. Perché fu la stessa l’etá dell’oro de’ greci che l’etá di Saturno de’ latini, detto cosía «satis», da’ seminati, che per mietere usò la falce. Del rimanente, i dèi praticavano con gli uomini in questa etá, a quella fatta che gli eroi si dissero figliuoli degli dèi; Astrea abitava in terra, perché eran creduti regnare in terra i dèi, che con gli auspíci comandassero le umane cose; e l’innocenza era tale quale quella di Polifemo, che dice ad Ulisse esso e gli altri giganti curare le loro famiglie e nulla impacciarsi delle cose altrui. Tutte le altre idee attaccatele di un eroismo pastoreccio galante furono desidèri di ingegni dell’etá di Mosco e di Anacreonte, marci d’amore dilicatissimo. Poi l’oro non ebbe altro uso che di metallo con l’istessa indifferenza che ’l ferro. E con questa allegoria costumata si schiarisce il vero di tutte le favole ove entra il carattere d’oro o tesoro o ricchezza; e si difendono gli eroi d’Omero dalle lorde tacce dell’avarizia, che vogliono essi cangiare i loro scudi di ferro con gli altrui d’oro e, cangiati, non ne rendono contraccambio. Lunga etá dopo, dal pregio e dal colore di cosí gran frutto dell’industria e sí necessario all’umano mantenimento, il metallo fu detto «oro».

161 ―

Capo xv
Importanti discoverte del diritto della guerra
e della pace per sí fatto principio di poesia.

[281] Cosí la voce «ladrone» significò, prima di ogni altra cosa «eroe che guerreggia», quando ne’ tempi barbari facevano le guerre senza intimarle, perché le prime cittá si guardavano tra loro come eterne nemiche: onde con sí fatto titolo onorevole sui greci teatri Esone, padre di Medea, la prima volta saluta Giasone. Di che pure vi ha un bel vestigio nella legge delleXII Tavole, ove dice: «Adversus hostem aeterna auctoritas esto», che non mai si perda il dominio della robba occupata dallo straniero, sicché doveva essere una guerra eterna per ricuperarla: onde tanto bisognava significare «straniero» quanto «perpetuo nimico»; e, per essere perpetuo nimico, bastava non essere cittadino, per quella celebre divisione che le antiche genti latine facevano di «civis» e «hostis» per parti che ne’ lor tempi barbari erano sommamente opposte tra loro. Quali sorte di guerre eterne sono oggi tra le genti di Barbaria e le cristiane. Ché per ciò forse dalle cristiane questa costa d’Affrica è detta Barbaria da tal costume barbaro di questi loro eterni corseggi: siccome da’ greci restò detta Βαρβαρία la costa d’Affrica sul mar Rosso, nella quale era la Troglodizia; ma piú innanzi dovettero essere tutte le altre nazioni, da’ greci in fuori, nel tempo che avevano giá spogliato cotal costume, per quella celebre loro divisione di «greco» e di «barbaro», che, piú ampiamente per nazione, rispondeva a quella de’ latini, piú ristretta per cittadinanza, di «civis» ed «hostis». Ma in distesa incomparabilmente piú ampia di quella de’ greci, quasi infinita, il popolo di Dio, per la di lui unitá e veritá, la qual è pur una, divise il mondo delle nazioni tra ebrei e genti. Onde s’intenda con quanto senno Grozio, Pufendorfio e sopra tutti il Seldeno fondino i loro sistemi sopra un diritto comune

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ad entrambi! Dipoi «ladrone» passò a significare «soldato guardacorpo del re», nella qual significazione durava a’ tempi di Plauto. Finalmente restò a significare «assassino».

[282] Cosí l’«ospite», che prima significò «straniero guardato con l’aspetto di eterno nimico» — nel qual significato i trogloditi ammazzavano gli ospiti entrati ne’ loro confini, che fu il costume di tutte le genti barbare, — poi significò «straniero osservato con le leggi santissime dell’ospitalitá»; e dalla ricorsa barbarie agl’italiani restarono «oste» per l’«albergatore» e per gli «alloggiamenti di guerra», che dicono «oste amica» o «nimica». Sí fatte voci, di tanto impropiate negli ospizi di Giasone e di Paride, ci oscurarono le storie della spedizione degli argonauti e della guerra troiana, ed insomma il diritto della guerra di tutte le genti eroiche: anzi, sopra il dissolutissimo Paride, ci tramandarono per iscelleratissimi Giasone e Teseo, di cui fa Virgilio imitatore il suo Enea, i quali tolgono l’onore alle regine donzelle o vedove, ne ricevono benefíci immortali e poi crudelmente le tradiscono e le abbandonano, che non farebbono oggi gli piú scellerati assassini. I quali fatti, per lo diritto delle genti eroiche, furono stimati pieni di giustizia, di rapire eroine ospiti overo straniere, delle quali furono caratteri Medea, Arianna ed Elena; e, ne’ primi tempi, piú severi, dell’eroismo, usarvi come con ischiave e contrarre nozze con cittadine, come Achille professa voler fare agli ambasciadori di Agamennone, che in nome del loro re gli offrono una regina donzella straniera in moglie; o, disprezzato l’eroismo, prenderle in mogli, come fe’ Paride.

[283] Ed in ciò spicca una assai luminosa differenza tra gli ebrei e le genti, perché gli ospizi di Abramo si narrano dalla sagra storia tutti ricchi di una regale umanitá. Che è altra grave ripruova della santitá della legge di natura, che avevano infino ad Abramo osservata i patriarchi innanzi, a cui avevano lasciata sí gran famiglia che con quella fe’ guerra co’ vicini re; ed è altresí grave ripruova che le clientele appo i patriarchi si fondarono piene di benignitá inverso coloro che dal mal governo de’ caldei rifuggiavano alle loro campagne. Talché, oltre la

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patria potestá, che non consagrava innocenti figliuoli a Dio, per le clientele ancora gli ebrei vennero a distinguersi dalle genti.

[284] Or, per sí fatte cose eroiche de’ greci, si rende assai dubbia la storia romana antica in ciò che ne racconta: se i romani rapirono le sabine ricevute ad albergo dentro essa Roma, o scorrendo piú tosto essi per la Sabina (che dovettero essere i giuochi equestri di questi tempi). Se la donzella Orazia fosse stata promessa in moglie ad uno degli eroi Curiazi, di quegli albani che poco prima sdegnarono dar moglie ad esso Romolo, perché straniero, almen per rendere a lui la vece di avergli liberati dal tiranno ed aver loro restituito il loro legittimo re: o pure uno de’ Curiazi avesse quella rapita (come Paride rapí Elena), nel cui séguito ben questa piangeva il morto marito. Quindi si avanzano e si accomunano i dubbi della romana e della greca storia: se pur mai la guerra troiana fu intimata nove anni innanzi, come certamente sul principio del nono anno patteggiano Agamennone e Priamo le leggi della vittoria sopra qualunque cada delle due parti; appunto come la guerra d’Alba si patteggia dopo molti gravi e lunghi danni fattisi vicendevolmente i romani e gli albani; e, sí, egli sia stata natura di esse cose piú tosto che arte di Omero di lasciare i princípi ed incominciare a cantar l’imprese dal mezzo, piú verso il fine. Inoltre, se le prime guerre si facessero con l’abbattersi i principali offesi ed offensori in cospetto d’entrambi i popoli, come la troiana si patteggia sull’abbattimento di Menelao, marito di Elena, e di Paride, di lei rapitore tra’ greci; e tra’ latini l’albana fu quella degli tre Orazi con gli tre Curiazi: il qual costume piú conviene alle menti corte de’ primi popoli ed al costume de’ duelli poco dianzi praticati nello stato delle famiglie, de’ quali le guerre pubbliche ne ritennero il nome fino a’ tempi di Plauto. Certamente Vei sembra la Troia de’ latini, combattuta dieci anni continovi, come altra Troia da’ greci: che fu di entrambe un perpetuo assedio overo l’eterna ostilitá come ora è di quelli della costa di Barbaria con le genti cristiane e di quegli osti, contro a’ quali, per la legge delleXII Tavole, tanto

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tempo anche dopo, «aeterna auctoritas erat»; quando per tutto il tempo appresso, in maggiori forze e con piú ostinati nimici, i consoli uscivano la primavera in campagna e sul cominciar dell’inverno si ricevevano alle loro case. Che le nazioni eroiche, rozze ancore di conti e di ragione, avessero detto «dieci» come oggi diciam «cento» o «mille», per significare un numero grande indeterminato?

Capo xvi
Settimo principio: Dell’oscuritá delle favole.
Il segreto della divinazione.

[285] Il settimo e piú di tutti gli altri natural principio dell’oscuritá delle favole fu egli il secreto della divinazione, per cui i poeti si dissero μύστες che Orazio volta «deorum interpretes», onde le favole dovettero esser i loro misteri e i caratteri poetici la lingua sagra de’ greci. Cosí la serpe, per esemplo, significò a’ poeti eroi la terra, perché ha la spoglia cangiante di nero, verde e giallo, che ogni anno pur muta al sole. Onde l’idra è la gran selva della terra, che, recisa, ripullula via piú capi, detta da ὕδωρ, «acqua», del passato Diluvio, ed Ercole la spense col fuoco, come fanno ancor oggi i nostri villani ove sboscano le selve. Onde Calcante, celebre indovino appo Omero, interpetra, la serpe che si divora gli otto passarini e la madre altresí, significare la terra troiana, che a capo nove anni verrebbe in potere de’ greci, a’ quali pure da ὂφις, «serpe», restò detta ὠφέλεια la preda di guerra. E cosí può esser vero che i poeti involsero dentro i velami delle favole la loro sapienza.

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Capo xvii
Principio della corruzione delle favole.

[286] Sopra questi princípi dell’oscuritá delle favole si fonda quello della corruzione delle medesime. Perché la mutazione de’ costumi, che naturalmente in ogni Stato vanno a cangiarsi in peggio ed a corrompersi, congiunta con l’ignoranza de’ significati propi delle favole, che erano le storie delle greche religioni e dell’eroiche virtú e fatti de’ fondatori della loro nazione, le fece andare in corrottissimi sensi e tutti contrari alle religioni ed alle buone leggi e buone costumanze primiere.

[287] E, per usare tuttavia esempli propi de’ princípi che qui stiamo ragionando, nel tempo che gli uomini greci per lo stupore non dovevano sentire nausea di venere sempre usata con una donna, siccome è pur costume de’ nostri villani, che naturalmente sono contenti delle loro mogli (onde ne’ villaggi non si odono mai o assai di rado adultèri), questa favola che gli eroi erano figliuoli di Giove non poteva significare che idea severa e grave, conforme a sí fatti costumi, ne’ quali non potevano pensare adultèri di esso Giove, i quali non s’intendevano ancora fra gli uomini. Perciò si truova tal favola con poetica brievitá, propia dell’infanzia delle lingue, significare che essi eroi erano figliuoli nati da nozze certe e sollenni, celebrate con la volontá di Giove, significata a’ loro parenti con gli auspíci divini, che gli eroi romani dicevano «auspicia esse sua», e i plebei lor niegavano «esse de caelo demissos». Venuta poi l’etá della libidine riflessiva, perché naturalmente si vorrebbe peccare dagli uomini affatto corrotti con l’autoritá della religione e delle leggi, fu la favola presa per figliuoli fatti con donne da Giove adultero, e, con questa favola cosí presa, acconciamente pur presero per gelosie e per piati e risse di Giunone con Giove e per istrapazzi da Giove fatti a Giunone ed altre favole, che sono tutte appartenenti alla sollennitá

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e santitá delle nozze eroiche, e per ire di Giunone contro Ercole, a fin di spegnerlo come malvisto bastardo di Giove, quelle che si ritruovano fatighe grandi de’ primi padri, comandate con esse bisogne famigliari da Giunone, dea delle nozze. Le quali tutte, perché non contengono le allegorie o significazioni loro propie, vanno a terminare sconciamente che Ercole, il qual fu detto Ἣρας κλέος, «gloria di Giunone», tutto superando con la sua virtú assistita dal favore di Giove, egli viene ad essere, in fatti, di Giunone tutto l’obbrobrio.

Capo xviii
Scoverta di tre etá di poeti eroici innanzi Omero.

[288] Con la scorta di questi lumi si restituisce alle favole la loro luce, e si distinguono tre etá di poeti eroici: la prima di poeti tutti severi, qual conviene a’ fondatori di nazioni; la seconda, che dovette per piú secoli tratto tratto venire appresso, di poeti tutti corrotti — e gli uni e gli altri furono d’intiere nazioni poetiche overo eroiche; — la terza di poeti particolari, che da queste nazioni raccolsero le favole, o sia le loro storie corrotte e ne composero i loro poemi, nella qual terza etá è da porsi Omero, tanto che egli viene a scuoprirsi uno, ed a riguardo nostro, il primo istorico che abbiamo della greca nazione.

[289] Secondo queste tre etá di poeti, Apollo (per continovare sopra i proposti esempli a dare i saggi degli effetti che reggano sopra i ragionati princípi), il quale si ritruova essere il carattere poetico degli indovini, che furono i primi propiamente detti «divini», che prendevano gli auspíci nelle nozze, va perseguitando per le selve Dafne, carattere poetico delle donne selvagge, che per le selve vagabonde usano nefariamente co’ loro padri, co’ lor figliuoli; sicché di Apollo è un seguitare da nume, e, al contrario, di Dafne è un fuggire di fiera. Finalmente

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Dafne è fermata da Apollo; implora l’aiuto, la forza, la fede degli dèi negli auspíci; e diviene pianta, e sopra tutte della spezie del lauro: cioè, con la certa successione de’ vegnenti, pianta le genti, overo case, sempre verdi, sempre vive ne’ loro nomi o casati, che i primi greci conservavano co’ patronimici. Onde Apollo restò eternatore de’ nomi e dio della luce civile, dalla quale i nobili si dicono «incliti», «chiari» ed «illustri». Egli canta (predice, ché pure in bel latino tanto significa) con la lira (con la forza degli auspíci), ed è il dio della divinitá, dalla quale i primi poeti furono propiamente detti «divini»; ed [è] assistito dalle muse, perché dalle nozze, o sia dagli umani congiugnimenti, uscirono tutte le arti dell’umanitá.

[290] Delle quali muse Urania è la contemplatrice del cielo, detta da ὀυρανός «cielo», a fine di prendere gli auspíci per celebrare le nozze sollenni; onde Imeneo, dio delle nozze, è figliuolo d’Urania. L’altra, Melpomene, serba le memorie de’ maggiori con le sepolture. La terza, Clio, ne narra la storia de’ chiari fatti, ed è la stessa che la Fama degli eroi, per la quale essi fondarono le clientele appo tutte le antiche nazioni, le quali da questa «fama» da’ latini si dissero «famiglie», e, da’ traduttori del greco, κῆρυκες (i servi degli eroi in Omero) si voltano «famuli». (Altrove noi avevamo fatto κῆρυκες della seconda e scritto coll’οι [κιρικοί], sull’oppenione di derivarsi indi onde viene κυρία, che pur significa a’ greci «curia», che significasse famoli degli eroi, che hanno il diritto dell’armi in parlamento. Ma tal voce viene dall’essere i famoli presti a’ cenni de’ bastoni de’ loro eroi con l’aspetto di sacerdoti, quando ancora eran mutoli: la qual verga poi fu detta κηρύκειον, che Omero appella «scettro», ed è la verga di Mercurio; e ne’ tempi barbari ritornati non potevano portar bastoni altri che nobili, il qual costume ancor oggi si conserva nelle picciole terre).

[291] Quindi Giove con gli auspíci del fulmine favorisce al lauro (è propizio a’ congiugnimenti con donne certe), ed Apollo si corona d’alloro (perché su tali congiugnimenti si fondarono i primi regni paterni) in Parnaso (sopra i monti, per gli cui

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gioghi si ritruovano le fonti perenni, che bisognavano per fondar le cittá, le quali da παγή «fonte», sul cominciare si dissero «pagi» da’ latini): onde Apollo è fratello di Diana, e ’l Pegaso con la zampa fa sorgere il fonte Ippocrene, di cui beono le muse, ed è il Pegaso alato (perché lo armare a cavallo fu in ragione de’ soli nobili: come tra’ romani antichi e come a’ tempi barbari ritornati i soli nobili armavano a cavallo, e ne restarono detti «cavalieri»).

[292] Questa sembra una mitologia convenevole, spedita, acconcia, niente assurda, niente lontana, niente contorta. Poi se ne andarono oscurando i caratteri, e da’ poeti secondi la favola si corruppe talmente che a’ poeti della terza etá giunsero il seguire di Apollo come di un uomo impudico, il fuggire di Dafne come di dea, contra ogni utilitá di fondare su tal esemplo le nazioni; ed Omero ne fu notato da’ critici che egli faccia comparire gli uomini dèi e i dèi uomini.

Capo xix
Dimostrazione della veritá della cristiana religione.

[293] Sí sozzi corrompimenti delle prime tradizioni de’ fatti, coi quali fu fondato il popolo di Dio, non solo affatto non si ritruovano nella sagra storia, ma si vede una perpetuitá di civil disciplina, tutta degna della vera divinitá del suo fondatore: mentre Mosé la narra, con frase piú poetica che non è quella di Omero, da mille e trecento anni innanzi di questi, posto a’ tempi di Numa; nello stesso tempo che porta da Dio al suo popolo una legge sí dotta che comanda adorarsi un solo Dio, che non cada sotto fantasia con immagini, sí santa che vieta anche le meno che lecite brame. La qual dignitá de’ dogmi intorno alla divinitá, la qual santitá di costumi di tanto oltrepassa la metafisica di Platone, la morale di Socrate, che forse diedero motivo a Teofrasto, discepolo di Aristotile e quindi allievo di Socrate e di Platone, di chiamare gli ebrei «filosofi per natura».

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Capo xx
Prima sapienza legislatrice come fu de’ poeti?

[294] Cosí Apollo egli fu il carattere de’ sappienti della prima setta de’ tempi, la qual fu de’ poeti divini, estimati dalla divinazione o sia scienza degli auspíci, che furono le cose divine che essi contemplarono per regolare prima e principalmente le umane cose delle nozze, per le quali cominciarono gli uomini dall’error ferino a passare all’umanitá. La qual setta fu veramente de’ poeti teologi, che fondarono la teologia de’ gentili ovvero la scienza della divinitá con la contemplazione del cielo a fin di prendere gli augúri; e ne venne alla poesia la somma e sovrana lode che pure ci ha Orazio cantato nell’Arte poetica: che al mondo la prima sapienza legislatrice fu de’ poeti.

Capo xxi
Della sapienza e della divina arte di Omero.

[295] Col lungo volger d’anni e molto cangiar de’ costumi, sporcate, quanto nella favola d’Apollo vedemmo, le greche religioni, surse il grande Omero, il quale, riflettendo sopra la corruzione de’ suoi tempi, dispose tutta l’iconomia dell’Iliade sopra la provvedenza, che noi stabilimmo primo principio delle nazioni, e sopra la religione del giuramento, col quale Giove sollennemente giurò a Teti di riporre Achille in onore, il quale era stato oltraggiato da Agamennone per la ad essolui da quello tolta a forza Criseide, per lo quale regola cosí e governa le cose de’ greci e de’ troiani per tutti i molti, vari e grandi anfratti di quella guerra, che alla perfine dalle cose istesse

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vada ad uscire l’adempimento della sua giurata promessa. Insiememente, vi espone in comparsa, posti al confronto, essa virtú ed esso vizio, perché le religioni poco valevano a tenere in dovere i greci popoli, e fa vedere che l’ospizio violato da Paride e la sua incontinenza cagiona tutta la rovina al regno di Troia: allo ’ncontro Achille, il massimo de’ greci eroi, il quale porta seco la fortuna di quella guerra, che sdegna una donzella regina straniera, che gli offre in moglie il di lei padre Agamennone, principe della Grecia alliata, perché non abbia con essolei auspíci comuni, e professa voler prender moglie nella sua patria quella che ad esso darebbe Peleo, suo padre. Con gli stessi aspetti dispose l’iconomia tutta dell’Odissea sopra la prudenza e tolleranza di Ulisse, che finalmente si vendica ed impicca i proci, uomini perduti nella ghiottoneria, ne’ giuochi, nell’ozio, tutti occupati nelle violenze e danni che fanno al regal patrimonio di Ulisse e nell’assedio delle pudiche Penelopi.

[296] Sopra queste idee compariscono tutti e due i poemi di Omero con aspetto tutto diverso da quello con che sono stati finora osservati. Né si asserisce ad Omero altra sapienza che la civile, acconcia alla setta de’ suoi tempi eroici, per la quale meritò l’elogio di fondatore della greca umanitá (ma per questi princípi con veritá gli conviene quel di ristoratore), né gli si asserisce altra arte che la sua buona natura, congiunta alla fortuna di ritruovarsi ne’ tempi della lingua eroica di Grecia. Perché cotesta sapienza riposta, la quale (in séguito, anche in ciò, di Platone) vi vede Plutarco, e cotesta arte di poesia, che vi scuoprono i critici, oltre la dimostrazione la qual sopra ci accertò che Omero non vide né men l’Egitto, ci vengono entrambe contrastate dalla serie dell’idee umane e dalla storia certa de’ filosofi e de’ poeti.

[297] Perché prima vennero i filosofi grossolani, che posero princípi delle cose corpi formati con le seconde qualitá, quali si dicono volgarmente «elementi»: che furono i fisici, de’ quali fu principe Talete milesio, uno de’ sette sappienti di Grecia. Poi venne Anassagora, maestro di Socrate, che pose corpi insensibili,

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semi in ogni materia di ogni forma per forza di ogni macchina. Appresso, Democrito, che pose corpi con le sole qualitá prime delle figure. Finalmente Platone ne andò a ritruovare i princípi astratti in metafisica e pose il principio ideale. Come, ad un tratto ed anche a rovescio, scese dal cielo in petto ad Omero cotanta sapienza riposta desiderata da esso Platone? Dopo Omero certamente venne la poesia drammatica o sia rappresentativa, e cominciò sí rozzamente, come senza dubbio ci si narra della sua origine, che villani con le facce tinte di fecce d’uve, nel tempo delle vendemmie sopra i carri motteggiavano la gente. Da quale scuola dunque, ove s’insegnava solamente di eroica poesia, apprese, tanto tempo innanzi, Omero tanta arte che, dopo esser salita la Grecia in un sommo lustro di filosofi, di storici, d’oratori, non vi surse mai alcun poeta che potessegli tener dietro se non per lunghi intervalli? Le quali aspre difficultá non si possono solvere che per gli nostri sopra ragionati princípi di poesia.

Capo xxii
Come i princípi delle scienze riposte
ritruovati dentro le favole omeriche.

[298] Perché, per venire gli uomini alle sublimi metafisiche ed alle morali quindi ragionate, la provvedenza cosí permise regolarsi le cose delle nazioni: che, come gli uomini particolari naturalmente prima sentono, poi riflettono, e prima riflettono con animi perturbati da passioni, poi finalmente con mente pura; cosí il genere umano prima dovette sentire le modificazioni de’ corpi, indi riflettere a quelle degli animi e finalmente a quelle delle menti astratte. Qui si scuopre l’importante principio di quello: che ogni lingua, per copiosa e dotta che ella si sia, incontra la dura necessitá di spiegare le cose spirituali per rapporto alle cose de’ corpi. Ove dentro si scuopre

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la cagione della invano finoggi desiderata sapienza de’ poeti teologi, la quale si avvertisce dentro le occasioni e le comoditá, le quali, congiunte con la riverenza che naturalmente si porta alla religione ed all’antichitá, che quanto è piú oscura è piú venerabile, le favole diedero a’ filosofi di innalzarsi a meditare e, insieme, spiegare le loro scienze riposte. Onde essi diedero alle favole interpetrazioni o fisiche o morali o metafisiche o di altre scienze, come loro o l’impegno o ’l capriccio ne riscaldasse le fantasie: sicché essi piú tosto, con le loro allegorie erudite, le finsero favole. I quali sensi dotti i primi autori di quelle non intesero né, per la loro rozza ed ignorante natura, potevano intendere: anzi, per questa istessa loro natura, concepirono le favole per narrazioni vere, come sopra dicemmo, delle loro divine ed umane cose.

[299] Cosí, per trattenerci in esempli de’ nostri stessi princípi, d’interpetrazion fisica son quelle: il Caos per gli poeti teologi egli fu la confusione de’ semi umani: poi questa voce, oscuratasene la propia idea, diede il motivo a’ filosofi di meditare nella confusione de’ semi della natura universale ed insiememente l’aggio di spiegarla col nome «Caos». Cosí Pane, che per gli poeti significò tutta la natura degli uomini cosí ragionevoli come mescolata di ragionevoli e di bestiali, fu preso da’ filosofi a significare la natura universale delle cose. Cosí Giove, che a’ poeti fu il cielo che fulmina — onde agli atterriti giganti, ovunque guardassero, parve di vedere Giove, laonde essi si nascosero sotto i monti, — diede motivo ed aggio a Platone di meditare nella natura dell’etere, che penetra e muove tutto, e fermare la sua circompulsione su quel motto:

Iovis omnia plena.

[300] Per esemplo d’interpetrazion morale, la favola di Tizio gigante, eternalmente depredato il fegato e ’l cuore dall’aquila, che per gli poeti volle dire la terribile e spaventosa superstizion degli auspíci, fu ella acconcia ad esser presa da’ filosofi per significare i rimorsi della rea coscienza.

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[301] Finalmente per esempli d’interpetrazion metafisica: l’eroe de’ poeti, che, generato con gli auspíci di Giove, era perciò creduto da’ poeti teologi d’origine divina, diede occasione ed aggio di meditare e spiegare il loro eroe a’ filosofi: che fosse quello in cui, per forza della meditazione dell’eterne veritá, che insegna la metafisica, divenisse di una natura divina, per la quale naturalmente operasse con virtú. E quel Giove, che, co’ primi fulmini, chiamò pochi de’ giganti, come pochi in quel loro stupore dovettero essere i risentiti, a riceversi all’umanitá — onde vi riuscirono signori sopra i molti stupidi, che non vi si ricevettero che con la fuga de’ mali che loro portavano i licenziosi violenti di Obbes, che furono ricevuti da’ signori come da servi (onde le repubbliche aristocratiche furono dette «governi di pochi», come sopra si è divisato) — fu trasportato a quel Giove che a pochi dá la buona indole di divenire filosofi, e se ne impropiò il motto:

...Pauci, quos aequus amavit

Iupiter. In sí fatte guise Urania, che per gli poeti fu l’osservatrice del cielo per prendere gli auspíci a fin di celebrare le nozze con la volontá di Giove — il perché è figliuolo d’Urania Imeneo, dio delle nozze sollenni — ne’ tempi eruditi diventò l’astronomia, che noi sopra abbiam dimostro essere stata la prima di tutte le scienze riposte.

[302] Per le quali cagioni tutte, onde Platone omerizzò, Omero fu creduto platonizzare. Perché Platone sempre proccurò di spiegarsi con termini della volgare sapienza per far servire la sua filosofia riposta alle leggi; onde dalla sua Accademia quanti scolari uscirono furono tanti eroi della Grecia: quando dal Portico di Zenone non uscí altro che tumore e fasto, e dall’Orticello di Epicuro altro che buon gusto e dilicatezza. E per questa via nelle altre favole si pruova questo argomento: che, se non vi fussero state al mondo religioni, non sarebbero al mondo filosofi.

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Capo xxiii
Guisa del nascimento
della prima lingua tra le nazioni divina.

[303] Anzi senza religioni non sarebbono nate tra gli uomini né meno le lingue per quello che sopra si è ragionato: che non possono gli uomini avere in nazion convenuto se non saranno convenuti in un pensiero comune di una qualche divinitá. Onde dovettero le lingue necessariamente incominciare appo tutte le nazioni d’una spezie divina. Nel che, come abbiamo nel libro antecedente dimostro per l’idee, cosí qui truoviamo che per le lingue si distinse l’ebrea da quella delle genti: che l’ebrea cominciò e durò lingua d’un solo Dio; le gentilesche, quantunque avessero dovuto incominciare da uno dio, poi mostruosamente andarono a moltiplicarsi tanto, che Varrone giugne tra le genti del Lazio a noverarne ben trentamila, che appena tante sono le voci convenute che oggi ne compongono i grandi vocabolari.

[304] La guisa del lor nascimento, o sia la natura delle lingue, troppo ci ha costo di aspra meditazione; né, dalCratilo di Platone incominciando (del quale in altra opera di filosofia ci siamo con error dilettati), insino a Volfango Lazio, Giulio Cesare Scaligero, Francesco Sanzio ed altri ne potemmo in appresso mai soddisfare l’intendimento: talché il signor Giovanni Clerico, a proposito di simiglianti cose nostre ragionando, dice che non vi sia cosa in tutta la filologia che involva maggiori dubbiezze e difficultá. Perché vi voleva una fatiga tanto spiacente, molesta e grave, quanto ella era di spogliare la nostra natura, per entrare in quella de’ primi uomini di Obbes, di Grozio, di Pufendorfio, muti affatto d’ogni favella, da’ quali provennero le lingue delle gentili nazioni. Ma, siccome noi, forse entratici, scuoprimmo altri princípi della poesia e truovammo

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le prime nazioni essere state di poeti, in questi stessi princípi ritruovammo le vere origini delle lingue.

[305] Scuoprimmo i princípi della poesia in ciò: che i primi uomini senza niuna favella dovettero come mutoli spiegarsi con atti muti o con corpi che avessero naturali rapporti all’idee che volevano essi significare, come per questo esemplo: per significar l’«anno», non avendo essi convenuto ancora in questo vocabolo, del quale poi si serví l’astronomia per significare l’intiero corso del sole per le case del Zodiaco, eglino certamente nella loro etá villereccia dovettero spiegare col fatto piú insigne che a’ contadini in natura ciascun anno adivenga, per lo quale essi travagliano tutto l’anno; e, nell’etá delle genti superstiziose (come ancor sono ora gli americani, che ogni cosa grande, a misura della loro capacitá, credono e dicono essere dio), come assolutamente egli è un grande ritruovato dell’industria umana le messi, avessero con una falce o col braccio in atto di falciare fatto cenno di avere tante volte mietuto quanti anni volevano essi significare, e di quei primi uomini che avevano ritruovato le messi, per quello che sopra ragionammo de’ caratteri poetici, fecero carattere divino Saturno. E cosí Saturno fu dio del tempo appo latini nello stesso sentimento che fu chiamato Χρόνος da’ greci; e la falce di Saturno non piú miete vite di uomini, ma miete messi; le ale, non perché il tempo voli. Le quali allegorie morali ragionate nulla importavano a’ primi uomini contadini, che volevano comunicar tra essoloro le loro iconomiche faccende; ma era insegna che l’agricoltura e, per quella, i campi colti erano in ragione degli eroi, perché essi soli avevano gli auspíci. A questa guisa, tutti i tropi poetici de’ ritruovatori delle cose per le cose medesime ritruovate, che sono allogati sotto a spezie della metonimia, si scuoprono essere nati dalla natura delle prime nazioni, non da capriccio di particolari uomini valenti in poesia.

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Capo xxiv
Guisa delle prime lingue naturali
ovvero significanti naturalmente.

[306] Piú s’innoltra la meditazione, e si truova che questi parlari furono i piú propi, sulle false idee de’ fondatori delle gentili nazioni: che le cose necessarie o utili al genere umano, per ciò che ragionammo qui sopra della poesia divina, credettero essere sostanze, e sostanze animate e divine, onde provennero a’ poeti ultimi Giove per lo cielo che tuona, Saturno per la terra seminata, Cerere per lo grano e i trentamila dèi di Varrone. Sopra la quale falsa ipotesi o credenza può esser vera quella tradizione della quale comunemente pur fanno menzione i filologi: che i primi parlari significavano per natura. E quindi si tragge altra dimostrazione della veritá della religion cristiana: che Adamo, illuminato dal vero Dio, impose i nomi alle cose dalla loro natura: però non poté per via di sostanze divine (perché intendeva la vera divinitá), ma di naturali propietá. Onde è che la lingua santa non ha la vera divinitá replicata giammai, e, nell’istesso tempo, vince di sublimitá l’eroica del medesimo Omero.

Capo xxv
Guisa del nascimento
della seconda lingua delle nazioni eroica.

[307] Ne’ tempi appresso, dileguata la falsa oppenione sulla quale si era fantasticato dalle nazioni che ’l frumento fosse dio, e cosí essendo divenuto trasporto per metonimia quello che era stato creduto vocabolo naturale, [è da credere] avessero i villani eroi

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fatto l’istesso atto alquante volte per avventura, a fin di significare tante spighe prima, poi tante messi, finalmente tanti anni: perché le spighe sono piú particolari, le messi hanno pur corpo, ma l’anno è astratto. A questa fatta, tutti i tropi poetici della parte per lo tutto, che son posti sotto la spezie della sineddoche, si ritruovano aver dovuto essere i primi parlari delle nazioni, le quali dovettero incominciare ad appellar le cose dalle prime e principali loro parti; le quali cose andandosi poi piú componendo, i vocaboli delle parti passarono da se stessi a significare gl’intieri. Come quella del «tetto» per la «casa»: perché per gli primi abituri non bisognava altro che fieno o paglia per coprimento; onde restarono agl’italiani dette «pagliare»: appunto come nella legge delleXII Tavole, dalla qual viene l’azione «Tigni iuncti» — quali, a’ primi tempi, dovettero essere travicelli, che soli bisognavano per la materia delle capanne, — poi coi costumi del comodo umano, «tignum» passò da se stesso a significare tutta la materia che bisogna all’architettura per un edificio.

[308] Appresso, ritruovati i parlari convenuti fra le nazioni, i poeti della terza etá, i quali certamente tra’ greci (e poco appresso osserveremo appo i latini [e] per uniformitá di ragione appo tutte le nazioni antiche) scrissero prima de’ prosatori, avessero detto, come Virgilio:

Postaliquot mea regna videns miraboraristas

lo che dimostra l’infelicitá dello spiegarsi delle prime genti latine per la cortezza delle loro idee e per la loro povertá de’ parlari. Finalmente avessero detto, con alquanto di piú spiegatezza:
Tertia messis erat:

come ancor oggi i villani del condato fiorentino numerano tre anni, per esemplo, con dire: «Abbiam tre volte mietuto».

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Capo xxvi
Guisa come formossi la favella poetica che ci è giunta.

[309] In cotal guisa dalla lingua muta de’ bestioni di Obbes, semplicioni di Grozio, solitari di Pufendorfio, incominciati a venire all’umanitá, cominciossi tratto tratto a formare la lingua di ciascheduna antica nazione, prima delle volgari presenti, poetica. La quale, doppo lungo correre di secoli, si truovò appo i popoli primieri, ciascuna, in tutto il suo corpo nel quale ci provenne, composta di tre parti, come ora l’osserviamo, di tre spezie diverse.

[310] Delle quali la prima è [di] caratteri di false divinitá, nella quale entrarono tutte le favole degli dèi: de’ quali laTeogonia di Esiodo, che visse certamente innanzi d’Omero, è un glossario della prima lingua di Grecia, siccome i trentamila dèi di Varrone sono un vocabolario della prima lingua del Lazio. Che Omero istesso, in cinque o sei luoghi di tutti e due i suoi poemi, ove fa menzione di una lingua antica di Grecia, che si era parlata innanzi de’ suoi eroi, la chiama «lingua degli dèi». Alla qual lingua corrispondono i geroglifici degli egizi, overo i loro caratteri sagri, de’ quali s’intendevano i soli sacerdoti, che Tacito, quasi odorando queste nostre cose, chiama «sermonem patrium», parlar natio di quell’antichissima nazione: talché, appo gli egizi, greci e latini, sí fatti parlari divini dovettero essere ritruovati da’ poeti teologi, che furono quelli della prima etá poetica, che fondarono queste tre nazioni.

[311] La seconda è di caratteri eroici, la qual contiene tutte le favole eroiche ritruovate dalla seconda etá poetica, che fu quella de’ poeti eroi, che vissero innanzi di Omero. E, frattanto si formava la lingua divina e la lingua eroica, nascendo e moltiplicando i parlari articolati, si andò formando la terza parte della terza spezie, quale è di parlari per rapporti o trasporti naturali, che dipingono descrivendo le cose medesime che si

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vogliono esprimere. Della qual lingua si ritruovarono giá forniti i popoli greci a’ tempi di Omero, con la differenza che anche oggi si osserva nelle lingue volgari delle nazioni: che sopra una stessa idea parlasse piú poetico un popolo che un altro di Grecia. Da’ quali tutti ne scelse Omero i migliori per tesserne i suoi poemi: onde avvenne che quasi tutti i popoli della Grecia, ciascuno avvertendovi de’ suoi natii parlari, ognun pretese essere Omero suo cittadino.

[312] Alla stessa fatta Ennio dovette fare de’ parlari del Lazio, che riteneva ancor molto del barbaro: come certamente Dante Alighieri, nel cominciarvisi a mitigar la barbarie, andò raccogliendo la locuzione della suaDivina Comedia da tutti i dialetti d’Italia. Onde, come nella Grecia non provenne poeta maggior d’Omero, cosí nell’Italia non nacque poeta piú sublime di Dante, perché ebbero entrambi la fortuna di sortire incomparabili ingegni nel finire l’etá poetica d’entrambe le nazioni.

Capo xxvii
Altri princípi di ragion poetica.

[313] Ed acciocché le cose qui ragionate, particolarmente di Omero si ravvisino esser vere, con isgombrare ogni nebbia con che la fantasia aggravi la nostra ragione, bisogna qui ritendere alquanto di quella forza che femmo sul principio alle nostre nature addottrinate per entrare in quelle de’ semplicioni di Grozio, perché s’intenda che non solo da noi non si dá alcuna taccia ad Omero, ma con metafisiche pruove egli, sopra essa idea della ragion poetica, si dimostri padre e principe di tutti i poeti, non meno che per lo merito, per l’etá.

[314] Imperciocché gli studi della metafisica e della poesia sono naturalmente opposti tra loro: perocché quella purga la mente dai pregiudizi della fanciullezza, questa tutta ve l’immerge e rovescia dentro; quella resiste al giudizio de’ sensi, questa ne

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fa principale sua regola; quella infievolisce la fantasia, questa la richiede robusta; quella ne fa accorti di non fare dello spirito corpo, questa non di altro si diletta che di dare corpo allo spirito: onde i pensieri di quella sono tutti astratti, i concetti di questa allora sono piú belli quando si formano piú corpolenti; ed insomma quella si studia che i dotti conoscano il vero delle cose sceveri d’ogni passione, e, perché sceveri d’ogni passione, conoscano il vero delle cose: questa si adopera indurre gli uomini volgari ad operare secondo il vero con macchine di perturbatissimi affetti, i quali certamente, senza perturbatissimi affetti, non l’opererebbono. Onde in tutto il tempo appresso, in tutte le lingue a noi conosciute non fu mai uno stesso valente uomo insiememente e gran metafisico e gran poeta, della spezie massima de’ poeti, nella quale è padre e principe Omero. A cui Plutarco, come fa il paralello di Cicerone con Demostene, seguitato in ciò da Longino, non degnò porre al confronto Virgilio, come anche in ciò Longino ha seguito Plutarco, che che ne dica in contrario Macrobio. E, perché alcuno non ci opponga che Dante fu il padre e principe de’ poeti toscani e, insiememente, dottissimo in divinitá, rispondiamo che, essendo venuto egli nell’etá de’ favellari poetici dell’Italia, che nacquero nella di lei maggior barbarie de’ secoli nono, decimo, undecimo, duodecimo (lo che non avvenne a Virgilio), se non avesse saputo affatto né della scolastica né di latino, sarebbe riuscito piú gran poeta, e forse la toscana favella arebbe avuto da contrapporlo ad Omero, che la latina non ebbe.

[315] E tutto ciò che de’ princípi della ragion poetica abbiam qui detto ne compruovi che la provvedenza è la divina maestra de’ príncipi de’ poeti. Di che, per lasciare gli altri molti in esso altrove avvertiti, due luoghi d’Omero nell’Odissea a meraviglia il compruovano che Omero fiorí in tempo che la riflessione o sia la mente pura era ancora una facultá sconosciuta: onde ora è detta «forza sacra» o sia nascosta quella di Telemaco, ora «vigore occulto» quella di Antinoo. E dapertutto i suoi eroi «pensano nel loro cuore», «ragionano nel loro

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cuore», e piú di tutti il piú prudente, Ulisse, solo sempre «col suo cuore consiglia»: onde sono quelle poetiche espressioni rimasteci «movere», «agitare», «versare», «volutare corde» o «pectore curas», e in volgar latino sino a’ tempi di Plauto dicevano «cor sapere», onde restarono «cordatus» per «prudente», «socors» per «iscuorato», «vecors» per «iscempione», e presso alla migliore etá della lingua Scipione Nasica fu appellato «corculum senatus», perché ne fu, per comun parere di tutti, giudicato il piú sappiente.

[316] Le quali maniere di pensare gli eroi greci, di parlare i latini non possono non convenire che sopra questa natura: che gli eroi non pensavano senza scosse di grandi e violente passioni, onde essi credevano pensare nel cuore; che ora noi intendere appena possiamo, affatto immaginar non possiamo. E pure questa è una particella della natura de’ primi uomini gentili, nudi affatto di ogni lingua, ne’ quali, sul cominciar questa Scienza, andammo a ritruovare i princípi del diritto naturale delle genti. Ma tuttavia pur oggi, per ispiegare i lavori della mente pura, ci han da soccorrere i parlari poetici per trasporti de’ sensi, come «intelligere» per «conoscere con veritá», donde è esso «intelletto», che è «sceglier bene», detto de’ legumi, onde è esso «legere»; «sentire» per «giudicare», «sententia» «giudizio», che è propio de’ sensi; «disserere» per «discorrere» o «ragionare», che è «sparger semi per indi raccogliere»; e, per finirla, esso «sapere», onde è detta «sapientia», che è del palato, «dar il sapore de’ cibi».

Capo xxviii
Si ritruova la vera origine delle imprese eroiche.

[317] Ora, ripigliando il filo della nostra tela, dal ragionato esemplo di numerare gli eroi contadini nella loro etá poetica le messi per gli anni si scuoprono tre grandi princípi di cose.

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De’ quali uno è dell’imprese eroiche, da cui dipende la cognizione d’importantissime conseguenze intorno alla scienza del diritto naturale delle genti.

[318] Imperciocché bisogna che a tutti coloro che hanno delle imprese ingegnose ragionato, ignari affatto delle cose di questa nuova Scienza, la forza del vero avesse loro fatto cader dalla penna che le chiamassero «imprese eroiche», le quali gli egizi chiamarono «lingua simbolica» o sia per metafore o immagini o simiglianze. La qual lingua anche essi riferiscono essersi parlata nel tempo de’ loro eroi; ma noi qui pruoviamo essere stata comune di tutte le nazioni eroiche sparse per l’universo.

[319] Imperciocché nella Scizia il di lui re Idantura a Dario il maggiore, che gli aveva intimata per ambasciadori la guerra, siccome oggi farebbe il Persiano al Tartaro, che tra loro confinano, manda in risposta una ranocchia, un topo, un uccello, un aratro ed un arco, volendo per tutte queste cose dire che Dario contro la ragione delle genti gliel’arebbe portata.

[320]i. Perché esso Idantura era nato nella terra della Scizia, come le ranocchie nascono dalle terre dove esse si ritruovano: con che dinotava la sua origine da quella terra essere tanto antica quanto quella del mondo. Sicché la ranocchia d’Idantura è appunto una di quelle nelle quali i poeti teologi ci tramandarono gli uomini essersi cangiati nel tempo che Latona partorí Apollo e Diana presso le acque, che forse vollero dire del Diluvio.

[321]ii. Che esso nella Scizia si aveva fatto la sua casa o sia gente, come i topi si fanno le tane nelle terre dove sono essi nati.

[322]iii. Che l’imperio della Scizia era suo, perché ivi esso aveva gli auspíci. Talché per l’uccello d’Idantura un re eroico di Grecia arebbe mandato a Dario due ale, un re eroico latino gli arebbe risposto: «auspicia esse sua».

[323]iv. Quindi che ’l dominio sovrano de’ campi della Scizia era pur suo, perché esso vi aveva doma la terra con ararla.

[324]v. Finalmente che per ciò esso vi aveva il diritto sovrano dell’armi per difendere le sue sovrane ragioni con l’arco.

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[325] Con la lingua, con cui parla la gente eroica della Tartaria, parla appunto Tearco, re di Etiopia. Il quale a Cambise, che pur gli aveva intimata per ambasciadori la guerra (nella quale esso Cambise perí), i quali avendogli presentato da parte del loro re molti vasi d’oro, Tearco, non riconoscendone alcuno naturale uso, gli rifiutò, e comandò gli ambasciadori che ragguagliassero il loro re di ciò che esso faceva loro vedere. E tese un grande arco e ’l caricò di una pesante saetta, volendo significare che esso gli arebbe di persona presentato la forza, perché non l’oro ma la virtú facesse tutta la stima de’ príncipi: che potrebbe portarsi in una sublime impresa eroica, rappresentante vasi d’oro per terra rovesciati e un braccio nerboruto che avventa con un grand’arco una gran saetta. La quale è sí spiegante col solo corpo, che non ha di nulla bisogno di motto che l’animi: che è l’impresa eroica in sua ragion perfettissima, siccome quella che è un parlare muto per atti o segni corporei, ritruovato dall’ingegno, nella povertá de’ parlari convenuti, necessitato, quanto è dalla guerra, a spiegarsi.

[326] Simigliante ad un tal parlare d’Idantura e di Tearco fu ordinariamente quello degli spartani, proibiti saper di lettere, i quali, anche dopo ritruovati i parlari convenuti e le lettere, parlavano cortissimo, come ognun sa: quegli spartani che dicono comunemente i filologi aver conservato assaissimo de’ costumi eroici di Grecia. Come di quello con cui lo spartano allo straniero che si meravigliava come Sparta non era cinta di mura, come non lo furono tutte le cittá eroiche di Grecia per testimonianza di esso Tucidide, rispose additando il petto: con che, anche senza articolar voce umana, poté fare intendere allo straniero questo sublime sentimento, del quale, vestito con parole convenute, ogni gran poeta eroico si pregiarebbe:

Son le mura di Sparta i petti nostri.

Il qual sentimento con parlari dipinti sarebbe una grande impresa eroica, rappresentante un ordine di usberghi eroici con questo motto: «Mura di Sparta»; la qual impresa significarebbe

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non solo che le vere armerie sono i forti cittadini, ma ancora che la salda ròcca de’ regnanti è l’amore de’ sudditi. Cosí quell’altro con cui lo spartano ad altro straniero che voleva sapere fin dove Sparta stendeva i confini, avventando un’asta, rispose: — Fin dove questa si stende: — delle quali parole poteva far guadagno, se non pur lo fece, e farsi intendere senza parlare. Del qual sentimento, vestito di parole, Omero, Virgilio, Dante, Ariosto, Torquato non potrebbero formarne uno piú grande quanto egli sarebbe questo:

Dove giugne quest’asta è nostro impero;

e l’istesso, dipinto, si cangerebbe in questa sublime impresa: un braccio che avventa un’asta col motto: «Confini di Sparta».

[327] Dal natural costume degli antichi sciti, etiopi e, tra’ greci, degl’illitterati spartani, non è punto dissimigliante quel de’ barbari latini, che traluce nella storia romana, in cui deve essere un’impresa eroica quella di una mano che con una bacchetta tronca cime di papaveri che sovrastano ad altre umili erbette, con la quale rispose Tarquinio Superbo al figliuolo che aveva mandato da essolui a consigliarsi che esso si dovesse fare in Gabi, cioè che uccidesse i principali della cittá. La qual istoria o è del tempo piú antico delle genti latine, attaccata al Superbo, perché tal risposta, nel tempo de’ parlari convenuti, è anzi pubblica che secreta; o a’ tempi del Superbo si parlava ancora in Roma con caratteri eroici.

[328] Per le quali cose dette si dimostra ad evidenza nell’imprese eroiche contenersi tutta la ragion poetica, la quale si riduce qua tutta: che la favola e l’espressione sieno una cosa stessa, cioè una metafora comune a’ poeti ed a’ pittori, sicché un mutolo senza l’espressione possa dipignerla.

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Capo xxix
Altri princípi della scienza del blasone.

[329] Il secondo principio è quello della scienza del blasone, che si truova essere la prima lingua del diritto naturale delle genti, che noi, sull’incominciare, dicemmo bisognarvi per ragionare con iscienza de’ suoi princípi. Il parlare del qual diritto fu il celebre «fas gentium», che, chiamando Giove in testimone ad alta voce nell’intimare le guerre e concepire le paci, gli araldi latini gridavano: — «Audi, Iupiter, audi fas»; — che era un parlare sollenne e certo per segni manifesti e naturali, qual è appunto il parlar dell’imprese eroiche, che è una lingua dell’armi, con cui spiegano i manifesti, co’ quali rispondono Idantura a Dario, Tearco a Cambise. Onde da se stessa esce in primo luogo e si scuopre la vera origine dell’imprese gentilizie, che furono una certa lingua armata delle famiglie: le quali imprese furono innanzi l’araldiche, siccome i nomi delle attenenze o i casati furono innanzi delle cittá e le cittá innanzi delle guerre, nelle quali combattono le cittá. Perché certamente gli americani, che si governano ancor per famiglie, dagli ultimi viaggiatori si osservano usare i geroglifici, co’ quali si distinguono tra loro i capi di esse: onde tale si dee congetturare essere stato il loro primo uso appresso le antiche nazioni.

Capo xxx
Nuova scoverta dell’origini delle insegne gentilizie.

[330] Ed invero i princípi della scienza del blasone, sui quali all’ingegno di taluni si è applaudito finora che le imprese nobili sieno uscite dalla Germania col costume de’ tornei per meritare l’amore delle nobili donzelle col valore dell’armi, agli

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uomini di acre giudizio facevano rimorso di acconsentirvi, tra perché non sembrano aver potuto convenire a’ tempi barbari ne’ quali si dicon nati, quando popoli feroci e crudi non potevano intendere questo eroismo di romanzieri; e perché non ne spiegano tutte le apparenze e, per ispiegarne alcune, bisogna sforzar la ragione.

[331] Le parti che compongono l’intiera iconomia di questa scienza sono scudi, campi, metalli, colori, armi, corone, manti, fregi, tenenti, le quali tutte si ritruovano esser parlari dipinti de’ tempi eroici significántino ragioni di signoria. Perché, primieramente, egli è necessario che le antiche attenenze o case, che furono le genti maggiori, avessero preso i nomi da quelle terre ove esse case si ritruovano piantate e, per le genealogie de’ loro maggiori, che vi avevano, come ivan morendo, seppelliti, erano accertati esserne essi i sovrani signori per quegli auspíci che i loro ceppi avevano seguíti nell’occuparle vacue. Onde «terrigenae» agli ateniesi ed «ingenui» a’ romani significarono da prima «nobili»; appunto come ne’ tempi barbari ritornati gran parte delle nobilissime case, e le sovrane quasi tutte, prendono il nome dalle terre da loro signoreggiate; onde pure agli spagnuoli restò «casa solariega», o sia di suo solaro o campo, per dire «casa nobile». Da sí fatte case piantate in certe terre con sí fatte attenenze overo genti da’ latini i nobili si dissero «gentiles», perché essi soli da prima, come pur Livio il narra, avevano la gente; ed altronde appo gl’italiani, francesi, spagnuoli restò «gentiluomo» a significar «nobile». E per rigore di legge araldica non possono alzare impresa altri che i soli nobili; e quindi ancora si dissero «genti d’armi» i soldati, perché prima i soli nobili, ch’avevano la gente, avevano il diritto dell’armi: onde dopo a noi ne’ diplomi reali antichi restò «miles» per «nobile».

[332] Per tutto ciò, nello scudo, che è il fondamento dell’impresa gentilizia, quello che si spiega si dice «campo», il quale è propiamente «terra arata» e poi passò a significare «terra ingombrata da alloggiamenti e da battaglie». Perché le genti maggiori, che, con ararle, avevano ridotte le prime terre a’

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campi di semina, fecero le medesime campi d’arme, quando le difesero dagli empi ladroni delle biade o delle messi, che essi signori uccidevano sopra il furto; e l’imprese restarono egualmente a significare i nomi delle case nobili e i fatti d’armi, e gli scudi se ne dicono «armi», come lo sono di difesa, e «divise di nobiltá».

[333] Con sí fatti princípi si rende facile la significazione de’ metalli e de’ colori co’ quali si distinguono l’imprese nobili.

[334] L’oro è ’l piú nobile de’ metalli, ma quello che da prima significò l’oro de’ poeti, il frumento: come a’ romani restò di dare in premio a’ forti soldati certa misura di farro, che fu il primo frumento romano. Cosí il piú nobile di tutti i colori è l’azzurro, significante il colore del cielo, dal quale furono presi i primi auspíci, co’ quali furono occupate le prime terre del mondo; onde vennero le insegne reali ne’ secoli barbari, quali si veggono ornate in capo con tre penne, e ne restarono le penne a’ cimieri d’insegne nobili: talché il colore azzurro significa signoria sovrana ricevuta da Dio.

[335] I rastelli, de’ quali in gran copia sono caricati gli scudi nobili, significano gli antenati aver dome le loro terre; e i vari, che son pure frequenti divise di nobiltá, significano i solchi delle terre arate, da’ quali nascono gli uomini armati di Cadmo, che egli seminò co’ denti dell’ucciso serpente, volendo dire con legni duri curvi, co’ quali dovettero le terre essere arate innanzi di truovarsi l’uso del ferro, che, con bella metafora, dissero «denti della gran serpe» (della terra); e ’l «curvo» si disse «urbum», da «urbs», a’ latini.

[336] Perché le fasce e le bande si è detto pure innanzi da altri che fossero le spoglie de’ nimici, delle quali i soldati vittoriosi caricavano i loro scudi in segno del loro valore. Siccome certamente tra’ romani i soldati che si erano segnalati ne’ fatti d’armi solevano i premi loro distribuiti da’ loro imperadori riportare sopra gli scudi, tra’ quali i piú riputati erano l’aste pure o non armate di ferro, quali erano state quelle con che armeggiarono gli eroi innanzi di sapersi l’uso del ferro: come armeggiavano i barbari con aste d’alberi bruciate in punta, perché

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fossero aguzze a ferire, che i romani storici dicono «praeustas sudes», con le quali appunto furono ritruovati armeggiare nella loro scoverta gli americani. Onde ci vennero tra’ greci Minerva, Pallade, Bellona armate d’asta; appo i latini Giunone e Marte appellati «quirini» da «quiris», «asta», e «Quirino» Romolo; come gli eroi, appo Omero e Virgilio, armati d’aste; e l’asta restò armadura propia spartana, la gente eroica di Grecia; e ne’ tempi barbari ritornati solo le genti d’arme, overo i nobili, armeggiaron con esse: il qual costume oggi è restato loro ne’ soli tornei. Talché queste aste devono essere i pali, che frequenti si vedono nelle nobili imprese. Laonde tutti gli scudi caricati di sí fatte spoglie ed armi devono essere state veramente imprese eroiche dell’etá nuda di lingue, che con essi corpi parlavano.

[337] Degli altri colori è piú ragionevole che i Germani l’avessero essi da queste loro antichissime origini. De’ quali certamente, come anche de’ Galli e de’ britanni, racconta la storia romana che i príncipi di queste nazioni, per esser forse cospicui nelle battaglie, guerreggiavano con gli scudi dipinti e con vesti di vari colori, i quali, in abiti sí fatti menati in trionfo, davano la piú bella veduta al popolo romano spettatore.

[338] I manti dell’imprese dovettero appo gli eroi essere quelle che si dissero da’ latini «personae» — non giá da «personare», co’ volgari etimologi, dal rimbombare la voce dell’istrione dentro la maschera, acciocché fosse udito da tutto il teatro, onde la maschera fosse detta «persona» (la quale origine non conviene a piccioli teatri de’ popoli ancor minuti); — ma da «personari», che, come noi altrove ritruovammo, significa «vestirsi di pelli di fiere uccise». Quale certamente ci fu dipinto Ercole coverto della pelle del leone, ed altri eroi, appo Omero e Virgilio, vestono pelli d’orsi e di tigri: delle quali ultime fiere le macchiate pelli i sovrani poi forse cangiarono in zibbellini distinti di codette nere, come i romani nobili distinsero le loro toghe bianche con simiglianti codette di porpora, che dalla forma chiamavano «clavos». E da queste loro «persone» ne’ tempi barbari ritornati forse i grandi signori ci restarono detti «personaggi».

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Sí fatte pelli o manti eroici erano divise di nobiltá, significanti che i soli eroi avevano il diritto dell’armi, e quindi della caccia con le fiere, che fu la prima scuola delle future guerre con gli uomini: come in Germania ancor oggi serbasi questo eroico costume che la caccia è in ragione de’ soli nobili. Quindi, appo Omero, spesso circondano gli eroi i cani che i traduttori voltano «mensales», che devono essere stati cani da caccia, che imbandivano le carni selvaggine sulle mense eroiche. Queste ragionate cose possono render ragione perché de’ tempi barbari ultimi si osservano tuttavia gli scudi sembrar coverti di cuoi, le cui estremitá formano i cartocci, che loro al capo, a’ piè, a’ fianchi fanno acconcio ed ornato finimento, e a’ piedi degli scolpiti difonti nobili si osservano due cani per significare la loro nobiltá.

[339] Poté anche nel tempo delle famiglie fingersi per tenente dell’imprese gentilizie la Fama, dalla quale, come sopra si è dimostro, furono dette le famiglie, che si componevano di famoli, che sono κῆρυκες d’Omero, detti «clienti», quasi «cluenti», dall’antico «cluer», ch’è «splendor d’armi», donde gli eroi si appellano «incliti», da cui i clienti furon detti, quasi risplendenti con la gloria de’ loro incliti. Alla qual voce latina «cluer», cui somiglia il greco κλέος, «gloria», dalla quale Ercole fu detto Ἣρας κλέος, «gloria di Giunone», risponde Clio, la musa che con la tromba canta le storie degli eroi: ond’è il verbo «cluere», il «rifulgere con le armi», alla quale origine deve il suo nome certamente esso «clypeus», lo scudo.

[340] Finalmente, quando avvennero le prime turbolenze eroiche, per le quali i clienti si ammotinarono in plebi e i nobili si strinsero in ordini, sopra i quali sursero le prime cittá, alle quali per richiamarsi i plebei bisognò ritruovare le ambascerie, vennero gli ornamenti e le corone alle imprese nobili. Ché, in quella semplicitá, mandarono gli araldi cinti il capo e coverti le spalle di erba santa, che sono le verbene (con che si armavano di superstizione, perché forse era tenuta erba a’ soli nobili lecita di toccare), della qual erba vestiti, fussero sicuri tra

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essi infesti nimici. E ne restò ad essa erba il nome di «santa», d’«inviolabile», con la cui santitá furono sante le mura, che erano i primi recinti delle picciole cittá come siepi, quali si ritruovarono quelle dell’America, dalle quali mura si coglievano, come certamente gli araldi romani coglievano le verbene dalla ròcca del Campidoglio; e dalla stessa erba santa furon detti «santi» gli ambasciadori che la vestivano, «sante» le leggi che essi ambasciadori portavano.

[341] Fornirono altresí il caduceo di ale, e di ale ornarono le tempia e i piedi, come poi ne restò dipinto Mercurio, dio dell’ambascerie, per significare che venivano mandati da’ nobili, de’ quali erano gli auspíci; e ne vennero all’imprese le corone co’ raggi, che sono i lati e gli angoli delle foglie, e le frondute, che sono quelle de’ príncipi, e i lambrequini, che sono fogliami, che, cadenti da’ cimieri, cuoprono le spalle delle armi e le penne sopra essi cimieri.

Capo xxxi
Altre origini dell’insegne militari.

[342] Sopra questi princípi s’innalberarono le insegne militari, che sono una certa lingua armata delle cittá, con la quale, come prive di favella, fansi intendere tra loro le nazioni ne’ maggior loro affari del diritto naturale delle genti, che sono le guerre, le allianze, i commerzi.

[343] Quindi le aquile si dipinsero nelle insegne romane, co’ cui auspíci Romolo prese il luogo dove e’ fondò Roma. Le aquile nell’insegne greche fin da’ tempi di Omero, che poi si unirono in un corpo con due capi dappoi che Constantino fece due Rome capi dell’impero romano. Le aquile nell’insegne degli egizi, il cui Osiri fu dipinto un corpo umano col capo di aquila.

[344] Con questa condotta si può soddisfare la meraviglia di tanti lioni che alzano per imprese tante case nobili dell’Europa, tante

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cittá, tanti popoli e nazioni, e, quel che fa piú meravigliare, altri azzurri, altri d’oro, altri verdi, altri neri, i quali, siccome non si leggono nella naturale, cosí difficilmente ci narrano alcuna storia civile, senonsé quelli significano le terre o prese con gli auspíci del cielo o ridotte alla coltura, di cui sono i tre colori: nero nel seminarsi, verde nel germogliare, d’oro nel raccôrne le messi. Perché in uno sformato numero le prime cittá furono dette «are», come si può osservare nell’antica geografia per una stessa idea di fortezza, onde «ari» in lingua siriaca significa «lione», dal quale essa Siria fu detta Aramia o Aramea, di cui tutte le cittá furono dette «Aram», con l’aggiunta del propio di ciascheduna o innanzi o dopo, come osserva il Cellari. Ed ancor oggi nella Transilvania si dicono «Are de’ Cicoli» le cittá abitate da un’antichissima gente unna, tutta di nobili, che, unitamente con due altre d’ungari e sassoni, compongono tutta quella nazione. E nel cuor dell’Affrica ci restarono, appo Sallustio, famose le «are de’ fratelli Fileni», detti i confini dell’imperio cartaginese e del regno cirenaico. Da un simigliante «ari», lione siriaco, forse Marte, appo greci, fu detto Ἄρης; e, come «aram» appo i siri fu il nome generale delle cittá, cosí appo i latini universalmente la cittá fu appellata «urbs», che diede la sua origine alla voce antica «urbum», la curvatura dell’aratro, nelle cui prime sillabe entra la voce «ara». Talché, se Ercole egli uccise il lione di cui vestiva la pelle, senza dubbio il lione, il quale col fuoco che vomita brucia la selva nemea, ucciso da Ercole, dovette in lingua eroica significare in altra parte di Grecia quello che in altra parte significarono le serpi che Ercole uccide bambino in culla (cioè sul nascente eroismo), in altra l’idra, in Esperia il dragone. E ’l dragone d’Esperia vomita fiamme, e l’idra è uccisa con fuoco, come il lione nemeo con le sue fiamme dá fuoco a quella selva: le quali favole tutte debbono significare una spezie di fatiga di vari Ercoli greci, cioè la selva della terra ridotta col fuoco a coltura, come pur ora i nostri villani col fuoco sboscano le selve che vogliono seminare.

[345] Con questo antichissimo linguaggio dell’armi si spiegano

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le imprese pubbliche, le quali si caricano o si fregiano con dragoni: dipinti spinosi e squallidi, qual era la gran selva della terra; sempre vegghianti, come l’idra recisa sempre in piú capi ripullula e vive; con la pancia solcata dai solchi di Cadmo tra le quali bellissima è quella dello Stato di Melano, celebre reggia de’ goti, che alza la nobilissima casa Visconti, che è un dragone che divora un fanciullo, appunto quale il Pitone (che è la gran selva incolta della Grecia, e forse l’Orco de’ poeti, che divora gli uomini della vita bestiale, che non lasciano con le certe discendenze niuna memoria di sé), che poi fu ucciso da Apollo, eternatore de’ nomi, come si è detto; — e i dragoni nell’imprese armati di ale, che, come tante volte abbiam detto, furono insegne di eroi.

Capo xxxii
Origini eroiche dell’insigne ordine
del toson d’oro e del blasone reale di Francia.

[346] Come di due dragoni che vomitano fuoco fregia ben due cimieri la casa reale di Spagna, dopoi che derivossi nella casa di Austria de’ duchi di Borgogna: che devono essere due tenenti dell’insigne ordine del Toson d’oro, pendente da una collana di pietre focaie, sfavillanti fuoco, ciascuna percossa da due focili. Sicché l’ordine del Toson d’oro è una medaglia eroica del tempo di Ercole scitico, che nel Settentrione si parlava con imprese eroiche, come si è sopra dimostro che Idantura, re della Scizia, con cinque corpi, overo cinque parole eroiche, rispose a Dario il maggiore, che gli aveva intimata la guerra. La quale impresa eroica dimostra che i primi fondatori dell’augustissima casa discesero dalla Scandinavia e fin da quel tempo erano signori sovrani di terre colte, ed avevano ragione libera di predar greggi dagli stranieri, che, come si è pur sopra dimostro, da prima furono perpetui nimici; e, in

193 ―
conseguenza, che l’augustissima casa d’Austria gode una perpetuitá di quattromil’anni di sovrana signoria.

[347] Sulla quale impresa istituí l’ordine Filippo il Buono in Bruges a’ 10 gennaio l’anno 1429, per Chifflezio, cioè trecento anni addietro, che la Fiandra era ancor barbara né poteva intendere queste imprese pompose erudite: tanto piú che ancor penano i dotti ingegni ritruovarne l’allegoria; onde finora si è dubitato se tal impresa alluda al vello d’oro di Giasone, come attesta il Pietrasanta. [Ma] se alcun pur siegua a dire che questa impresa sia stata tolta per alcun duca di Borgogna dalla greca favola di Giasone, rispondiamo, domandando: da qual parte le greche favole pervennero a’ giapponesi, che fregiano da per tutto il soglio del loro imperadore di dragoni? da qual parte a’ chinesi, che ebbero fino a due secoli fa impenetrabili i lor confini agli stranieri, i cui imperadori hanno istituito un ordine di cavalieri dell’abito del Dragone?

[348] Procedendo con l’istesso ordine di combinare, dovettero nelle loro insegne esser portate tre ranocchie d’Idantura, delle quali poco sopra si è ragionato, da tre príncipi de’ Franchi, quando con l’altre nazioni scesero dalla Scandinavia: che poi si unirono in un corpo — che è ’l blasone di Francia — e, formate rozzamente, furono credute tre rospi, che appresso si cangiarono in tre gigli d’oro, che pure verso il guscio si dividono in due frondi, contro la natura di sí fatto e di ogni qualunque fiore, perché rappresentano i piedi di dietro delle ranocchie, come le tre frondi in cima [i] due piedi dinanzi e i capi. Laonde fin da Idantura, che sarebbe stato tra’ greci dal nascimento di Apollo e di Diana, nel quale gli uomini si cangiarono in ranocchie, come si è poco sopra dimostro, il blasone di Francia spiega quella real casa godere quattromil’anni di continovata sovranitá.

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Capo xxxiii
Altri princípi della scienza delle medaglie.

[349] Il terzo principio è della scienza delle medaglie, che furono geroglifici overo imprese eroiche, con le quali gli eroi conservarono le loro storie. Onde forse ebbero appo latini il nome di «monete» cheammonissero a’ vegnenti le antichitá de’ trasandati; e appo greci la moneta fu detta νόμισμα, che, quasi indovinando, Aristotile disse venire da νόμος, «legge», che fossero le monete il parlare delle prime leggi. Onde si possono osservare tante medaglie delle greche cittá, per insistere sempremai in esempli di queste istesse cose che ragionamo, nelle quali sono impresse o un’ara o una serpe o un dragone o un treppiè; donde rendevano gli oracoli i poeti overo indovini eroi. Perché i regni eroici, come vedemmo dentro la storia romana antica, tutti si contenevano negli auspici, e dal greco ne trasportò Orazio quel motto con cui chiama i treppiedi «virorum praemia fortium».

Capo xxxiv
Con la lingua dell’armi si spiegano i princípi del diritto naturale delle genti che trattano i giureconsulti romani.

[350] Conviene questa lingua dell’armi al comun costume delle antiche nazioni che ebbero di convenire armate nell’adunanze, e di convenirvi i soli eroi, che soli avevano l’imperio dell’armi, come l’abbiam dimostro qui sopra coi cureti sparsi in Italia, in Grecia, in Asia, e de’ Germani del suo tempo cel narra Tacito. Ora, perché i soli eroi avevano l’imperio dell’armi, perciò essi soli l’avevano delle leggi: le quali avendo

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essi altronde sparse di superstizione, quindi le religioni comparivano col viso dell’armi in casa, e fuori tutte di religione erano sparse le guerre, onde combattevano per gli dèi delle loro patrie, nelle quali le nazioni vinte perdevano le pubbliche religioni con perdere i loro dèi, che gli araldi avevano innanzi ad alta voce invitati ad uscirsi nello intimarle. Di sí fatto costume delle genti eroiche è forse reliquia quello delle genti cristiane: che le campane delle vinte cittá vengano tra le prime prede della guerra.

[351] In séguito di ciò, le genti vinte non potevano piú celebrare nozze sollenni e civili, perché, avendo perduti gli dèi, avevano perduti gli auspíci pubblici, co’ quali si celebravano le nozze civili e sollenni, e, sí, contraevano matrimoni naturali, onde non avevano piú patria potestá tale quale l’avevano i cittadini romani. E sí rallentossi per le provincie quell’imperio ciclopico che esercitavano i padri eroi sulle vite ed acquisti de’ loro figliuoli di famiglia.

[352] Con la perdita degli auspíci pubblici, che credevano essere la volontá degli dèi commessa all’ordine degli eroi, che in conseguenza rendeva la volontá di essi ordini sovrana con un’assoluta libertá, perdevano l’imperio delle leggi e dell’armi: sicché non potevano piú i vinti popoli convenire armati nell’adunanze. Perciò perdevano il dominio armato, che i romani dicevano «quiritario»: onde, come vivi non avevano piú patrimonio, cosí morti non lasciavano ereditá, ma quella che in romana ragione chiamasi «bonorum possessio», che è una ereditá naturale o un ammasso di tutti i beni del difonto, la quale, perché non era conosciuta dal diritto eroico de’ popoli che avevano la gente e, in conseguenza, era sconosciuta alla legge delleXII Tavole, era ministrata fuori di ordine da’ pretori.

[353] Per cosí fatte cagioni perdevano il diritto del nodo, che, nel tempo delle nazioni mute ancor di favella articolata, era un’impresa eroica significante che i domíni privati, soggetti di quel popolo che aveva suo il nodo, erano dipendenze di un dominio pubblico sovrano di sua ragione, di sua signoria, di sua libertá: che poi, ritruovati i favellari convenuti, passò nella

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formola della revindicazione, cosí conceputa: «Aio hunc fundum meum esse ex iure quiritium», nella propia significazione di questo nome di ragion civile, che è vero fondamento di tutti gli altri: — «fundus» — quale abbiamo qui sopra dimostro che è in dominio delle sovrane potestá. Laonde con tal formola «ex iure quiritium», o nel consegnare il podere con la solenne consegna del nodo, o per la consegna fatta del nodo nel vendicarlo, volevano dire che, in forza e ragione del dominio eminente, che prima i soli padri, poi tutto il popolo romano in adunanza aveva di tutto il largo fondo romano, essi privatamente avevano il dominio civile de’ poderi che consegnavano o vendicavano, i quali appellarono «praedia» con sí fatta significazione natia di tal nome di civil ragione: che col nodo de’ poderi i cittadini sono «praedes reipublicae», cioè con le robe stabili sono obbligati al pubblico erario, perché delle prime prede eroiche si composero le plebi delle prime cittá, come si è disopra dimostro. Che è la ragione, come appresso vedremo, delle gabelle overo de’ dazi, e, oltre a ciò, perché le servitú s’imponevano «praediis», che erano di natura soggetti, che perciò si dicono «iura praediorum», ma non a’ fondi, che per loro natura sono in dominio libero de’ sovrani. Onde in natura sono tre spezie e non piú di signori con tre spezie diverse di domíni sopra tre spezie diverse di cose: cioè i padroni utili, signori de’ commodi che si sostengono da’ poderi; i padroni diretti, signori de’ poderi che si sostengono da’ fondi; i sovrani, signori de’ fondi che sostengono questo mondo civile delle nazioni. E tutto ciò, per quell’autoritá di dominio commessa da Dio alle potestá civili nel governarlo. Sicché il nodo era l’impresa eroica della pubblica libertá appo tutte le antiche nazioni, come dimostreremo nella mitologia di Ercole al libro ultimo.

[354] Perché nell’etá poetica tanto era dire «popolo di suo nodo» quanto dopoi «populus suae potestatis», popolo di cui è propia δύνανις «potestas»; onde è δυναστεία «popolo che ha propia sovranitá». Come l’araldo romano per la formola di Tarquinio Prisco stipola il nodo: — «Est ne populus collatinus suae potestatis?

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» — ed i plenipotenziari di Collazia rispondono: — «Est». — Con perdere l’impresa eroica del nodo perdevano la gente e quindi anche l’agnazione, che è parte della gente, perché ciascuna famiglia è parte del casato, donde si diramò. Or, come contraevano matrimoni naturali e divenivano padri naturali de’ figliuoli, padroni naturali de’ campi con quella spezie di dominio che in ragion romana chiamasi «bonitario», cosí i popoli vinti restavano «cognati» o sien congionti per sangue, e sí per sola natura.

[355] Avendo le provincie perduti i dèi, perdevano anche il «fas deorum», o sia il parlare sagro col quale si dicevano «nuncupari vota», e quindi il parlar pubblico, che concepivano sempre con aria di religione, col qual parlare Tarquinio Prisco stese la formola della resa di Collazia, per dirla alla latina, «nuncupatis verbis», con parole sollenni di stipulazione e di accettazione, come appo Livio si può vedere. Cosí i popoli vinti, spogliati del diritto delle genti eroiche nel capo della legge delleXII Tavole contenuto: «Qui nexum faciet mancipiumque, uti lingua nuncupassit, ita ius esto», per lo quale ne’ tempi eroici né meno la vendita e compra, che è il principe de’ contratti, era osservata di buona fede, poiché nell’atto della consegna del nodo, con cui sollennemente si consegnava il venduto podere, bisognava stipulare la «dupla» perché si prestasse l’evizione — e tale era da osservarsi nelle rese delle cittá perché si osservassero i patti di esse rese, — per tutto ciò le provincie non potevano piú contraere obbligazione sollenne e civile per mezzo della stipulazione. Laonde le leggi romane, siccome dentro non assistevano a’ meri fatti di possessione (talché ne conoscevano fuori di ordine i pretori con gl’interdetti) né a’ patti non istipulati nell’atto della consegna del nodo; cosí fuori per diritto delle vittorie non assistevano alle possessioni né a’ contratti provinciali, ma i pretori gli sostenevano per equitá.

[356] Quindi e non altronde vengono i contratti che i romani giureconsulti dicono «iuris gentium», ed Ulpiano, con peso di parole, aggiunge «humanarum»: ma dagl’interpetri, con idee

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tutte opposte, si sono intesi che i romani l’abbiano ricevuti dalle nazioni libere straniere, che erano tutte barbare; perché la greca, a petto di cui essi romani si riputavano barbari, come si è sopra dimostro, era nazione loro soggetta, con la quale la gente romana non era tenuta con un diritto egualmente comune. Ma i romani, per lo diritto delle vittorie, fecero sí che tai contratti tra le nazioni ridotte in provincie non reggessero che sul pudore del vero, sulla buona fede, sull’equitá naturale. Cosí permettendo regolarsi le cose gentilesche la provvedenza, la quale i giureconsulti romani pur diffiniscono ordinatrice del diritto naturale delle genti: che, come dal loro diritto divino era nato il diritto eroico, per la ragione degli auspíci posto nella differenza delle due nature, come si è qui a lungo ragionato; cosí dal diritto eroico nascesse il diritto delle genti umane, nel quale poi finalmente il popolo romano vittorioso fosse addottrinato all’umanitá da esse provincie vinte, come il maggior corpo del diritto romano poi si compose del diritto ministrato negli editti provinciali. Appunto come i padri eroi privatamente nelle contese eroiche erano stati addottrinati a leggi piú eque dalla medesima plebe. Onde altrove osservammo che tutte le leggi tribunizie overo plebisciti sono ricolmi di naturale equitá e che, siccome la plebe romana, rinnegando l’eroismo che vantavano i padri, volle essere uguagliata con essi in civil ragione (onde in appresso il popolo comandò leggi piú conformi alla naturale equitá); cosí esso popolo romano vittorioso, spogliando dell’eroismo le genti vinte, vi uguagliò in ragione gli eroi con le plebi, che è essa ragion naturale, e ne surse per le nazioni un diritto comune a tutto il genere umano.

[357] Ma i romani príncipi finalmente, volendo nella monarchia essere essi soli distinti in civil natura, vollero nella loro persona unito tutto l’eroismo romano, cioè gli auspíci di Roma e, con gli auspíci, l’imperio dell’armi e delle leggi, e quindi la fortuna e la gloria dell’imprese, e tutto il nome e la gente romana, incominciando da Tiberio Cesare, da cui cominciò rigorosamente la romana monarchia; e sí tolsero a’ romani il

199 ―
diritto delle genti eroiche di convenire nell’adunanze col titolo di «quiriti», col quale s’intitolavano «signori dell’armi», e le trasportarono nel gabinetto. Che è la vera legge regia, con la quale il popolo romano si spogliò della sua sovranitá e consegnò il suo nodo al romano principe. E ’l diritto romano privato, essendo spogliato dell’armi, divenne veramente «nudum ius quiritium», un nudo nome, una mera sollennitá, la quale non produceva quasi veruna utilitá negli effetti: perché i romani príncipi vollero eguagliati i cittadini romani con gli uomini delle provincie; onde presero a promuovere il diritto naturale delle genti umane in quella distesa che ’l romano principe si diceva «rector humani generis» — e in volgar latino, nell’etá di Augusto e del fasto romano tutto spiegato, si diceva «orbis terrarum» per lo «’mperio romano» — e per quel fine per lo quale i príncipi cristiani si dilettano udire il titolo di «clementi». Che è la ragion politica per che le monarchie sono le piú conformi alla natura umana, e perciò la forma piú durevole degli Stati.

[358] Cosí la sapienza delle genti si andò disponendo a ricevere la sapienza de’ filosofi per mezzo di quel medesimo volgo che, come profano, prima aveva sdegnato e tenuto lontano dalla sua vana sapienza in divinitá. Perché, in conseguenza della naturale libertá che i romani lasciavano alle provincie, quelle divenivano tali appunto qual era stata la plebe romana innanzi della legge delleXII Tavole. Onde lasciarono loro tutti i modi di acquistare il dominio, perciò detti «di ragion naturale delle genti», a riserva dell’occupazion bellica e dell’usucapione: che son pure tutti modi d’acquistarlo nati privatamente appo ciascun popolo. Ché degli altri tutti Grozio pure l’avvertisce e ’l concede, e dell’occupazione ed usucapione noi qui sopra l’abbiam dimostro.

[359] Per le quali cose ragionate si può conchiudere che i romani, con la distesa delle vittorie, propagarono sui vinti popoli il diritto romano vittorioso, e gli strinsero al loro diritto eroico del nodo, col quale tennero al loro imperio ligato e stretto il mondo da essi soggiogato. Onde si veda con quanta

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scienza Grozio intenda il diritto delle genti di cui parlano i giureconsulti romani, che in ciò da per tutto egli riprende, ove piú tosto esso è degno di esser ripreso: quando questa fu l’unica, somma e veramente sovrana scienza di quel popolo immortale dintorno la giustizia della guerra e della pace. E con quanta scienza altresí gl’interpetri intendano quel motto «ragion civile», ove dicono che le nozze, la patria potestá, le agnazioni, l’ereditá, le mancipazioni, le usucapioni, le stipulazioni sono propie de’ cittadini romani.

Capo xxxv
La lingua dell’armi è necessaria
per intendere la storia barbara.

[360] Con la medesima lingua delle persone armate — che, come a’ tempi eroici primi furono di eroi coverti di cuoi di fiere uccise, cosí a’ tempi barbari ricorsi erano [di] nobili chiusi nel ferro, che furono propiamente le genti d’arme — si fanno intelligibili i fatti della storia favolosa, che finora han sembrato impossibili. Che narra, per esemplo, le smisurate forze degli eroi, come Aiace «torre de’ greci», di cui non è meno incredibile Orazio Coclite, che solo sostenne un intiero esercito di toscani sul Ponte: come de’ tempi barbari ricorsi, ove racconta le stupende forze e corpi de’ Rolandi overo Orlandi e di altri paladini di Francia; e quella del Reame di Napoli, che quaranta Guiscardi eroi battono eserciti intieri di saraceni. Perché essi príncipi delle cittá solamente si dicevano far le guerre, come oggi i soli monarchi; e le loro famiglie o caterve di vassalli si sperdevano di veduta nello splendore de’ nomi e degli scudi de’ loro incliti padroni, da cui, come si è sopra dimostro, si dissero «clienti», quasi «cluenti», cioè «rifulgenti», che è propio de’ corpi opachi illuminati, non pure de’ luminosi. Sí ne restò in ragion romana pubblica che le provincie,

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nelle quali, come si è sopra qui detto, stesero i romani il diritto delle clientele eroiche, nel far le guerre si confondevano sotto il nome romano e si sperdevano dentro la luce della romana gloria, e perciò furono appellati «soci de’ romani»: come i vassalli di Ulisse, i vassalli di Enea, quali certamente Virgilio gli ci descrive quando Enea gli raccolse per l’imbarco, furono detti soci di questi eroi; ed in ragion romana privata i servi e figliuoli di famiglia si nascondono sotto le persone de’ loro padri e signori. Talché questi sono i veri caratteri poetici civili di persone o maschere, come di generi che comprendono molti uomini per la propietá della gente o casato, come, in veritá, a chi vi rifletta, altro non sono le armi gentilizie. Onde poi i poeti particolari furono fatti accorti ad intendere i generi de’ costumi, e ne fecero caratteri poetici morali, per insegnare il volgo incapace d’intendergli per generi quali gl’insegnano i filosofi. La qual cosa, se sta cosí, porta di séguito cinque importanti veritá:

i

[361] Che la poesia fu l’abbozzo sul quale cominciò a dirozzarsi la metafisica, che è la regina delle scienze riposte. Tanto è lontano dal vero che dalla sapienza riposta provenne la poesia!

ii

[362] Che i falsi poetici sono gli stessi che i veri in generale de’ filosofi, con la sola differenza che quelli sono astratti e questi vestiti d’immagini: perché si avvertisca quanto egli sia malizioso, se l’intende, o quanto ignorante, se non l’intende, chiunque scrive che a’ filosofi disconvenga la lezion de’ poeti; quando il vero de’ poeti è in un certo modo piú vero del vero degli storici, perché è un vero nella sua idea ottima, e ’l vero degli storici sovente è vero per capriccio, per necessitá, per fortuna.

202 ―

iii

[363] Che le significazioni di sí fatti caratteri d’entrambi i generi, sí politici come militari, sono veramente le poetiche allegorie overo parlari contenenti diversi uomini o costumi o fatti sotto una immagine.

iv

[364] Che, essendo tale l’uso de’ caratteri poetici fatti per arte, tale dovette innanzi pur essere per natura che esse prime nazioni, essendo incapaci d’intendere i generi delle cose, naturalmente furono portate a concepirgli per caratteri poetici, come si è piú sopra dimostro.

v

[365] E finalmente s’avvera quello che altrove dicemmo: che ’l diritto romano antico fu un poema drammatico serioso. E noi qui, acconciamente alla scienza che qui si ragiona, diciamo che, se prima non fosse stata celebrata in piazza, la poesia drammatica non sarebbe poi salita sopra i teatri.

Capo xxxvi
Della terza parte della locuzion poetica,
che è di parlari convenuti.

[366] Mentre si formano le due parti principali della lingua poetica, l’una di caratteri divini, l’altra di caratteri eroici, s’andò formando frattanto la terza parte, di parlari convenuti, come se n’andavano formando le voci. Il cui corpo tutto si compone di metafore attuose, immagini vive, simiglianze evidenti, comparazioni

203 ―
acconce, espressioni per [gli] effetti o per le cagioni, per le parti o per gl’intieri, circonlocuzioni minute, aggiunti individuanti e di propi episodi: che sono tutte maniere nate per farsi intendere chi ignora appellar le cose con voci propie o parla con altrui con cui non ha voci convenute per farsi intendere. Oltrecché, gli episodi sono propi delle donnicciuole e de’ contadini, che non sanno trascegliere il propio delle cose che lor bisogna e tralasciare ciò che non appartenga al loro proposito. Ma le frequenti ellissi, o sieno parlari difettuosi, i pleonasmi o parlari soverchi, le onomatopee o imitazioni di voci o suoni, gli accorciamenti delle voci che ancora si usano nella poesia italiana, le parole congiunte che si osservano frequentissime nella lingua tedesca, a chi vi rifletta ben sopra, sembreranno tutte maniere propie dell’infanzia delle lingue: siccome i parlari antichi, di che si servono i poeti, certamente in lingua latina è lecito rincontrargli co’ parlari usati nelle comedie e nelle formole sollenni e nelle leggi antiche, che senza dubbio dovettero esser presi da mezzo a essa latina favella volgare. Il parlare contorto egli è naturale effetto di chi non sappia o sia impedito spiegarsi tutto, come si può osservare negl’irati e rispettosi, che profferiscono il retto e l’obbliquo, che loro appartiene, e tacciono i verbi. E certamente la lingua tedesca è raggirata piú della latina, come la latina lo è piú della greca: su che noi qui ci ammendiamo di ciò che ne avevamo scritto altrove.

Capo xxxvii
Scoverta de’ princípi comuni a tutte le lingue articolate.

[367] Per questa istessa origine della poesia da noi discoverta si scuoprono i princípi comuni a tutte le lingue articolate sopra questa osservazione dell’umanitá: che i fanciulli nati in questa copia di lingue e che, da nati appena, incominciano ad udir voci umane, quantunque forniti di fibre mollissime e sommamente

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cedevoli, pur cominciano a pronunziare le parole monosillabe e con grande difficultá. Or quanto in grado quanto si voglia maggiore egli è lecito intendersi della difficultá di pronunziare che sperimentar dovettero i primi uomini di Obbes, di Grozio, di Pufendorfio, e con veritá quelli delle disumanate razze di Caino innanzi, di Cam e Giafet dopo il Diluvio, anzi di esso Adamo, che pose i nomi alle cose, i quali tutti furono con organi duri di voce, perché di corpi robusti. Ci compruovano la congettura le interiezioni e i pronomi: quelle, che sono le prime voci articolate all’impeto di violenti passioni o di timore o di gioia o di dolore o d’ira; i pronomi, che sono le prime voci per significare l’idee umane, che non sapevano ancora con voci convenute appellare: le quali voci d’entrambe le spezie sono presso che tutte monosillabe in tutte le lingue. Certamente la lingua tedesca, senza dubbio lingua originaria, è prodotta da radici tutte monosillabe. E qui nasce da sé una dimostrazione dell’ultima antichitá della lingua santa, niente alterata da’ suoi primi princípi, che compongano quasi tutto il suo corpo voci di una o due sillabe.

Capo xxxviii
Scoverta delle vere cagioni della lingua latina
ed al di lei esemplo delle altre tutte.

[368] Poiché adunque è una gran pruova delle prime origini delle lingue la scabrezza e semplicitá delle voci che dovettero nascere da prima nelle nazioni — perché è propio degli elementi lo essere semplici e rozzi, — perciò le cagioni della lingua latina si ritruovano di gran lunga diverse da quelle che ingegnosamente ne pensò Giulio Cesare Scaligero, i princípi tutt’altri di quelli che acutamente ne divisò Francesco Sanzio, al cui esemplo lo stesso dee dirsi di quelli che della greca ne meditò Platone nelCratilo, sulle cui orme noi ingenuamente

205 ―
professiamo ora di avere in altra nostra opera errato. Imperciocché nella latina lingua si ritruovano tutte monosillabe e di aspra pronunzia e tutte natie del Lazio, che non devono della loro origine nulla affatto alle lingue straniere.

[369] Poiché nel numero delle cose che furono prima da avvertirsi in natura innanzi di tutte, fu il cielo che fulminò, il quale, innanzi di convenirvi ad appellarlo con voce propia, si disse «hoc»:

Aspice hoc sublime cadens, quem omnes invocant Iovem;

e restò in volgar lingua antica, come si ha dalle comedie:
Luciscit hoc iam

in significazione del «cielo»: poi vi si cominciò a convenire nel di lui propio nome con la voce monosillaba «cael», appunto come dalla barbarie d’Italia restò «ciel» agl’italiani poeti. Il padre e re degli dèi e degli uomini, per onomatopea dal fragore del tuono, a’ latini detto «Ious», come Ζεύς a’ greci dal fischio del fulmine. Il piú cospicuo delle create cose «sol», e la piú gioconda e risvegliante «lux» — che di genere maschile significò da prima il «giorno», come «hoc luci» per «hoc die»; — e ’l di lui opposto «nox». Le parti piú risentite nell’uomo: «os oris» (per la faccia e la bocca), «os ossis», «dens», «frons», «cor», «splen», «crus», «pes», «calx», «cus»; ed è necessario essersi da principio detto «pen penis», come restò «ren renis»; la mano, per ciò che or ora si dirá, dovette cominciare «man». Le cose dell’uomo piú propie: «vox», «mens», «spons spontis», ond’è «mea», «tua sponte» la «volontá». Le cose piú necessarie: «fons» l’acqua perenne, «frux» per gli pomi (che poi fu preso per le biade), «glans», «nux»; il fuoco si disse «fax» o pure «lux», come si appella ancor oggi dalle donnicciuole di Napoli, superstiziose di dire «fuoco». Il pane si dovette dire da prima «pan» per ciò che or ora si dirá; il piú semplice e grossolano de’ cibi

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cotti «lens»; il cibo piú grossolano composto «puls», vivanda di farina e cascio. La prima stagione «ver»: oltre il fulmine e ’l tuono, che si disse «Ious» per gli nostri princípi, «nubs nubis», «nix», «ros», che dovette da principio significare la pioggia. Le delizie del secolo dell’oro «lac», «mel»; e ’l contrario di questi «fel». Le parti che compongono l’iconomia delle pianti «stirps», «tralx», «flos», «frons», «frux», ond’è «fructus» e «frutex», ed indi «frui» e quindi «fruticari». Gli animali piú utili «bos», «sus», pur detto σῦς a’ greci: forse «ovis» si disse prima da’ latini monosillaba «ovs» per quello che quindi a poco dirassi. La prima virtú degli uomini tutti feroci e fieri detta con divino vocabolo «Mars», onde forse si disse «mas». Il genere di tutti i mestieri «ars»; la materia di tutta la pastoreccia «grex», di tutta la villereccia «rus» e ’l suo piú riputato stromento «falx»; il recinto de’ campi «seps», comune a’ greci, σῆψ. La casa con divino vocabolo detta «Lar»; la principal materia dell’architettura «trabs», «calx», e della navale «trabs», «pix»; e della calce e della pece esso genere «glus», ond’è «gluten» e «glutinum». Il vocabolario degl’infanti «res». Il primo frumento «far», il primo condimento «sal». La prima suppellettile «vas», ond’è «convasare», termine militare, «imbaliciare», e tra le piú necessarie sue parti «lanx». Il primo metallo «aes»; la prima moneta «as», ed «as» l’intiero, di cui diviso è «pars». Il piú rozzo degli dèi «Pan». Il privato premio della virtú «laus». Il piú semplice degli onori agli dèi «thus». La prima delle passioni «spes»; l’ultima delle cose terribili «mors». Fonda la societá di essi dèi «Styx», l’acqua profonda o sia la sorgiva delle fontane, per la quale essi sollennemente giuravano. L’inegualitá de’ luoghi che poté sentirsi dagli scempioni «mons» e «scrobs». La pietra, dalla qual battuta i primi eroi cacciarono il fuoco, «cos». Il genere di tutte le lordure «fex». I princípi della civiltá «vir», che restò a’ romani a significare «marito», «sacerdote» e «maestrato»; «dos», con la quale gli eroi comperavano le mogli, e ne restò a’ romani antichi il matrimonio sollenne, che celebravano «coëmptione
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et farre»; di piú «gens», «urbs», «arx», «rex», «dux». La preghiera de’ rifuggiti agli asili «prex», ond’è «precium», che ’l primo fu il vitto a’ rifuggiti per le loro opere camperecce. «Ops», con vocabolo divino, detto l’aiuto che porsero gli eroi a’ rifuggiti nelle loro terre, onde furono detti «optimi» nello stato delle famiglie, «optimates» nelle prime repubbliche. «Merx», ond’è «mercari», e i primi commerzi furono de’ campi (Perché si ponga uno stato di uomini semplice e rozzo, che non curino altro che ’l necessario alla vita, ed altri sien ricchi di campi, altri non ne abbiano: i primi commerzi tra costoro saranno i censi, quale fu il censo di Servio Tullio. E, col ritornare i tempi barbari, restati i campi incolti per gli guasti delle guerre, e divenuti signori di larghi fondi i conquistatori, e rimasta priva della sussistenza la moltitudine, i primi contratti che ritornarono furono l’enfiteusi, i censi, le precarie e i feudi che si dicono «rustici»). «Pax», onde viene «pacisci» e «pactum»: di piú «fraus», «vis», «nex», «fur», «sons», «lis» sono tutta la materia de’ giudizi; «ius», «fas», «mos», «lex», tutto il subbietto della giurisprudenza. «Fis», onde sono «fidis» e «fides», forse detta dal fischio del fulmine, significa «corda», «forza», «potestá» ed «imperio». «Sors» il caso, «fors» l’utilitá; onde «fors Fortuna» la buona riuscita, e l’antico «fortus» per «bonus», «utile». «Trux» propio della fierezza ciclopica. «Crux» spezie di pena antichissima, e la forca fu un albero detto «infelice», a cui è condannato Orazio da’ duumviri. «Praes praedis», onde vengono «praeda» e «praedari», e «praedium» è l’obbligato nella roba stabile, perché per gli nostri princípi i plebei avevano da prima i predi, di cui i nobili erano signori de’ fondi. E la ricchezza con divino vocabolo detta «dis», perché la prima ricchezza fu de’ campi colti; e «Dis» dio della terra profonda, onde poi fu preso per dio dello inferno, lo stesso che Plutone, che rapisce Cerere o Proserpina, la semenza del frumento, e Cerere poi ritorna a vedere il cielo con le messi (Cosí i ricchi che erano signori de’ fondi nello stato delle famiglie, uniti poi nelle repubbliche, andarono a comporre il
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dominio eminente che hanno le civili potestá de’ fondi de’ loro Stati, per lo quale possono disporre ne’ pubblici bisogni di tutto ciò che da’ fondi proviene, ne’ fondi si sostiene, co’ fondi si mantiene — ch’è il finora sotterra, con esso Dite, nascosto principio de’ vettigali, de’ tributi, degli stipendi; — cosí di esse cose come de’ lavori e di essi sudditi nelle pubbliche necessitá, e disporne delle loro vite o in pace con le pene o in guerra con le milizie: talché l’uso del dominio eminente è esso imperio sovrano). E finalmente, per por fine a questo ragionamento, «vas vadis» uniforme appo i greci βάς e tedeschi «Wass», onde viene «vassus» e «vassallus» l’obbligato di seguire nella persona, la quale obbligazione dicesi «vadimonium»: lo che dimostra prima delle lingue essere nati i feudi appo i greci, latini e tedeschi.

[370] Per tutte queste origini è da intendersi che i nomi dovettero incominciare tutti monosillabi, e sopra tutto quelli della terza coniugazione, de’ quali il retto non cresce nell’obbliquo: come «vestis» da «vest», «hostis» da «host», «sudis» da «sud», e cosí «ovs ovis», da prima la pecora, come «Iovs Iovis». Cosí «fis fidis» la corda o forza, e «quir» l’asta, onde sono «quirites» a’ latini, come da Χείρ, la mano, «curetes» a’ greci. Onde si vede la lingua latina ne’ suoi princípi somigliantissima alla tedesca. Cosí «bene», «canis», «donum», «filum», «finis», «solus», «verum», «vinum», «unus», e, alla stessa fatta, «panis», «manus», dovettero dirsi da’ primi latini «ben», «can», «don», «fil», «fin», «sol», «ver», «vin», «un», e nella medesima guisa «pan» e «man», come certamente da’ tempi barbari secondi cosí accorciati restarono a’ poeti italiani.

[371] De’ verbi poi «sum» significa ogni essere: «sto» è verbo della sostanza, e l’essere e la sostanza sono i sommi generi delle cose. «Fio» dovette incominciare «fo», del quale gli analogi sono «fis», «fit»: come «fo» restò attivo agl’italiani; e dovette prima sentirsi «fio», che è patire, che «facio». Il verbo «for» è di quel parlare ond’è detto «fas gentium», che è tutta la materia di questo libro. Il verbo «flo», propio

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della vita, onde forse fu detto «flos», quasi fiato della pianta. «No» perché per gli nostri princípi il primo «natare» fu de’ fanciulli per terra, da’ quali sforzi provenivano robusti e grandi, perché, con dilatare i diametri de’ muscoli in altre parti per restrignerli in altre, tra essi sforzi prendevano piú alimenti le carni da’ nitri delle fecce tra le quali si rotolavano, onde provenivano giganti: poi «no» fu trasportato in mare, perché da’ latini e dall’altre nazioni tardi si andò ad abitare nelle marine.

[372] Le particelle certamente, nonché nella latina, in tutte le lingue sono monosillabe, e tra queste principalmente le preposizioni, che sono gli elementi significanti delle parole che esse vanno a comporre: come «a», «ab», «e», «ex», «de», «di», «ad», «in», «sub», «super», «se», «prae», «ob», «am», «circum».

[373] Per questi princípi o radici sarebbe meglio fatto da oggi innanzi spiegare le cagioni e naturali e vere, come si è fatto della latina, ad esemplo della latina, delle altre lingue.

Capo xxxix
Scoverta de’ princípi del canto e de’ versi.

[374] Sopra sí fatta origine delle lingue articolate reggono molti importanti princípi di cose. De’ quali il primo è che ’l canto e i versi sono nati per necessitá di natura umana, non da capriccio di piacere: che, per immaginargli nati da capriccio di piacere, si sono dette tante inezie, anche da’ piú gravi filosofi, come dal Patrizio ed altri, che ci vergognamo qui riferirle.

[375] Perché i mutoli naturalmente profferiscono le vocali cantando, e gli scilinguati pur cantando mandano fuori i suoni articolati di difficil pronunzia; e i chinesi, che non han piú che da trecento parole, le quali con la diversitá di pronunziarle moltiplicano, pronunziano con un certo canto.

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[376] Poi è lecito osservare che la prima sorta di verso nacque eroico egualmente appo gli ebrei, greci e latini sul principio d’incerte misure. Dell’ebrea lingua san Geronimo attesta il «Libro di Giobbe», istoria piú antica di quella che scrisse Mosé, che egli è scritto in versi eroici: cosí si dimostra e la veritá di tal libro sagro e l’antichitá della lingua santa. Per la lingua greca e latina vi spiccano due erudizioni volgari, che finora non sono state avvertite né hanno arrecato alcun uso per l’anticipazione di altri princípi di poesia, gittati prima da Platone, poi confermati da Aristotile, indi adornati da tutti gli altri scrittori della ragion poetica, come i Patrizi, i Mazzoni, gli Scaligeri, i Castelvetri.

[377] Una [pensavamo che fosse] che i popoli greci, quando implorarono l’aiuto d’Apollo contro il Pitone, profferirono il primo verso eroico, e perché erano illanguiditi dallo spavento, il batterono tardo ovvero spondaico

ἱῶ παιάν, ἱῶ παιάν, ἱῶ παιάν%h%: poi, quando acclamarono al dio vittorioso, per l’allegrezza batterono lo stesso verso presto, cioè dattilico, battendo la vocal lunga omega divisa in due brevi omicron, come anche appo i latini antichi pronunziavano le vocali lunghe come due volte battendole, e sciogliendo il dittongo αι in due sillabe: cosí che di sei spondei se ne vennero a formare sei dattili; e dal Pitone ucciso il verso eroico restò detto «verso pizio»; ma piú comunalmente si disse «eroico», come quello col quale parlavano gli eroi. Ma la ragione vera è che ’l verso eroico nacque prima spondaico per la difficultá e tardezza del pronunciare de’ primi uomini: dipoi vie piú sciogliendo la lingua, provenne dattilico, che pur comincia da sillaba tarda. Cosí il primo verso appo i latini fu pur eroico, detto «verso saturnio», che non poté altronde esser detto che perché nacque nell’etá di Saturno, a’ tempi che l’Italia era ancor selvaggia. Ed Ennio pur ci lasciò ne’ suoi frammenti che con versi eroici cantarono i fauni: se non pure alcun altro Orfeo latino, colmo di sapienza

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riposta e ben istrutto d’arte poetica, avesse ridutti all’umanitá gli aborigini, da’ quali le genti latine provennero.

[378] Che con tal sorta di verso fossero state concepute le prime leggi, ne sono due storie due voci: νόμοι, che significa e «leggi» e «canti» appo i greci; e «carmina», che significarono appo i latini e «versi» e «formole sollenni di leggi». E si conservò pur la tradizione che gli arcadi d’Italia nacquero cantori: onde forse da questi eroici carmi fu detta Carmenta la madre di Evandro arcade. Ma, per Dio! Cicerone, nel dare le leggi alla sua repubblica, le quali egli certamente dettò in conformitá della legge delleXII Tavole, le concepisce con un’aria di verso eroico. Imperciocché, se certamente i decemviri usarono la voce «deivei» nel capoDel parricidio, secondo la lezione del Revardo, dovettero essi incominciare le due prime leggi con due mezzi versi eroici:

Divos caste adeunto Pietatem adhibento,

che, nonché in materia sí grave, come egli è dar le leggi, ma in una pístola altrimenti sarebbe stato gravissimo errore parlare in prosa con versi cosí sonori, nella quale sono da schivare anche i giambi, che piú di tutti altri dissimulano il canto né ’l fan sentire.

[379] Quindi s’intende che entrambe queste nazioni dal verso eroico passarono alle prose per mezzo del verso giambo, che tanto fu naturale a cadere inavvedutamente ragionando, che i diligenti scrittori di prose dovevano porre tutta l’attenzione di non farglisi cadere scrivendo; e sul principio nacque di misure incerte, come sono i versi di Plauto e di Terenzio e, piú che di Terenzio, di Plauto. Talché fu natura, non arte, perché l’arte non arebbe imitato la natura che la tragedia (alla cui maestá sconviene il giambo, che è piede presto) e la comedia antica, le quali certamente vennero dopo Omero, fossero da prima state scritte in versi giambi, se in sí fatti versi veramente non avessero parlato gli uomini di entrambe le nazioni: perché prima i greci cantarono spondaico, tutto tardo; poi dattilico,

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incominciando a spedire la lingua; finalmente giambico, poi che fu spedita affatto. Ma poi, come in molte altre cose è avvenuto per una cieca riverenza all’antichitá, il comun errore passò in precetto.

[380] Per le lingue viventi, innanzi al mille e cento non fu scritto alcuno libro né francese né italiano, come osserva Genebrando ed altri cronologi, e giá vi fiorivano i poeti provenzali e siciliani. Nella Silesia, nazione di contadini, nascono tutti poeti.

Capo xl
Idea d’un etimologico comune a tutte le lingue natie.

[381] Il secondo principio è di un etimologico comune a tutte le lingue natie, perché, essendo tutti i princípi delle cose quelli da’ quali cominciansi le cose a comporre e ne’ quali vanno ultimamente a risolversi, ed essendosi sopra ritruovate tutte le prime voci, che dovettero prima di tutt’altro pronunziare i latini, essere tutte di una sillaba, su questo esemplo, dentro sí fatti monosillabi si deono universalmente ritruovare l’origini delle lingue natie. Ed essendo le parole suoni umani articolati, e portandosi i fanciulli naturalmente a spiegare le cose con imitare il suono che esse dánno, a sí fatte onomatopee monosillabe gran parte di voci in ogni lingua devono la loro primiera origine; come, a proposito di questi stessi princípi che si sono ragionati, prima di tutti, appo i latini e greci, egli ci si conferma che Giove, il primo degli dèi, dal fischio del fulmine fu detto da’ greci Ζεύς, dal fragore del tuono da’ latini fu detto «Ious», il cui genitivo è «Iovis».

[382] Bisogna ancora costantemente farlo procedere secondo l’ordine naturale dell’idee. Siccome furono prima le selve, poi i tuguri, indi i campi, greggi ed armenti, appresso le cittá e le nazioni, finalmente i filosofi; cosí l’etimologico di ciascuna lingua spieghi l’origini e i progressi delle voci per questi gradi.

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Come, per esemplo, «lex» la prima di tutte fu una raccolta di ghiande: onde fu detto «ilex», come da Plauto fu detto «lectus ilex», alla stessa fatta che «aquilex» raccoglitore di acque. Dipoi una raccolta di legumi, onde vennero «legumina». Appresso una raccolta di uomini, e prima di tutti de’ clienti ammotinati, a cui furono portate le prime leggi agrarie. Poi l’unione de’ cittadini in parlamento, che bisognò innanzi d’essersi truovata la scrittura, per essere informati delle pubbliche deliberazioni. Ritruovata poi la scrittura, «lex» fu una raccolta di lettere, onde è il volgar «legere» che ci è rimasto; onde finalmente è detta «lex» la legge scritta.

Capo xli
Idea d’un etimologico delle voci d’origine straniera.

[383] Il terzo principio è pur di etimologia: che, essendo da per tutto state prima le nazioni mediterranee, poi le marittime, ritruovatesi qui sopra le voci prime latine non aver nulla di greca origine — e pur era il Lazio nell’Italia, e nell’istesso tempo de’ princípi di Roma, fiorendo nelle marine d’Italia la Magna Grecia, — le voci d’indubitata origine straniera devono essere voci seconde, introdotte dopo che le nazioni si conobbero tra loro con l’occasione di guerre, allianze, commerzi. Sí fatto principio ne può tranquillare molte e gravi difficultá che s’incontrano nella storia romana antica.

[384] Imperciocché, posta la comune povertá delle prime lingue e la difficultá de’ primi popoli d’astrarre le qualitá da’ subbietti, amendue questi costumi umani dovetter produrre l’antonomasia de’ nomi delle nazioni, le quali in certe qualitá si distinsero per significare tutti gli uomini osservati appresso con quelle tali qualitá. Cosí i romani, che ignoravano i dilicati costumi, poi che gli osservarono la prima volta ne’ tarantini, dissero «tarantino» per «dilicato». Perché non conoscevano fasto,

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poi che l’avvertirono ne’ capuani, dissero «capuano» per «superbo». E cosí di altre antonomasie sí fatte. A questa guisa, l’asilo di Romolo s’empiè di trasmarini di Frigia, quando Anco Marzio fu il primo che distese i confini di Roma in mare nel piú vicino lido di Ostia. Ma i romani, ignoranti delle loro propie origini (perché in ciò non dovettero essere piú felici de’ greci), poi che conobbero i greci, da’ quali seppero in Italia esser venute colonie trasmarine di Frigia (il qual vero diede il motivo a’ tempi appresso di credere la gente romana venuta da Enea troiano), dissero la colonia mediterranea di Romolo essere trasmarina della Frigia. Cosí ella si consola la gran dissavventura di Roma, che non ebbe del suo corpo uomini da eleggersi un propio re: che Numa ed Anco Marzio vengono da Sabina, Servio Tullio da Grecia, e che un regno aristocratico sia stato governato da una donna. Perché devono queste tutte essere state antonomasie; e da’ religiosi costumi de’ sabini avessero detto «sabini» Numa ed Anco, che molto somigliò il zio nella pietá; dall’astuto ingegno, nel quale valsero i greci, dissero «greco» Servio Tullio; e dai di lui effeminati costumi dissero «femmina» Tanaquille, come anche ne’ tempi nostri per queste stesse cagioni diciamo «femmine» gli uomini effeminati.

Capo xlii
Idea d’un etimologico universale
per la scienza della lingua
del diritto naturale delle genti.

[385] Tutte le anzi fatte discoverte per lo compimento de’ princípi di questa Scienza dalla parte delle lingue sono a ciò ordinate: che, come i romani giureconsulti, per esemplo, essi tenevano la scienza delle lingue del diritto civile e la storia de’ tempi ne’ quali le parole della legge delleXII Tavole altro ed altro significarono, cosí i giureconsulti del diritto naturale

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delle genti essi l’abbiano con un etimologico universale. Il quale qui si disegna sulla natura de’ proverbi, che sono certe massime di vita sperimentate utili dalla sapienza del genere umano, ma, guardate con diversi aspetti dalle nazioni, sono da esse con diverse espressioni spiegate. Alla fatta de’ proverbi, uomini o fatti o cose, gli stessi [e] le stesse in lor natura, guardandosi con diversi aspetti dalle nazioni, devono avere avuti diversi vocaboli: come anche al dí d’oggi cittá di Ungheria, l’istesse affatto, con vocaboli tutti nel suono delle voci diversi, sono appellate altramente dagli ungheri, altramente da’ tedeschi, altramente da’ turchi, le quali tre nazioni con tre diversi aspetti sogliono appellare le cittá. Quindi è che tante cittá di barbari sono appellate nella storia romana con tanta grazia latina che sembrano cittá fondate nel Lazio. Col qual principio i critici sagri alleggiar possono il tanto travaglio che si dánno ove osservano con infinita diversitá appellarsi dalla storia profana i personaggi i quali co’ loro propi nomi appella la lingua santa. Cosí Rampse, re potentissimo degli egizi, da essi sacerdoti cosí nominato a Germanico appo Tacito, dovette essere il famoso Sesostride detto a’ greci, il quale ridusse le tre altre dinastie di Egitto tutte sotto la sua tebana. Nella stessa maniera appunto il dio Fidio, che fu l’Ercole de’ romani, fu uno degli Ercoli che osservarono i greci in tutte le nazioni antiche, de’ quali Varrone ebbe la diligenza di noverare sino a quaranta. Fu egli da’ latini detto «Fidio» con l’aspetto della fede, che è ’l fondamento primo e principale delle nazioni, onde egli era il nume de’ giuramenti a’ latini. Ma, poi che questi ebbero conosciuti i greci, com’è costume di dilettarsi delle cose straniere, per tale istessa idea usarono il nome d’Ercole — come anche Castore e Polluce, che dovettero a’ greci, oltre di Ercole, essere testimoni divini de’ giuramenti; — e ne restarono a’ romani «mehercules», «edepol», «mecastor», «mediusfidius» tutte formole di giurare, delle quali le tre prime sono straniere, la quarta sola è natia. Alla fatta che Fidio latino restò poi cangiato in Ercole tebano, cosí il carattere eroico delle genti del Lazio dell’etá campereccia, che dovette avere altro nome natio,
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si cangiò in Evandro, arcade della Grecia, il quale nel Lazio ricevé ad albergo Ercole da cinquecento anni innanzi che né meno il nome di Pittagora poteva da Cotrone penetrare in Roma per tante nazioni di lingue e di costumi tra lor diverse. Cosí le deitadi maggiori affisse da’ caldei alle stelle, quali certamente avevano altri nomi per l’Oriente, poi che i fenici ebbero praticato molto nella Grecia, vi ritruovarono acconci i dèi natii a improntare agli stranieri i propi nomi greci: lo che avvenne senza dubbio dopo di Omero, nella cui etá tutti i dèi se ne stavano nella cima e dorso del monte Olimpo.

[386] Con questa certa istoria di lingua latina e ragionata di greca si dá il certo lume all’origine della lingua greca napoletana: che fosse ella stata una spezie di lingua ellenistica, mescolata di natia siriaca o egiziana e di greca straniera dappoi che i greci vi si portarono per gli traffichi: onde Tiberio si dilettava piú della greca napoletana che dell’attica stessa di Atene. E sí, in questa varietá di cangiare i nomi propi da’ vari aspetti le nazioni, si scuopre il principio dell’eterne notti sparse sulla storia civile e geografia degli antichi e della naturale de’ fossili, delle piante, degli animali.

Capo xliii
Idea di un dizionario di voci mentali
comune a tutte le nazioni.

[387] E qui si pone fine a questo libro delle lingue con questa idea di un dizionario di voci, per cosí dire, mentali comune a tutte le nazioni, che, spiegandone l’idee uniformi circa le sostanze, che, dalle diverse modificazioni che le nazioni ebbero di pensare intorno alle stesse umane necessitá o utilitá comuni a tutte, riguardandole per diverse propietá, secondo la diversitá de’ loro siti, cieli e quindi nature e costumi, ne narri l’origini delle diverse lingue vocali, che tutte convengano in una lingua ideale comune.

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[388] E, per istare sempre sopra gli stessi esempli propi de’ nostri princípi, si noverino tutte le propietá de’ padri nello stato delle famiglie ed in quello delle indi surte prime cittá:

1. del fantasticare deitadi,

2. del fare certi figliuoli con certe donne con certi auspíci divini,

3. perciò d’origine eroica overo di Ercole,

4. per la scienza che avevano degli auspíci o sia divinazione,

5. per gli sacrifici che facevano essi nelle loro case,

6. per lo infinito imperio che essi avevano sopra le loro famiglie,

7. per la fortezza con cui uccisero le fiere, domarono le terre incolte e difesero i loro campi dagli empi vagabondi ladroni delle biade,

8. per la magnanimitá di ricevere ne’ loro asili gli empi vagabondi che vi rifuggivano, nella bestial comunione pericolanti tra le risse co’ violenti di Obbes,

9. per la fama nella quale eran saliti colla virtú di opprimere i violenti e di soccorrere a’ deboli,

10. per lo sovrano dominio de’ loro campi, che naturalmente ne avevano per sí fatte imprese acquistato,

11. e, in conseguenza, per lo imperio sovrano delle armi, che va sempre col sovrano [dominio] congionto,

12. e finalmente per lo arbitrio sovrano delle leggi, e perciò delle pene, che va congionto con l’imperio sovrano dell’armi.

[389] Quindi ritruoverassi che dagli ebrei furono detti «leviti» da «el», che significa «forte». Dagli assiri furon detti «caldei» o sieno sappienti. Da’ persiani detti «maghi» overo indovini. Dagli egizi, come ognun sa, «sacerdoti». Si dissero variamente da’ greci ora «poeti eroi» dalla divinazione, dalla quale i poeti, da «divinari» furono detti «divini»; — ed «eroi» dalla loro creduta origine di figliuoli degli dèi, nel cui numero [sono] Orfeo, Anfione, Lino; — dalla infinita potestá detti «re», col quale aspetto gli ambasciadori di Pirro li riferirono aver essi veduto

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in Roma un senato di re; — dalla fortezza, ἂριστοι, da Ἄρης,/ Marte, quasi «marziali», de’ quali essendosi composte le prime cittá, la prima [forma] de’ governi civili nacque aristocratica; — universalmente per Saturnia, o sia Italia, Creta ed Asia, con l’aspetto di sacerdoti armati, furon detti «cureti»; — e prima con particolaritá per tutta Grecia si dissero «Eraclidi», overo di razze erculee, che poi restò agli spartani, che certamente armarono d’asta e il cui regno senza dubbio fu aristocratico. Alla stessa fatta appunto dalle genti latine si dissero «quiriti» o sacerdoti armati di asta, detta «quir», che sono i cureti saturni osservati in Italia da’ greci; — e si dissero «optimi» in significazione di «fortissimi», come l’antico «fortus» significò il presente «bonus», e le repubbliche che se ne composero poi si dissero d’ottimati, corrispondenti all’aristocratiche o sia de’ «marziali» de’ greci; — dall’assoluta signoria delle loro famiglie si dissero «heri», overo signori, che pur hanno un suono comune con gli «eroi», e ’l loro patrimonio dopo la morte ne restò detta «hereditas», «signoria», della quale la legge delleXII Tavole lasciò intatto loro il costume delle genti di disporre da sovrani, come si è sopra dimostro; — si dissero anche dalla fortezza «viri», che pure rispondono agli «eroi» de’ greci: onde «viri» restarono detti i mariti sollenni, che nella storia romana antica si sono ritruovati essere i soli nobili sino a sei anni dopo la legge delleXII Tavole: pur «viri» si dissero i maestrati, come «duumviri», «decemviri»; cosí ancora «viri» detti i sacerdoti, come «quindecemviri», «vigintiviri»: e finalmente «viri» detti i giudici, come «centumviri»; talché con questa una voce «vir» si spiegava sapienza, sacerdozio e regno, che si è sopra dimostro essere stata una stessa cosa nelle persone de’ primi padri nello stato delle famiglie; — onde, con la maggior propietá di tutte le altre, appo le genti latine si dissero «padri» dalla certezza de’ loro figliuoli: il perché i nobili si dissero «patrizi», appunto come gli ateniesi dissero i nobili εὐπατρίδας. Ne’ tempi barbari ritornati furon detti «baroni»: onde non senza meraviglia Ottomano avvertisce i vassalli dirsi nella dottrina feudale «homines»:
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ch’è appunto quella stessa differenza con la quale a’ latini restarono «vir» ed «homo»: quello vocabolo di virtú e, come abbiam veduto, civile; questo di natura ordinaria, obbligato di seguire altrui che ne abbia ragione di condurlo, detto da’ greci βάς, da’ latini «vas» e da’ tedeschi «Wass», onde viene «vassus» e «vassallus». Dalla qual origine certamente dovette restare agli spagnuoli la voce «varon» per significare «maschio», come poi restò a’ latini «vir» per distinguerlo dalla femmina; e dalla quale origine deve certamente venire «homagium», quasi «hominis agium», che è appunto il diritto eroico del nodo, fonte di tutte le contese eroiche che ne narrò sopra l’istoria romana antica. Onde s’intenda con quanta scienza Cuiacio e gli altri narrino dell’origine de’ feudi!
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