Libro Secondo. Princípi di questa scienza per l’idee
[Introduzione]
[44] Per andar dunque a scuoprire questo mondo primiero delle nazioni gentili, del quale non abbiamo finora avuto alcuna notizia né dal nostro mondo conosciuto possiam formare nessuna idea, si propongono qui questi princípi divisi in due classi: una dell’idee, un’altra delle lingue. De’ quali, uno o piú, divisi o aggruppati insieme, immediatamente o per séguito di conseguenze, nelle parti o in tutto il di lei complesso, come lo spirito regge tutto e qualsivoglia parte del corpo, cosí informano e stabiliscono questa Scienza nel suo sistema o comprensione di lei tutta intiera, o partitamente anche nelle piú minute particelle delle parti che la compongono: tanto che tutte le cose che ne abbiamo giá mandate fuori e che, se ce ne sará dato l’agio, manderemo in appresso, si potranno staccatamente intendere ad una ad una, anche poste in una confusa selva di un dizionario, senza sofferire la pena dell’attenzione di dover tenere dietro al séguito, nonché di metodi faticosi, di niuno affatto, purché questi libri si meditino con quell’ordine esattamente con cui sono scritti. Solamente qui, per compruovare sopra essi princípi gli effetti, se ne arrecheranno per esempli uno o due o, al piú, tre, propi di ciascheduno, perché s’intendano in ragion di princípi: imperciocché vedergli avverati nella quasi innumerabil folla delle conseguenze, egli si dee aspettare da altre opere che da noi o giá se ne son date fuori o giá sono alla mano per uscire alla luce delle stampe. Basterá qui che essi princípi sien ragionevoli in quanto a cagioni e che gli esempli vi convengano in ragione di effetti, per far
giudizio del rimanente: quando i princípi d’ogni dottrina sono li piú difficili a ragionarsi, e perciò contengono, come diceva Socrate, piú della metá della scienza.Capo i
La provvedenza è primo principio delle nazioni.
[45] Ora, per darle incominciamento da essa idea, che è la prima di ogni qualunque lavoro, la divina provvedenza ella è l’architetta di questo mondo delle nazioni. Perché non possono gli uomini in umana societá convenire, se non convengono in un senso umano che vi sia una divinitá la qual vede nel fondo del cuor degli uomini. Imperciocché societá d’uomini non può incominciare né reggere senza mezzi onde altri riposino sopra le altrui promesse e si acquetino alle altrui asseverazioni di fatti occulti. Perché spessissimo avviene nella vita umana che ne bisogna promettere ed esserci promesso, e succedono sovente de’ fatti che non son occulti delitti, de’ quali bisogna accertare altrui e non ne possiamo dare alcuno umano documento. Se si dicesse potersi ciò conseguire col rigor delle leggi penali contro alla menzogna, ciò si potrebbe ottenere nello stato delle cittá, non giá in quello delle famiglie, sulle quali sursero le cittá, quando non vi era ancora imperio civile ovvero pubblico, alla cui forza armata delle leggi due padri di famiglia, per esemplo, potessero essere ugualmente soggetti in ragione. Se da taluni, un de’ quali sarebbe Giovanni Locke, si ricorra colá: — che si avvezzino gli uomini a dover credere, subito che altri dica che egli prometta o narri con veritá, — in questo caso essi giá intendono una idea di vero, che basti rivelarlo per obbligare altrui a doverlo credere senza niuno documento umano. Questa non può essere altra che idea di Dio per l’attributo della provvedenza, cioè una Mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto, la quale, per sua infinita bontá,
in quanto appartiene a questo argomento, ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro fini, per gli quali principalmente proposti essi anderebbero a perdersi, ella, fuori e bene spesso contro ogni loro proposito, dispone a un fine universale, per lo quale, usando ella per mezzi quegli stessi particolari fini, gli conserva. Si dimostra per tutta l’opera che con questo aspetto la provvedenza è l’ordinatrice di tutto il diritto natural delle nazioni.Capo ii
La sapienza volgare è regola del mondo delle nazioni.
[46] Tal divina architetta ha mandato fuori il mondo delle nazioni con la regola della sapienza volgare, la quale è un senso comune di ciascun popolo o nazione, che regola la nostra vita socievole in tutte le nostre umane azioni cosí, che facciano acconcezza in ciò che ne sentono comunemente tutti di quel popolo o nazione. La convenienza di questi sensi comuni di popoli o nazion tra loro tutte è la sapienza del genere umano.
Capo iii
L’umano arbitrio regolato con la sapienza volgare
è ’l fabbro del mondo delle nazioni.
[47] Il fabbro poi del mondo delle nazioni, che ubbidisce a tal divina architetta, egli è l’arbitrio umano, altramenti ne’ particolari uomini di sua natura incertissimo, però determinato dalla sapienza del genere umano con le misure delle utilitá o necessitá umane uniformemente comuni a tutte le particolari nature degli uomini; le quali umane necessitá o utilitá, cosí determinate,
sono i due fonti che i giureconsulti romani dicono di tutto il diritto natural delle genti. Quindi si medita nello stato nel quale pone Grozio l’uomo nella solitudine e, perché solo, quindi anche debole e bisognoso di tutto, nel quale stato le razze cosí di Caino subito, di Seto tratto tratto innanzi, come di Cam e Giafet immediatamente, di Semo a pochi a pochi dopo il Diluvio, dovettero cadere, dappoi che, per liberarsi unicamente dal servaggio della religione, quando da altro freno non erano rattenute, voltarono le spalle al vero Dio de’ loro padri Adamo e Noé, la quale unicamente le poteva conservare in societá, ed andarono nella libertá bestiale a perder lingua e a stupidire ogni socievole costume, per questa gran selva della terra dispersi. Che sarebbe stato l’uomo del Pufendorfio, venuto in questo mondo, ma abbandonato da sé, non giá dalla cura ed aiuto di Dio. E si va meditando da quali prime necessitá o utilitá comuni a sí fatta natura d’uomini selvaggi e bestioni si dovessero risentire per riceversi alla umana societá. Che è quello che ’l Seldeno non pensò mai, perché pose princípi comuni alle nazioni gentili ed agli ebrei, senza distinguere un popolo assistito da Dio sopra le altre nazioni tutte perdute; Pufendorfio vi pensò con errore, perché dá un’ipotesi contraria al fatto della storia sagra; Grozio vi peccò piú di tutti, perché dá un’ipotesi sociniana del suo uomo semplicione, e poi si dimenticò affatto di ragionarla.Capo iv
Ordine naturale dell’idee umane
intorno ad un giusto eterno.
[48] Abbiam dimostro il diritto natural delle genti dalla provvedenza ordinato co’ dettami delle umane necessitá o utilitá. Ora, per compiere la restante parte della diffinizione che ne lasciarono i romani giureconsulti: — che egli si osserva egualmente
appo tutte le nazioni, — vediamo le due propietá primarie, che sono: una l’immutabilitá, l’altra l’universalitá.[49] E, per quanto attiensi alla prima, il diritto natural delle genti egli è un diritto eterno che corre in tempo. Ma, siccome in noi sono sepolti alcuni semi eterni di vero, che tratto tratto dalla fanciullezza si van coltivando, finché con l’etá e con le discipline provengono in ischiaritissime cognizioni di scienze; cosí nel genere umano per lo peccato furono sepolti i semi eterni del giusto, che tratto tratto dalla fanciullezza del mondo, col piú e piú spiegarsi la mente umana sopra la sua vera natura, si sono iti spiegando in massime dimostrate di giustizia. Serbata sempre cotal differenza però: che ciò sia proceduto per una via, distinta, nel popolo di Dio, e per un’altra, ordinaria nelle gentili nazioni.
[50] Delle quali per arrecare esempli a questo proposito: ne’ tempi antichissimi della Grecia, che gli ateniesi avevano consecrato tutto il campo di Atene a Giove e vivevano sotto il di lui governo (come ne racconta la storia del tempo oscuro di Grecia), per divenire padrone d’un podere, bisognava che ’l permettessero gli auspíci di Giove; in altra etá, come dopo appo gli antichi romani, egli, per la legge delleXII Tavole, bisognava una solenne consegna detta «del nodo»; in altra, che ancor dura a’ tempi nostri tra le nazioni, basta la real consegna del podere medesimo. Tutti questi tre modi d’acquistare il dominio sono fondati sopra quel giusto eterno: — che non possa uomo divenir padrone di cosa altrui senza la volontá del di lei signore, della quale bisogna essere innanzi assicurato; — finché vennero i filosofi, i quali intesero che il dominio in sua ragione assolutamente dipende dalla volontá, della quale basta aver segni sufficienti che ella nel padrone sia deliberata di trasferire il dominio di una tal sua determinata cosa in altrui, sieno anche schiette parole, sieno anche atti mutoli.
[51] Questo è uno de’ continovi lavori di questa Scienza: dimostrare fil filo come, con lo spiegarsi piú dell’idee umane, i diritti e le ragioni si andarono dirozzando prima dalla scrupolositá delle superstizioni, indi dalla solennitá degli atti legittimi
e dalle angustie delle parole, finalmente da ogni corpulenza, stimata prima sostanza dell’affare, e siensi condotte al loro puro e vero principio, che è la loro propia sostanza, che è la sostanza umana, la nostra volontá determinata dalla nostra mente con la forza del vero, che si chiama «coscienza». E tutto ciò, perché il diritto natural delle genti egli è un diritto uscito coi costumi istessi delle nazioni sopra l’idee che esse hanno avuto della loro natura.[52] Onde (e questo, oltra il testé arrecato esemplo di ragion privata, siane un altro di ragion pubblica), se vi fu un antichissimo tempo che vi fossero stati uomini di sformate forze di corpi ed altrettanto stupidi d’intendimento, sull’idea di sí fatta loro natura che avesse dettato loro doversi temere per divinitá una forza ad ogni sí fatta loro umana superiore, egli sarebbe, questo, stato creduto il loro diritto divino, per le cui conseguenze dovevano essi nella forza riporre tutta la lor ragione. Quale appunto professa Achille — il massimo de’ greci eroi, che con l’aggiunto perpetuo d’«irreprensibile» fu da Omero proposto alle genti di Grecia in esemplo della eroica virtú, — il quale, per quel diritto divino, egli professa ad Apollo di estimarlo dio per la di lui forza alle sue superiore, ove afferma che, se esso avesse forze a quel dio eguali, non si sgomenterebbe di venire a tenzone con essolui. Che sembra con piú riverenza degli dèi detto da Achille di quello che dice Polifemo: che esso, se ne avesse la facoltá, combatterebbe col medesimo Giove. E pure tra’ giganti erano stati gli áuguri, i quali non potevano vivere tra gli atei, un de’ quali aveva a Polifemo predetto il caso che egli poi sofferse da Ulisse! Anzi, per quel diritto divino, alla fatta e di Achille e di Polifemo il medesimo Giove estima se stesso, ove fa la profferta della gran catena, da uno de’ cui capi esso solo si strascinerebbe tutti gli uomini e tutti i dèi attenutivi dall’altro capo opposto, per appruovare, con tal sua forza cotanto superiore, esso essere il re degli uomini e degli dèi.
[53] Per le conseguenze di cotal diritto divino, diciamo che Achille ad Ettorre, che vuol patteggiar seco la sepoltura se
sia da esso in quell’abbattimento ammazzato dove poscia morí, risponde che tra ’l debole e ’l forte non vi è ugualitá di ragione, perché non mai gli uomini patteggiarono co’ leoni, né le agnelle e i lupi ebbero mai uniformitá di voleri. Ecco il diritto delle genti eroiche, fondato in ciò: che stimavano di diversa spezie e piú nobile la natura de’ forti che quella de’ deboli. Onde provenne il diritto della guerra: che i vincitori a forza d’armi togliono a’ vinti tutte le loro ragioni della natural libertá, talché i romani ne tennero gli schiavi a luogo di cose. Il qual costume fu condotto dalla provvedenza, ché, poiché sí fatti uomini feroci non erano bene addimesticati dall’imperio della ragione, temessero almeno la divinitá della forza, onde tra essoloro da essa forza estimassero la ragione, perché, in tempi cotanto fieri, dalle uccisioni non si seminassero uccisioni, che andassero a sterminare il genere umano. La quale appunto sarebbe la storia, come è la filosofia, della giustizia (la qual Grozio appella) esterna delle «guerre».[54] Se finalmente in tempi delle umane idee tutte spiegate, non piú altri uomini si estimassero di diversa e superior natura ad altri uomini per la forza, ma si riconoscessero essere tutti uguali in ragionevol natura — che è la propia ed eterna natura umana, — correrá tra essoloro il diritto delle genti umane, che detta gli uomini dover comunicare tra loro egualmente le utilitá, solamente serbata una giusta differenza ove si tratta di meriti, e questa istessa per serbar loro l’egualitá. Questo si scuopre essere il diritto natural delle genti del quale ragionano i romani giureconsulti, che, con peso di parole, appella «genti umane» lá dove Ulpiano il diffinisce, cioè diritto delle genti del suo tempo: non giá a differenza delle barbare poste fuori del romano imperio, con le quali nulla avevano a fare le loro leggi romane dintorno alla privata ragione; ma a differenza delle genti barbare trasandate.
Capo v
Ordine naturale dell’idee umane
intorno ad un giusto universale.
[55] Siccome, per gli anzidetti princípi, al diritto naturale delle genti si asserisce una delle due piú importanti sue propietá, che è l’immutabilitá; cosí, per gli stessi, si stabilisce l’altra, che è l’universalitá, meditando che ’l progresso delle umane idee dintorno al giusto naturale egli non può affatto intendersi essere avvenuto altrimenti che, in uno stato di solitudine — cioè nell’uomo solo, debole e bisognoso di Grozio, senza cura ed aiuto altrui di Pufendorfio, — avesse egli incominciato dalla piú connaturale necessitá, che unicamente, in tale stato, era quella di compiere la sua spezie col congiugnersi con donna che a lui fosse di compagnia, di cura ed aiuto — che fu un diritto naturale monastico o solitario e, in conseguenza, sovrano; — per lo qual diritto ciclopico, che Platone pure avvertí di sfuggita nel Polifemo di Omero, gli uomini giustamente prendessero a forza le donne vagabonde e a forza le tenessero appo essoloro entro le spelonche. Dal qual tempo incominciò a sbucciare il primo principio delle giuste guerre con le prime giuste rapine, siccome quelle che si facevano per fondare il genere umano gentilesco, che furono non meno giuste di quel che sono le guerre che si fecero appresso per conservarlo: talché quivi incomincia ad abbozzarsi quella che da Grozio si appella «giustizia interna delle guerre», che è la vera e propia giustizia dell’armi.
[56] Per sí fatte prime giuste rapine, i primi uomini acquistarono una potestá ciclopica sopra le mogli, e quindi poi sopra i figliuoli, quale appunto Omero fa narrare da Polifemo ad Ulisse, riserbando il primiero costume della bestial comunione, nella quale i parti seguono la condizione delle madri, non potendolo aver cangiato in un tratto per venire al costume delle genti, tutto opposto, che ci restò, che i figliuoli nati da nozze seguono la
condizione dei padri. Quindi, nello stato delle famiglie, tal diritto monastico, con le occasioni delle necessitá o utilitá familiari, siasi spiegato in diritto naturale iconomico. Dipoi, diramati i ceppi in piú famiglie, alle occasioni delle comuni bisogne delle intere attenenze, o sia delle case antiche ovvero tribú, le quali furono innanzi delle cittá e sopra le quali sursero le cittá — le quali case, prima e propiamente, da’ latini si dissero «gentes», — siasi il diritto iconomico propagato in un diritto naturale delle genti prima e propiamente cosí dette, che i latini dissero «gentes maiores». Poscia, unite le case o tribú in cittá, il diritto natural delle genti maggiori siasi innalzato in un diritto natural delle genti minori, o sia de’ popoli privatamente dintorno alle civili necessitá o utilitá di ciascuna cittá: che deve essere il diritto naturale civile, per uniformitá di cagioni nato comune in ciascun tempo in ciascuna parte del mondo, come per esemplo nel Lazio, e, insiememente, propio di ciascheduna cittá, quante furono quelle in mezzo alle quali poi Romolo fondò Roma. Finalmente, conosciutesi tra loro le cittá per comuni affari di guerre, allianze, commerzi, i diritti naturali civili siensi ravvisati, in piú ampia distesa di tutte le altre innanzi, in un diritto naturale delle genti seconde, o sia delle nazioni unite insieme come in una gran cittá del mondo: che è ’l diritto del genere umano.Capo vi
Ordine naturale delle idee umane gentilesche intorno alla divinitá, sulle quali, o distinte o comunicate, si distinguono o comunicano tra loro le nazioni.
[57] La prima e principal parte del diritto naturale delle genti da’ giureconsulti romani si determina la religione verso Dio: perché, senza imperio di leggi, senza forza d’armi, uomo non può venire né durare in societá con altro uomo, essendo
entrambi sommamente liberi in tale stato, che per timore di una forza all’umana d’entrambi superiore e, ’n conseguenza, per timore d’una divinitá comune ad entrambi. Il qual timore della divinitá si appella «religione».[58] Or, cominciando questa Scienza, in ciò di concerto con Grozio e con Pufendorfio, dall’uomo solo (però intorno all’origini de’ gentili), l’idee della divinitá non si può affatto intendere essersi destate prima e poi spiegate nelle menti delle gentili nazioni che con quest’ordine naturale: che, prima di tutte l’altre, quella d’una forza superiore all’umana, fantasticata per deitá da uomini tutti divisi e soli, fosse da ciascheduno creduta propio e particolare suo dio. Onde la prima umana societá conciliata dalla religione fu quella de’ matrimoni, che dovett’essere di certi uomini che per timore di una divinitá si ritrassero dal divagamento ferino e, nascosti per le grotte, dovettero tenervi ferme dentro, appo essoloro, donne trattevi a forza, per usare con esse liberi dallo spavento che dava loro l’aspetto del cielo, di cui, a certe occasioni che qui giú a suo luogo dimostreransi, avevano immaginato la divinitá. Perché lo spavento divertisce dalla venere gli spiriti che abbisognano per usarla. In sí fatta guisa la provvedenza da esso senso della libidine bestiale incominciò a tingere nel volto degli uomini perduti il rossore, di cui certamente niuna fu mai al mondo nazione che non si tinse, poiché tutte usano i concubiti umani: però per una via distinta in Adamo ed Eva, i quali, in pena del peccato essendo giá caduti dalla contemplazione di Dio, all’istesso istante della caduta avvertirono alla lor natura corporea e s’avvidero della loro nuditá e si covrirono le parti brutte a dire nonché a vedere, e Cam, che sostenne vederle, con riso, del dormente padre Noé, con la maladezione di Dio andò, per l’empietá, nella solitudine bestiale. E questo è uno di quei primi, oltra i quali è stolta curiositá di domandare altri primi: che è la nota piú grave della veritá de’ princípi. Perché, se, piú in lá di Cam e Giafet, non ci fermiamo in Noé dopo l’universale diluvio, e se, piú in lá di Caino, non ci fermiamo in Adamo con un Dio di lui creatore e del mondo, si domanda:
quando gli uomini al mondo cominciarono a vergognarsi nello stato della bestial libertá, nel quale non potevano vergognarsi de’ figliuoli, di cui essi erano per natura superiori, non di loro stessi, che erano eguali ed egualmente accesi dal fomento della libidine? Onde, se non ci fermiamo nella vergogna d’una divinitá — ma non di Veneri nude, di nudi Ermeti o Mercuri, né di sfacciati Priapi, — dagli uomini di Obbes, di Grozio, di Pufendorfio non può giammai aver potuto incominciare l’umanitá.[59] In tali incominciamenti di cose umane, i primi uomini dovettero fermare le prime donne nella religione di quella divinitá che gl’impediva ad usare la venere a cielo aperto: onde appo tutte le nazioni restò quel costume che le donne entrassero nella religione civile de’ lor mariti, come ne’ loro sacrifici famigliari apertamente si ha de’ romani. Da questo primo antichissimo principio di tutta l’umanitá gli uomini cominciarono tra loro a comunicare le idee, dandovi l’incominciamento i mariti con le lor donne, innanzi di tutte le altre, da quella della divinitá che uniti gli aveva nella prima societá, che certamente fu quella de’ matrimoni. Dipoi, nello stato delle famiglie, queste deitadi particolari di ciascun padre, unite in intiere attenenze, fussero i dèi de’ padri, come «divi parentum» restaron pure interamente detti nella legge delleXII Tavole, al capoDe parricidio. Unite poi le famiglie in cittá, fossero i dèi di ciascheduna patria, che si dissero «dii patrii», e fossero creduti perciò dèi propi de’ padri o sia dell’ordine de’ patrizi. Quindi nel tempo che piú cittá, per l’uniformitá dell’idee in una stessa lingua, pervennero in intere nazioni, fossero i dèi delle nazioni medesime, come i dèi d’Oriente, i dèi dell’Egitto, i dèi della Grecia. Finalmente, nel tempo che le nazioni si conobbero per cagioni di guerre, allianze, commerzi, fossero i dèi comuni al genere umano: non la Giunone de’ greci, non la Venere de’ troiani; ma che, ne’ loro scambievoli giuramenti, i greci per la loro Giunone, i troiani per la loro Venere, intendevano
un dio che a tutti è Giove.
[60] Onde si traggono due dimostrazioni. Una, che l’umanitá tutta si contiene dentro l’unitá di Dio, la quale da un dio appo tutte partitamente comincia, ed in un dio vanno tutte universalmente a terminare. L’altra è della veritá, antichitá e perpetuitá della cristiana religione, ché ella cominciò col mondo da un Dio, né, per volger d’anni e nazioni, nonché costumi, moltiplicò giammai la divinitá.
Capo vii
i
Ordine naturale d’idee dintorno al diritto delle nazioni per le loro propie religioni, leggi, lingue, nozze, nomi, armi e governi.
[61] Ma, se le genti, prima e propiamente, furono ceppi diramati in piú famiglie, il diritto delle genti non può affatto intendersi aver potuto cominciar e procedere che sopra quest’ordine naturale d’idee: che, prima di tutti altri, fosse egli un diritto uscito, coi costumi di certi ceppi, da’ primi padri del mondo diramati in molte famiglie innanzi di comporsene le cittá, le quali attenenze si dissero «genti maggiori». Dalle quali Giove, per esemplo, fu detto dio delle genti maggiori, perché fantasticato da questi primi padri e creduto dio dalle intiere famiglie, delle quali essi erano ceppi comuni e sovrani príncipi. In conseguenza di ciò, egli fu necessaria cosa che di ciascheduna di queste attenenze fusse propia ciascuna lingua, che essi si avevano ritruovata per comunicare tra essoloro le leggi, le quali, in tale stato, per ciò che se n’è detto nella particella antecedente, non potevano essere altro che le leggi credute divine degli auspíci, per gli quali, appo le gentili nazioni, la provvedenza, da «divinari», principalmente ebbe il nome di «divinitá». In séguito di ciò, dovettero credere essere
propie loro sí fatte leggi divine, con le quali, da quel Giove che ciascuna si aveva fantasticato suo propio dio, credevano essere loro comandate tutte le umane faccende, prima e principale delle quali tutte certamente sono le nozze. In forza e ragione di sí fatte propie religioni, propie leggi e propie lingue, dovevano naturalmente celebrare tra essoloro le nozze con gli auspíci de’ loro dèi.[62] Or suppongasi per poco tempo qui ciò che non molto dopo ritruoverassi di fatto: che altri uomini, lunga etá dopoi, dalla bestiale comunione siensi ricevuti alla vita socievole nelle terre occupate prima e cólte da altri uomini i quali dal divagamento ferino si erano altrettanto tempo innanzi ristati. Sí fatti uomini stranieri vagabondi, ricevuti senza religione e senza lingua — ed anche i nati da costoro, finché furono ignoranti delle religioni, leggi e lingue di coloro che gli avevano ricoverati, — dovettero naturalmente essere proibiti di contrarre nozze con le attenenze che giá avevano loro propie le lingue, le leggi e i dèi. E questo debbe essere stato il primo antichissimo diritto naturale delle genti nello stato delle famiglie, il quale deve essere stato comune a’ gentili con gli ebrei; e molto piú osservato dagli ebrei che da’ gentili, quanto che il popolo di Dio aveva il vero merito a’ vagabondi empi da lor ricorsi di non profanare la vera religione.
[63] Frattanto, a certe occasioni che a suo luogo dimostreransi, essendosi unite queste attenenze nelle prime cittá, il diritto naturale di queste genti dovette essere un diritto custodito coi costumi di ordini sí fatti di attenenze, le quali furono dette «genti minori»: da cui, per esemplo, Romolo fu detto dio «delle genti minori», perché fantasticato dio da quest’ordine, come certamente Procolo Sabino, uomo dell’ordine senatorio, il preconizò dio alla plebe romana. In conseguenza di ciò, tal diritto delle genti, come innanzi era stato di esse attenenze, cosí, lungo tempo dopo le cittá fondate, dovette essere propio di questi ordini di famiglie nobili: siccome pur troppo spiegatamente lo ci ha narrato la romana storia (prendiamla ora, piú di tutti altri, da Livio), che, per errore d’altri princípi dell’umanitá, è giaciuta finora senza scienza e senza utilitá alcuna.
[64] Ma, per farla reggere sulle cose qui da noi meditate, ci giova or prendere per un poco di tempo nel volgar sentimento: che nell’asilo di Romolo si fossero ricoverati in copia trasmarini d’Arcadia e di Frigia, uomini di sconosciute nozze, di sconosciute lingue, di sconosciuti dèi, per lasciare quanto altri mai voglia il di piú estimar di coloro che, dalla solitudine bestiale, nelle picciole cittá fondate innanzi nel Lazio (come le fiere talvolta, o per eccessivi freddi o inseguite da’ cacciatori, per campar la vita, si riparano ne’ luoghi abitati), a certe loro ultime necessitá che qui appresso si diviseranno, si ripararono, affatto senza dèi, senza lingue e senza niuna parte di umanitá. Quando la storia romana certa ci narra che alla plebe, che vuole i connubi, ovvero la ragione di contrar nozze (ché tanto «connubio» suona in buona giurisprudenza) con gli auspíci degli dèi, co’ quali le celebravano i padri ovvero i nobili, questi gliele niegano, e contendono per quelle ragioni che arrecano in tali tempi con tutta proprietá di parole, e da Livio con tutta la buona fede ci sono state rapportate: «confundiiura gentium>», «se gentem habere», «auspicia esse sua». Con che volevano dire che si confonderebbono le ragioni de’ parentadi; — che essi soli avevano certe discendenze, per le quali erano sicuri con le nozze non commettere congiognimenti nefari, onde giacessero i figliuoli con le madri, i padri con le figliuole, o piú fratelli con una stessa sorella (perché le nozze solenni unicamente dimostrano certi padri e, ’n conseguenza, certi figliuoli, certi fratelli, come sanno i giovanetti appena che incominciano ad apprendere la romana ragione), e, ’n conseguenza, che essi erano puri dagl’incesti nefari, co’ quali non si propaga generazione umana, ma va a finirsi, ritornando i figliuoli a’ loro princípi donde essi uscirono, ed a restrignersi, non diramandosi, ma confondendosi i sangui vicini, che è la malizia naturale di tai congiognimenti incestuosi (della quale, in quella istessa contesa, i nobili ne riprendono essi plebei con quel motto: che «agitarent connubia more ferarum»); — e finalmente che essi s’intendevano della lingua de’ loro dèi, che, co’ divini creduti avvisi o comandi degli
auspíci, ordinavano a essi tutte le cose umane, delle quali tutte erano prime e principali le nozze.[65] Sopra questa naturalezza d’idee si ritruova il diritto naturale delle genti eroiche per tal differenza di natura, riputata da’ nobili, sopra le plebi delle prime cittá, tanto diversa quanto di uomini e di fiere, conforme a quella che de’ forti sopra i deboli estima Achille appunto di leoni e di uomini. Quivi si scuopre il principio naturale dell’arcano delle religioni e delle leggi appo ordini di nobili o sappienti o sacerdoti, e della lingua sagra ovvero arcana per tutte le nazioni, che finora, appo i romani, è stata creduta volgarmente impostura de’ patrizi ovvero nobili.
[66] Lunga etá appresso, gli stranieri ricevuti nelle prime cittá o, per me’ dire, i provenuti da quelli — essendo stati avvezzi tratto tratto a riverire e temere i dèi de’ signori di esse cittá, e, col lungo ubidire appresa la lingua delle religioni e delle leggi e, ad esemplo de’ nobili, contraendo matrimoni naturali con donne naturalmente, o sia di fatto, certe — come, per veritá di natura, erano giá essi venuti all’umanitá, cosí dalla loro natura furono portati a volere per diritto naturale delle genti essere uguagliati a’ nobili per questa parte in ragione: di riportarne comuni le loro nozze e i loro dèi. Onde questi finalmente comunicarono loro per legge e gli dèi e le nozze sei anni dopo della legge delleXII Tavole data a’ romani, come apertamente la romana storia racconta. Nella qual guisa, con la luce della storia certa latina dileguandosi le notti che sinora hanno ingombrato la storia favolosa de’ greci, si scuoprono gli Orfei avere col timore degli dèi addimesticato le fiere e riduttele nelle cittá. Per le quali, da tale stato in poi, il diritto natural delle genti fu un diritto comune a tutti coloro che da uomini liberi nascevano in una stessa cittá: onde da essa «natura», ovvero sorta di nascere, fu poi appellato «dirittonaturale delle nazioni». Cosí puossi intendere che le nozze solenni furono propie de’ cittadini romani sopra le genti vinte, come prima erano state propie de’ soli romani patrizi sopra i plebei; e questo deve essere stato il diritto civile della gente
romana: non perché nelle altre nazioni, di loro propia signoria ed in loro civile libertá, i cittadini non celebrassero pure nozze solenni tra essoloro.[67] Piú a noi da presso, le nazioni vinte — col lungo ubidire alle nazioni dominanti tratto tratto avvezzate a sconoscere i loro vinti dèi ed a temere i dèi vittoriosi e, col lungo volger d’anni, disusata la loro, celebrando la lingua delle religioni dominanti — vennero naturalmente ad esser capaci d’esser loro comunicati i dèi e le nozze de’ popoli príncipi. Nella quale ampiezza il diritto naturale delle nazioni fu estimato secondo l’idee dell’umane necessitá o utilitá delle nazioni intiere, ciascheduna essendo unita col vincolo d’una stessa religione e d’una medesima lingua sagra.
[68] Tal lingua sagra della religione, che è quella della Chiesa latina e greca, unisce tutti i popoli cristiani in una sola nazione incontra ad ebrei, maumettani e gentili: onde si rende ragione della natural malizia de’ congiugnimenti tra uomini e donne di tai nazioni diverse. Ma in grado molto rimesso di quella è la malizia naturale che contengono i congiugnimenti carnali con cristiane medesime senza le solennitá de’ matrimoni: perché indi devono nascere figliuoli a cui i parenti non possono insegnare con l’esemplo la prima di tutte le leggi dell’umanitá, e dalla quale l’umanitá ebbe il primo incominciamento, che è il timore di una divinitá che dee aversi nel congiognersi uomo con donna; e sí essi naturalmente peccano, usando la venere incerta, per mandare, in quanto ad essi appartiensi, i loro parti nello stato della bestialitá.
[69] Tutto ciò è fondato sopra il secondo degli tre princípi di tutta l’umanitá che noi proponemmo qui sopra: che gli uomini non si uniscano con le donne se non sopra i princípi d’una religion civile comune, per la quale, con una medesima lingua, i figliuoli apparino le cose delle loro religioni e delle loro leggi, e cosí conservino e perpetuino le propie nazioni. Onde intendano alcuni chiari filosofi di questa etá che non, per lo men regolato affetto alle loro filosofie condannando lo studio delle lingue dotte, sopra le quali sono fondate la nostra santa
religione e le nostre leggi — quali sono le orientali, la greca, e la latina — vadano essi, senza avvedersene, a rovinare una coltissima nazione sopra le altre tutte del mondo, unicamente in sommo grado colta per ciò: perché per gli usi della religione e delle leggi devonsi tra’ popoli cristiani coltivare le lingue piú luminose di tutta l’antichitá.[70] Finalmente, unite piú nazioni di lingue diverse in pensieri uniformi per cagioni di guerre, allianze, commerzi, nacque il diritto naturale del genere umano da idee uniformi in tutte le nazioni intorno le umane necessitá o utilitá di ciascheduna di esse.
[71] Per tutto ciò il principio del diritto naturale è il giusto uno, o sia l’unitá dell’idee del genere umano dintorno le utilitá o necessitá comuni a tutta l’umana natura. Talché il pirronismo distrugge l’umanitá, perché non dá l’uno; l’epicureismo la dissipa, ché vuole che giudichi dell’utilitá ’l senso di ciascheduno; lo stoicismo l’annienta, perché non riconosce utilitá o necessitá di natura corporea, ma solamente quelle dell’animo, delle qual’istesse non può altri giudicare che il solo loro sappiente. Solo Platone promuove il giusto uno, ché stima doversi seguire per regola del vero ciò che sembra uno ovvero lo stesso a tutti.
[72] Cosí dee aver proceduto l’ordine naturale dell’idee dintorno al diritto delle genti per le religioni, leggi, lingue, nozze, che le han fondate e propagate. Vediamo ora per le altre parti restateci, che erano nomi, che l’han distinte, armi e governi, che le conservano.
[73] Imperciocché, se i nomi, prima e propiamente, furono detti di esse genti, che appo i romani terminarono tutti in «ius» (come «nomen Cornelium», il quale era diramato in tante famiglie nobilissime, fra le quali la piú luminosa fu la Cornelia Scipiona); e se i nomi si spiegarono dagli antichissimi greci co’ patronimici, che propiamente sono nomi de’ padri (i quali pur troppo appruovano la loro antichitá per questo istesso che sono rimasti ai poeti); forza è che le prime genti sieno state le sole discendenze di case nobili, perché i soli nobili nascessero da nozze giuste ovvero solenni. In conseguenza di ciò, il
«nome romano», il «nome numantino», il «nome cartaginese», per esempli, in significazione della «gente», dovettero essere, sul loro principio, de’ soli ordini di nobili di queste nazioni, i quali, in conseguenza di quello che essi soli s’intendevano della lingua divina degli auspici, essi pur soli dovevano avere l’amministrazione di tutte le pubbliche faccende della pace e della guerra, come pur troppo a lungo ci ha cantato la storia romana nelle contese della plebe co’ padri sulla comunicazione delle nozze, de’ consolati, de’ sacerdozi.[74] Dalle quali cose il diritto naturale delle prime genti, per la ragione de’ nomi appo i romani, de’ patronimici appo gli antichissimi greci, per altro equivalente appo le altre nazioni, nacque e si custodí da tutti e tre i princípi da’ quali noi sopra proponemmo essere uscita tutta l’umanitá. De’ quali il primo fu la giusta oppinione universale che vi sia provvedenza. Il secondo, che gli uomini con certe donne, con cui abbiano comuni religioni, leggi e lingue, contraggano giuste nozze per fare certi figliuoli, che possano essi educare nelle religioni, istruire nelle leggi natie, per le quali questi debbano dimostrare i loro certi padri coi nomi, coi patronimici, e cosí abbiano a perpetuare le nazioni. (I quali figliuoli perciò, prima e propiamente, appo i latini furono detti «patricii», appo gli antichissimi greci εὐπατρίδαι, appo entrambi in significazione di «nobili». Onde i patrizi romani unicamente perciò, nella tavola che dicono undecima delle dodici, si avevano chiusi tra essoloro gli auspíci nel capo conceputo: «Auspicia incommunicata plebi sunto»). Il terzo, che si seppellissero i morti in propie terre a ciò destinate, onde le sepolture gli accertassero, con le genealogie o serie degli antenati, il sovrano dominio delle loro terre, che essi riconoscessero dagli auspíci de’ loro dèi, coi quali i loro primi ceppi l’avevano da prima occupate. Onde si distinse il dominio delle terre nella propietá, il quale era stato innanzi comune di tutto il genere umano nell’uso: che è il dominio originario, fonte di tutti i domíni sovrani e quindi di tutti i sovrani imperi, che da questi primi antichissimi auspíci vengono tutti da Dio.
[75] Le quali cose tutte ne dan motivo di meditare che altri uomini innanzi altri, dall’uomo di Grozio, di Pufendorfio, si ricevettero all’umanitá. E si ritruova il gran principio della prima divisione de’ campi, ordinata dalla provvedenza per mezzo della religione degli auspíci e delle sepolture, e quindi il principio onde le cittá tutte sursero sopra due ordini: uno de’ nobili, altro di plebei. Ma si fa piú sublime discoverta in ciò: che ’l mondo delle nazioni è stato ordinato da Dio, osservato principalmente per l’attributo della provvedenza, per la quale è riverito da per tutto con l’idea della divinitá, o sia di mente che vede l’avvenire (ché tanto significa «divinari»); e cosí l’importante costume di seppellire i morti, che da’ latini si dice «humare», aver insegnato l’umanitá. Dai quali due gran princípi deve prendere incominciamento la scienza delle divine ed umane cose.
[76] In conseguenza di ciò che ’l nome romano, per esemplo, ne’ primi tempi fu de’ soli padri ovvero nobili, dovette tal costume in Roma riceversi da un comun diritto delle genti del Lazio che i soli nobili nelle antichissime adunanze s’intitolassero «quiriti» — cosí detti da «quiris», che significò «asta», — che assolutamente significano «genti d’arme in adunanza» (siccome «genti d’arme» ne’ tempi barbari nostri non furono detti che soli nobili): perché, fuori di adunanza o in numero del meno, «quirite» non mai si disse. Lo che ne convince che, avendo i soli nobili il diritto delle armi e, in conseguenza, il diritto della forza, che si chiama nelle cittá «imperio civile», perché essi soli avevano la gente, essi soli trattassero naturalmente del diritto delle genti come di lor cosa propia. Cotal diritto della gente romana si è da noi dimostro altrove aver durato dentro l’ordine de’ padri infino alla legge di Filone dittatore, per la quale, essendo state giá, dopo lunghe contese, comunicate da’ padri alla plebe le nozze, i comandi sovrani d’armi, i sacerdozi, fu finalmente accomunato il titolo della romana maestá a tutto il popolo nelle grandi adunanze, nelle quali tutti, indi in poi, erano appellati «quiriti romani». Dal qual tempo «nome romano» significò «nazione di nati da uomini
liberi in Roma, che in adunanza avevano il diritto della pace e della guerra»; per lo cui diritto le provincie, rigorosamente, non avevano nome, perché, con le romane vittorie, era stato loro tolto il diritto sovrano dell’armi, e sí esse non avevano propiamente nome a riguardo de’ cittadini romani, siccome prima la plebe romana non aveva avuto nome a riguardo de’ padri. E qui si scuopre il principio del diritto della gente romana, col quale stese le conquiste, con le differenze, che appresso si ragioneranno, nel Lazio, nell’Italia, nelle provincie.[77] Rimanci finalmente, con buon ordine di natura, da spiegare le nostre idee dintorno al diritto delle genti per la parte importantissima de’ governi, che era l’ultima delle sette che sopra ci abbiam proposta: la quale ci costa la maggior fatica di queste meditazioni, quanta vi volle ad entrar colla forza del nostro intendere nella natura de’ primi uomini muti d’ogni favella. Perché finalmente ritruovammo che per quelle stesse naturali cagioni che fecero la lingua sagra per geroglifici o caratteri muti appo tutte le prime nazioni (come appresso piú spiegatamente si mostrerá), di cui erano sappienti i soli nobili, ed era ignorata dal vulgo de’ plebei — dalla qual lingua, creduta divina, furono dipendenze le prime antichissime leggi, — naturalmente avvenne che nel primo mondo delle nazioni i primi governi furono tutti aristocratici, o sia di ordini di nobili, i quali si ritruovano essere stati gli eroi, ne’ tempi della loro barbarie, cosí de’ latini, come de’ greci, egizi, asiani. Ma, tratto tratto venendosi tra le nazioni a formare i parlari vocali ed a crescere i vocabolari (che noi sopra ragionammo essere una gran scuola di far destre e spedite le menti umane), i plebei vennero, riflettendo, a riconoscersi di una natura eguale a quella de’ nobili; in conseguenza della qual conosciuta vera natura umana, ricredendosi della vanitá dell’eroismo, vollero essere co’ nobili uguagliati nella ragione dell’utilitá. Per la qual cosa, meno e meno sopportando il mal governo che facevano di essoloro i nobili sulla vana ragione della loro creduta eroica natura, di spezie diversa da quella degli uomini, finalmente sopra
le rovine del diritto naturale delle genti eroiche, estimato per maggioritá di forze, insurse il diritto naturale delle genti umane (che Ulpiano appella e diffinisce), estimato per ugualitá di ragione: per lo quale, nello stesso tempo che i popoli giá naturalmente, o sia di fatto, si erano composti di nobili e di plebei, e piú di plebei che di nobili — e, con l’idee della moltitudine, [gli eroi] erano divenuti signori delle lingue, — vennero i medesimi popoli naturalmente a farsi signori delle leggi nelle repubbliche popolari, naturalmente passarono sotto le monarchie, le quali dettano le leggi con le lingue comuni de’ popoli.[78] Cosí, nelle persone de’ monarchi si unirono gli antichissimi auspíci (che si dice la «fortuna delle condotte»), si unirono i nomi delle nazioni (che è la «gloria dell’imprese»), e, per gli auspíci e i nomi, in loro si uní il sommo impero dell’armi, con le quali essi difendono le propie religioni e le propie leggi, dalle quali si distinguono e si conservano le nazioni. E la signoria della lingua delle prime genti per geroglifici si conservò cosí, intera, appo i popoli liberi in adunanza, come appresso i monarchi ristretta ad una certa lingua dell’armi, con la qual lingua delle loro insegne e bandiere le nazioni comunicassero tra loro nelle guerre, nell’allianze, ne’ commerzi: la quale qui appresso si ritruova il principio della scienza del blasone, e la stessa si ritruova il principio della scienza delle medaglie. Che è la profonda ragione onde, nelle nazioni giá fornite di lingue convenute, i governi mutar si possono di monarchici in popolari ed a rovescio; ma nella storia certa di tutti i tempi di tutte le nazioni non mai si legge che, in tempi umani e colti, alcun de’ due siasi cangiato in aristocratico. Onde si lascia ad intendere quanto i filosofi abbiano con iscienza meditato sui princípi de’ civili governi, e quanto con veritá Polibio abbia ragionato sulle loro mutazioni!
ii
Corollario
Contenente un saggio di pratica sul confronto de’ ragionati princípi con la volgar tradizione della legge delle XII tavole venuta da Atene.
[79] Sol tanto basterebbe per farne accorti a non fidarci per l’avvenire degli autori che sulle volgari tradizioni han ragionato de’ princípi del diritto naturale delle genti e del civile romano. Ma, perché il dovere di chi riprende sistemi intieri di altrui è di riporre altro propio, ne’ cui princípi reggano tutti gli effetti con maggiore felicitá, noi c’innoltriamo con la meditazione per soddisfare a sí fatto nostro dovere. E, innanzi di riprendere l’incominciato cammino, non inutil cosa stimiamo fare qui un saggio della veritá ed utilitá di questa nuova Scienza, per o seguitarla in appresso o abbandonarla sul cominciare.
[80] Il saggio egli è questo: se nel ragionare che abbiamo fatto i giá sopra posti princípi con la sola forza del nostro intendere, siamo entrati nella natura de’ primi uomini che fondarono le gentili nazioni, sicché, con tale da noi divisato ordine d’idee, sieno essi proceduti a condurle e compierle in quello stato nel quale l’abbiamo da essi, per mano de’ nostri maggiori, ricevute. Facciamo questo confronto: in quella guisa che, incontro ad abiti comuni invecchiati, con violentissima forza spogliandoci di quanto dell’umanitá delle nazioni e filosofi e filologi avevano innanzi ragionato e racconto, ritruovammo sí fatti princípi e ragionevoli nelle cagioni e convenevoli negli effetti; — ora, per lo contrario, usando una forza opposta, che, al paragone della prima, dovrebbe essere molto leggieri, contro queste poche nuove e singolari cognizioni, tentiamo, se possiamo, dimenticarci di questi princípi, e cosí per l’appresso, siccome
per lo innanzi si è fatto, ci sia lecito riposare con mente tranquilla sopra le volgari tradizioni che ne hanno lasciato scritte gli antichi. Che se ci sará niegato di farlo, sará un vero sperimento che le cose qui concepute siensi medesimate con l’intima sostanza della nostra anima, cioè che abbiamo non altro fatto che spiegato la nostra ragione, talché bisogna disumanarsi per rinniegarle (che è quell’intima filosofia onde Cicerone voleva produrre la scienza di cotal diritto); e che i princípi fin qui meditati erano veri finora racchiusi in noi stessi, o oppressi dal peso della memoria di ricordarsi tante innumerabili cose sregolate che non giovavano di nulla l’intendimento, o trasformati dalle nostre fantasie d’immaginarle con le idee nostre presenti, non giá con le antichissime loro propie.[81] Adunque — poste in disparte le fin qui ragionate cose dintorno a’ princípi delle false religioni e dei dèi che indi nacquero, delle leggi e della loro lingua da prima sacra, de’ costumi eroici e de’ loro governi, talché si abbiano per affatto non conosciute, come tante migliaia d’anni sono state in veritá sconosciute — si combinino queste cose d’istoria romana certa, quanto certa è la contesa della plebe co’ padri dintorno a contrarre le nozze con auspíci comuni: che è il diritto divino, la cui comunicazione Modestino giureconsulto fa prima e principal parte delle nozze giuste o solenni che contraggono i cittadini romani, ove esso le diffinisce che «sunt omnis divini et humani iuris communicatio». E tal contesa avviene in Roma trecensei anni dopo che era stata fondata, e, sí, tre anni dopo la legge delleXII Tavole data alla plebe. Qui si rifletta in tali tempi la plebe non aver dèi comuni co’ padri; che è tanto dire che la plebe era una nazione di uomini dall’ordine de’ nobili affatto diversa, quando certamente l’unitá delle religioni unisce le nazioni.
[82] Che dense notti di tenebre, che abisso di confusione non dee ingombrare e disperdere le nostre menti messe in ricerca di qual natura, di quai costumi, di qual sorta di governo dovette essere Roma antica, della quale non possiamo dalle nostre nature, costumi e governi fare nessuna, quantunque lontanissima, simiglianza! Impegnino pur i nostri ingegni tutta la
loro acutezza o piú tosto arguzia per poter mantenere la riputazione alla nostra memoria, giá invecchiata in ciò: che ’l governo romano sotto i re fu monarchico mescolato di libertá popolare; che Bruto, col cacciare da Roma i re, la fondò tutta; che la legge delleXII Tavole venne da Atene, cittá certamente a que’ tempi libera, e che stabilí in Roma affatto l’egualitá; — ché resisteracci questa pubblica testimonianza d’incontrastata istoria: che i plebei, fino a sei anni dopo essa legge, non solo non erano cittadini romani, siccome quelli che non avevano le cose divine comuni coi nobili, ma nemmeno della stessa romana nazione, a’ quali i padri oppongono che essi, i quali eran nobili, avevano la gente, che certamente era la romana; ma, ciò che sbalordisce, eran tenuti di una spezie diversa dagli uomini, ché «agitabant connubia more ferarum», che duravan sol tanto quanto durava la coabitazione con le loro donne. Le quali cose, se non si può riprendere Modestino aver falsamente diffinito le nozze; se non si può pure rinnegare questo comun costume delle nazioni: che niuna cittá è divisa in parti per dèi, perché ogni cittá divisa in parti per cagion di religione o è giá rovinata o è presso alla rovina; se non si può sconoscere questa troppo strepitosa testimonianza di romana storia certa di un diritto che con pubbliche arringhe e con popolari movimenti in Roma ben tre anni si contrastò: ci vediamo gittati in una necessitá, se non piú tosto sollevati in una libertá, di troppo sconfidare della tanta accuratezza de’ critici, che a ciascheduna delle Tavole hanno fissi i propi capi di cotal legge: e ’l capo dove i plebei sieno padri di famiglia, che non possono essere che cittadini; e quello dove facciano solenni testamenti e dieno i tutori a’ figliuoli, che non è permesso ad altri fare che a’ padri di famiglia; e l’altro dove i loro retaggi vadanoab intestato agli eredi suoi, in difetto agli agnati e finalmente a’ gentili: i retaggi, diciamo, di que’ plebei che, sino a tre anni dopo tal legge data loro, non avevano gente o casato![83] Ma che diligenza perversa! quando i dubbi dintorno ad essa legge venuta da Atene in Roma son tali che non si possono
a patto alcuno non ascoltare, perché da dentro la nostra mente ce ne incalzano i richiami che ne fa essa natura selvaggia e ritirata delle primiere nazioni, tra le quali non si poté avere commerzio di lingue che dopo le occasioni di guerre, di allianze, commerzi; talché sempre c’intuoneranno nel capo: — come, nel tempo che ottansei anni addietro, dentro un brieve continente d’Italia, Livio risolutamente niega, per tante nazioni di lingue e di costumi diverse, il nome famosissimo di Pittagora aver potuto da Cotrone a Roma penetrare, fu da oltremare traggittata a’ romani la fama della sapienza di Solone fino dall’Attica, che è la parte da noi piú lontana della Grecia? come i romani poterono sapere la qualitá delle leggi ateniesi tanto a minuto, che le stimarono proporzionate a sedare le contese che i plebei avevano co’ nobili, nel tempo che, venti anni innanzi, non piú, Tucidide scrive che i greci stessi, fino alla memoria de’ loro padri, non sapevano nulla delle loro cose propie? come i romani furono conosciuti a’ greci, e con qual commerzio di lingue per ambasciarie, i cui ambasciadori, censettandue anni dopo, per non essere conosciuti, perocché non avevano commerzio di lingue, dentro essa Italia, furono maltrattati da’ tarantini, dalla qual guerra cominciarono i romani co’ greci a conoscersi? forse per ciò: — perché non vi era commerzio di lingue, — gli ambasciadori romani (veramente semplicioni di Grozio ed affatto ridevoli ambasciadori di Accursio, che pur troppo discreditano la cotanto rinnomata sapienza de’ decemviri) se ne ritornarono con le leggi greche in casa senza nulla sapere che contenessero? talché, se gli autori della favola non fanno venire frattanto Ermodoro greco a fare il suo esiglio in Roma, delle portate leggi essi non arebbono saputo che farsi? come Ermodoro le tradusse con tanta latina puritá, che Diodoro sicolo giudica «nulla affatto odorare di grecismo», e noi possiamo affermare che non fu autor latino appresso, quanto si voglia in lingua greca versato, che avesse tradotto con pari eleganza alcuno de’ greci scrittori? come travestí greche idee con voci tanto propie latine che essi greci, tra’ quali è Dione, dicono che tutta la Grecia non abbia termini simiglianti per ispiegarle? (come la voce «auctoritas», la quale contiene una delle piú importanti parti, se non forse tutto o pur l’unico affare di quella legge, come qui appresso si mostrerá).[84] Altrove per due intieri libri si è dimostrato cotal tradizione volgare essere favolosa, dove aprimmo il consiglio dell’ambasciaria, veramente uscita con tal colore di Roma, ma, in fatti, per tenere a bada tre anni la plebe. Ora qui, incontra all’offese di taluni che amano meglio di non intendere che dimenticarsi, ci poniamo sotto l’ombra di Cicerone, il quale non volle mai credere cotal favola e professò di non crederla. Imperciocché, innanzi di Cicerone, niuno autore né latino né greco fa menzione di cotal fatto d’istoria romana, senonsé vogliamo dar credito alla lettera che scrive Eraclito ad Ermodoro, con la quale si rallegra con essolui di aver sognato che tutte le altre del mondo venivano ad adorare le di lui leggi. La qual lettera veramente è sogno, infino da Efeso o dal deserto, dove Eraclito poi, per ischivare gli ingiusti odi degli efesi, si ritirò, scritto ad un altro in Roma per quelle poste per le quali, come dicemmo, Pittagora aveva fatto per lo mondo i lontanissimi suoi viaggi. Lettera affatto indegna di un tanto grave filosofo e di Ermodoro, principe di tanto merito che esso Eraclito stimò quei di Efeso degni tutti d’essere infino all’uno strangolati, che ’l cacciarono dalla loro cittá: che l’uno facesse, l’altro si dilettasse di cotanto sfacciata adulazione che la gloria delle buone leggi debba essere di un traduttore, quanto se un dicesse che la gloria d’una gran pace debba ridondare agl’interpetri! Perché, se tal lode conviengli perciocché esso fu l’autore che si mandasse in Atene per le leggi della libertá, come credette Pomponio, egli sembra affatto indegno di cotal lode, il quale, essendo principalissimo cittadino di Efeso, come Diogene Laerzio il racconta, non seppe a suo costo quelle leggi di libertá, per cui cosí esso dagli efesi, come dagli ateniesi fu discacciato il giustissimo Aristide, ed anche senza di quelle, giá pochi anni innanzi, da Roma era stato mandato in esiglio il valoroso Coriolano. Onde cotal anfania
si dee stimar impostura simigliante a quelle degli oracoli di Zoroaste e degli orfici o versi smaltiti fatti da Orfeo.[85] Nel rimanente, di cotal fatto gli autori piú antichi che ’l narrino sono Tito Livio e Dionigio d’Alicarnasso: talché tutti gli altri, che l’han seguíto, non fanno piú fede di quella che in ciò ne meritano questi due scrittori. Ma Cicerone — piú d’entrambi filosofo certamente e filologo, e della storia delle leggi di quella repubblica, che esso da sappientissimo consolo governò, informato molto meglio che un uomo privato da Padova ed un greco interessato della gloria della sua nazion boriosa, e pur senza dubbio che visse innanzi di entrambi — in uno ragionamento erudito, come quello che dá la materia a’ tre libriDell’oratore, introduce Marco Crasso a ragionare delle leggi romane in presenza di Quinto Muzio Scevola, principe de’ giureconsulti della sua etá, e di Servio Sulpizio, il quale (come pur narra Pomponio giureconsulto nella sua brieve istoria del diritto romano) funne ripreso da questo istesso Scevola, che, essendo patrizio, non sapesse egli le leggi della sua patria. E lo scrittore, quant’altri mai osservantissimo del decoro de’ dialogi, in presenza di tali uomini (ché, altrimenti, sarebbe stata una incredibile sfacciatezza) lo fa dire: che la sapienza de’ decemviri, i quali diedero la legge delleXII Tavole a’ romani, avanza di gran lunga quella di Ligurgo, che le diede agli spartani, quella di Dragone e di Solone istesso, che le diede agli ateniesi!
[86] Appresso qui scuopriremo i motivi di vero onde fu, con brutta incostanza, detta venire ora da altre cittá del Lazio, come dagli equicoli, ora dalle cittá greche d’Italia, ora da Sparta, finalmente da Atene, dove, per la fama de’ di lei filosofi, cotale divagamento finalmente ristò. Quivi si vedrá che tale egli è adivenuto alla legge delleXII Tavole quale a’ viaggi di Pittagora, che furono creduti per ciò: perché poi da’ greci le di lui oppinioni si ritruovarono simili tra le nazioni in lungo e in largo dissipate per l’universo. Perché ella — nonché in ciò: che i pareggiatori attici ne pareggiano in leggieri cose coi costumi ateniesi; altri in altre cose pur picciole con quei
degli spartani; il pareggiatore cristiano in altri pur minuti diritti con le leggi mosaiche; — ma in tutto il corpo del diritto romano, come in questi libri dimostrerassi, ella è un testimone il piú pieno e ’l piú certo di tutta l’antichitá gentilesca (per sí fatta oppinione volgare sconosciuto finora), che ne poteva assicurare del diritto delle genti e d’Italia e di Grecia e delle altre antiche nazioni. Tanto ci ha costo di danni il fasto romano, che volle in ciò andare del pari con la boria de’ greci, che vantavano fondatore della loro nazione Orfeo, ricco di sapienza riposta, e, per arricchirnelo, ne fecero dovizia a Trimegisto e a Zoroaste, da’ quali, per mezzo di Atlante, provenisse filosofo Orfeo. Ma, non avendo essi romani un sí fatto in Italia — perché Livio niega aver Numa da Pittagora appreso, quantunque pure l’avessero essi vantato — delle leggi dettate loro dalla provvedenza, come qui appresso dimostrerassi, fecero autore il principe de’ sappienti di Grecia Solone.[87] Per questa oppinion falsa alla legge delleXII Tavole egli è avvenuto lo stesso che avvenne alla sapienza di Zoroaste, di Trimegisto, d’Orfeo, a’ quali furono appiccate opere di sapienza riposta, la quale venne lungo tempo dopo della volgare, e venne per la volgare di Zoroaste, di Trimegisto, d’Orfeo. Perché, essendosi immaginata tutta ad un colpo venuta da Atene, cittá allora di compitissima libertá, si appiccarono alleXII Tavole moltissimi diritti e ragioni che furono alla plebe da’ nobili, dopo molto tempo e molte contese, communicate, come, sei anni dopo, i connubi, che con gli auspíci i padri si avevano riserbati nella tavola undecima, cui dipendenze sono patria potestá, testamenti, tutele, suitá, agnazioni, gentilitá.
[88] Quindi si elegga se, in tal densa notte, per sí aspro mare, in mezzo a tanti scogli di difficultá, debbasi seguire di correre sí crudel tempesta, che sconvolge dal fondo tutto l’umano raziocinio, per difendere l’ombre del tempo oscuro e le favole del tempo eroico, che piú tosto furono finte appresso che tali fossero da prima nate di getto; — o, dando alle favole per nostra ragione que’ sentimenti che essa ragion vuole (quando elleno finora hanno ricevuto ogni interpetrazione a capriccio), e faccendo
o nostre le cose del tempo oscuro, che sono state finora di nessuno e che, ’n conseguenza, legittimamente si concedono all’occupante, in sí fatta guisa dobbiamo ischiarire queste notti, tranquillare queste tempeste, schivar questi scogli coi sopra posti princípi della natura eroica. Sopra la quale, non ragionata con l’idee de’ filosofi, non fantasticata con quelle de’ romanzieri, ma dal primo autore di tutta l’erudizione profana, Omero, fedelmente, per quanto appartiene a questi princípi, narrataci uniforme negli Achilli e ne’ Polifemi, col comporvi una legge di Ligurgo, o sia stato pur costume di Sparta, per cui era proibito agli spartani saper di lettera, perseverando perciò tra loro la ferocia, restò lo spartano governo aristocratico, come in ciò allo ’ngrosso tutti i politici il riconoscono. Repubblica, del rimanente, tutta dissimigliantissima dalle nostre, pur dall’ultima barbarie rimasteci, le quali perciò, in questa coltissima umanitá presente, debbonsi conservare con soprafina sapienza. Ma la spartana, per la ferocia, ritenne assaissimo degli piú antichi costumi eroici di Grecia, come tutti i filologi vi convengono che fu un ordine regnante di Eraclidi ovvero di razze erculee sotto due re da cotal ordine eletti a vita. Della qual forma appunto ritruoverassi il governo romano, quando in Roma, senza lettere affatto, o finché i nobili soli seppero di lettera, durò la ferocia.[89] La natura eroica, posta in mezzo alle cose divine ed umane delle nazioni, finora ignorata (perché o rammentata solamente o immaginata altramenti), ci ha tenute nascoste le cose divine delle nazioni che vi tenevano luogo di princípi, e ci ha lasciato le cose umane senza scienza, che tutte sono nate dalle divine; e cosí ne giunse alterata e guasta, nonché la materia di lavorar sistemi del diritto naturale delle genti, ma di tutta la scienza della divina ed umana erudizione gentilesca. A questo esemplo faccendo severo esame de’ nostri pensieri sulle cose che si mediteranno appresso, riprendiamo ora l’incominciato cammino.
Capo viii
Disegno d’una storia ideale eterna sulla quale corra in tempo la storia di tutte le nazioni con certe origini e con certa perpetuitá.
[90] Adunque, stabilite l’eternitá e l’universalitá al diritto natural delle genti per le sudette loro propietá; ed essendo cotal diritto uscito coi comuni costumi de’ popoli; ed i costumi de’ popoli essendo fatti costanti delle nazioni; e, insiememente, essendo i costumi umani pratiche ovvero usanze dell’umana natura; e la natura degli uomini non cangiandosi tutta ad un tratto, ma sempre ritenendo un’impressione del vezzo o sia usanza primiera: questa Scienza debbe portare ad un fiato e la filosofia e la storia de’ costumi umani — che sono le due parti che compiono questa sorta di giurisprudenza della quale qui si tratta, che è la giurisprudenza del genere umano — in guisa che la prima parte ne spieghi una concatenata serie di ragioni, la seconda ne narri un perpetuo o sia non interrotto séguito di fatti dell’umanitá in conformitá di esse ragioni — come le cagioni producono a sé somiglianti gli effetti; — e, per cotal via, si ritruovino le certe origini e i non interrotti progressi di tutto l’universo delle nazioni. Che, secondo il presente ordine di cose postoci dalla provvedenza, ella viene ad essere unastoriaideale eterna, sopra la quale corra in tempo la storia di tutte le nazioni. Dalla quale unicamente si può ottenere con iscienza la storia universale con certe origini e certa perpetuitá: le due cose massime che, fino al dí d’oggi, in lei sono state cotanto desiderate.
Capo ix
Idea d’una nuova arte critica.
[91] E questa istessa Scienza ne può fornire di un’arte critica sopra gli autori delle nazioni medesime, che ne dia le regole di discernere il vero in tutte le storie gentilesche, che ne’ loro barbari incominciamenti lo han trammischiato, qual piú qual meno, di favole.
[92] Perché gli storici anche addottrinati devono narrare le tradizioni volgari de’ popoli de’ quali scrivono le storie, acciocché ed essi sien tenuti dal volgo per veritieri, e sieno utili alle repubbliche, per la cui perpetuitá essi scrivono le storie, riserbando a’ dotti il giudizio della veritá. Ma i fatti in dubbio si devono prendere in conformitá delle leggi; le leggi in dubbio si devono interpetrare in conformitá della natura: onde le leggi e i fatti in dubbio devono riceversi che non facciano assurdo o sconcezza, molto meno impossibilitá. I popoli in dubbio devono aver operato in conformitá delle forme de’ loro governi; le forme de’ governi in dubbio devono essere state convenevoli alla natura degli uomini governati; la natura degli uomini in dubbio deve essere stata governata in conformitá della natura de’ siti: altrimenti nell’isole che ne’ continenti, ché ivi provengono piú ritrosi, qui piú agevoli; altrimenti ne’ paesi mediterranei che ne’ marittimi, ché ivi riescono agricoltori, qui mercadanti; altrimenti sotto climi caldi e piú eterei che sotto freddi e pigri, ché ivi nascono di acuto e qui di ottuso ingegno.
[93] Con queste regole d’interpetrazione delle leggi anche fresche e de’ fatti pur recenti, si fanno ragionevoli le tradizioni volgari che ci son pervenute dell’umanitá de’ tempi oscuro e favoloso, che sembrano, come finora han giaciuto, assurde ed anche impossibili. E la riverenza loro dovuta per la propia antichitá si serba loro sopra questa massima: che ogni comune di uomini è naturalmente portato a conservare le memorie di
quelle costumanze, ordini, leggi che gli tengono dentro quella o quella societá. Quindi, se tutte le storie gentilesche han conservato i loro princípi favolosi, e sopra tutte la greca (dalla quale abbiamo tutto ciò che abbiamo dell’antichitá de’ gentili), devono le favole unicamente contenerenarrazioni storichedegli antichissimi costumi, ordini, leggi delle primegentili nazioni. Che sará la condotta principale di tutta quest’opera.Capo x
Primo. — Con certa spezie di testimonianze
sincrone co’ tempi in che nacquero esse gentili nazioni.
[94] E, primieramente, le tradizioni favolose, delle quali sono sparsi tutti i princípi delle storie gentilesche, ove si ritruovano essere uniformi in piú nazioni gentili antiche tra loro per immensi spazi di terre e mari divise, debbono esser nate da idee naturalmente tra essoloro comuni; le quali sí fatte tradizioni devono essere testimonianze sincrone ovvero contemporanee co’ princípi del diritto naturale delle genti. Come, per esemplo, è la favola degli eroi generati dagli dèi con le donne, perocché si ritruova uniforme tra gli egizi, greci e latini (i quali ultimi narrano Romolo figliuolo di Marte, fatto con Rea Silvia), deve dar da meditare nell’idea naturalmente comune a queste tre nazioni, che diede loro il principio del tempo eroico.
[95] E qui comparisce la prima particolar differenza de’ princípi della storia sagra da quelli della profana. Perché, quantunque ella, nel narrar che fa de’ giganti, contenga l’espressione de’ «figliuoli di Dio», che ’l Bocarto spiega i discendenti di Seto, però ella si è mantenuta tutta monda dalle lordure della storia profana, che narra le lascivie degli dèi con le donne. Per lo che è affatto da rifiutarsi l’interpetrazione che i giganti sieno stati generati da’ dimòni incubi, perché la storia sagra non sia contaminata da alcun’aria di paganesimo, nel quale, appo i greci, forse perciò il dimonio incubo fu detto Πάν, il dio Pane,
che pur significa un mostro poetico, composto di natura d’uomo e di capra, che noi qui ritruoveremo significare gli uomini, nella comunione, nati da’ nefari concubiti.Capo xi
Secondo. — Con certa spezie di medaglie de’ primi popoli,
con le quali si dimostra l’universale diluvio.
[96] E, siccome della storia certa gli piú accertati documenti son le pubbliche medaglie, cosí della storia favolosa ed oscura devono tenersi a luogo di medaglie de’ primi popoli alcuni vestigi restati in marmi, che appruovano i loro comuni costumi. Tra le quali gravissima è questa:
[97] Che tutte le prime nazioni, per povertá di parlari convenuti, si spiegarono coi corpi, che devono essere stati prima naturali, poi scolpiti o dipinti. Come degli sciti narra Olao Magno; degli etiopi il lasciò scritto Diodoro sicolo: e certamente abbiamo nelle loro piramidi descritti i geroglifici degli egizi; e dapertutto si truovano frantumi di antichitá con sí fatti caratteri di corpi scolpiti, della qual sorta dovettero essere da prima i caratteri magici de’ caldei; e i chinesi, che vanamente vantano una enorme antichitá d’origine, scrivono co’ geroglifici — onde si pruova la loro origine non essere piú che di quattromila anni, la qual si conferma da ciò: che, perché essi, sino a pochi secoli addietro, furono sempre chiusi a tutte le nazioni straniere, non hanno piú che da trecento voci articolate, con le quali, variamente articolandole, essi si spiegano (che è una dimostrazione del lungo tempo e della molta difficultá che vi volle per fornirsi di favelle articolate le nazioni: la qual cosa appresso ragionerassi piú ampiamente); — co’ geroglifici in questi ultimi tempi da’ viaggiatori si sono osservati scrivere gli americani.
[98] Questa povertá di parlari articolati delle prime nazioni, comune per l’universo, appruova di fresco loro avanti essere
avvenuto l’universale diluvio. La quale dimostrazione veramente risolve la capricciosa rivoluzione della terra immaginata da Tommaso Burnet, della qual fantasia ebbe egli i motivi prima da Van Elmonte e poi dallaFisica del Cartesio: che, risolutasi col Diluvio la terra dalla parte del sud piucché da quella del nort, fosse questa restata nelle sue viscere piú ripiena d’aria e, ’n conseguenza, piú galleggiante, e perciò superiore all’altra opposta, tutta sommersa dall’oceano, e quindi avesse la terra alquanto declinato dal suo parallelismo col sole. Perché Idantura, re della Scizia, non arebbe per geroglifici risposto a Dario il maggiore, quando questi mandò ad intimargli la guerra. E, posto che la scienza di sí fatti caratteri si conservò arcana dentro ordini di sacerdoti appo tutte le antiche nazioni, come appresso si pruoverá, e Mosé diede a leggere a tutto il popolo la Legge scritta da Dio, nasce una dimostrazione della veritá della religion cristiana, ché dal Diluvio fu conservato Noé con la sua famiglia, che conservò nel popolo di Dio, anche nella schiavitú dell’Egitto, la letteratura antidiluviana.[99] Con tal sorta di pruove di tutta l’umana natura si stabiliscono i princípi di questa Scienza e, insiememente, la veritá della cristiana religione: non con le sole autoritá degli scrittori, a cui vennero le tradizioni delle cose profane in sommo grado alterate.
Capo xii
Terzo. — Con fisiche dimostrazioni, con cui si dimostrano i giganti, primo principio della storia profana e della di lei perpetuitá con la sagra.
[100] Oltracciò, si fanno pruove con fisiche dimostrazioni, alle quali viene di séguito la pruova della natura delle prime nazioni.
[101] Cosí niente vieta in natura essere stati i giganti uomini di vasti corpi e di forze sformate, come di fatto furono i Germani antichi, che ritennero assaissimo della loro antichissima
origine sí ne’ costumi come nella lingua, perché non ammisero mai dentro i loro confini imperio straniero di nazioni ingentilite; ed oggi i giganti pur tuttavia nascono nel piè dell’America. Ciò ha dato da meditare nelle cagioni fisiche e morali che, a proposito de’ Germani antichi, ne arrecano Giulio Cesare prima e poi Cornelio Tacito, le quali, in somma, si riducono a ferina educazione de’ fanciulli: di lasciargli rotolar nudi nelle loro propie lordure, fussero anche figliuoli di príncipi, e, liberi affatto dal timor de’ maestri, fussero anche figliuoli de’ poveri, lasciargli in lor balía ad esercitarsi nelle forze del corpo. E si ritruovano essere state molto maggiori queste cagioni medesime nelle razze di Caino innanzi, e di Cam e Giafet dopo il Diluvio, mandate da’ loro autori nell’empietá e quindi, dopo qualche etá, da se stessi iti nella libertá bestiale: perché pure i fanciulli germani antichi temevano i loro dèi, i loro padri.[102] Cosí si fanno veri i giganti. De’ quali la sagra storia narra che nacquero dalla confusione de’ semi umani de’ figliuoli di Dio (che Samuele Bocarto spiega de’ discendenti di Seto innanzi, e noi supplimo di Semo dopo il Diluvio) con le figliuole degli uomini (che ’l Bocarto spiega con la discendenza di Caino innanzi, e noi anche con quelle di Cam e Giafet dopo il Diluvio); narra che i giganti furono «uomini forti famosi nel secolo»; e, narrando altresí che Caino fu il fondatore delle cittá avanti, e Nembrot gigante innalza la gran torre dopo il Diluvio, sí espone in ispiegata comparsa tutto il mondo avanti e lunga etá dopo il Diluvio in due nazioni: una di non giganti, perché di politamente educati sotto il timore di Dio e de’ padri, che fu quella de’ credenti nel vero Dio, Dio d’Adamo e di Noé, sparsi per le immense campagne dell’Assiria (come poi, per le loro, gli antichi sciti, che fu una gente giustissima); un’altra d’idolatri giganti (come di antichi Germani) divisi per le cittá, che tratto tratto poi, con ispaventose religioni e co’ terribili imperi paterni (che si descrivono appresso) e finalmente con la polizia dell’educazione (onde forse dalla stessa origine viene πόλις a’ greci «cittá» ed a’ latini «polio» e «politus»), degradarono dalla loro smisurata grandezza alla nostra giusta statura.
[103] Con tal meditazione si apre l’unica via, finora chiusa, per rinvenire la certa origine della storia universale profana e della sua perpetuitá con la sagra, la qual è piú antica d’ogni profana, che si attaccano tra loro col principio della storia greca, da cui abbiamo tutto ciò che abbiamo della profana antichitá: la quale, prima di tutt’altro ci narra il Caos, che si ritruova appresso aver dovuto prima significare la confusione de’ semi umani, poi quella de’ semi di tutta la natura; e, vicino al Diluvio, ci narra i giganti; e, per Prometeo gigante, Deucalione, nipote di Giapeto e, lo stesso, padre di Elleno, fondator della greca gente, cui diede il nome di «elleni»: che dev’essere la razza greca provenuta da Giafet, che venne a popolare l’Europa, come Cam la Fenicia e l’Egitto e, per colá, l’Affrica. Ma, per le guaste tradizioni che n’erano state tramandate ad Omero, essendo stato preso il Caos per la confusione de’ semi della natura, e creduti l’ogigio e il deucalionio particolari diluvi (che non dovettero essere che tradizioni tronche del diluvio universale), e stimati i giganti di corpi e di forze essere stati in natura impossibili, l’origine della storia profana e la sua perpetuitá con la sagra è stata sconosciuta fino al dí d’oggi.
Capo xiii
Quarto. — Con pruove fisiche tratte dalle favole, con cui si truova ad un certo determinato tempo dopo l’universale diluvio esser nato il principio dell’idolatria e della divinazione, comune a’ latini, greci, egizi, dopo esser queste per altro principio nate nell’oriente.
[104] Di piú si compruovano questi princípi con pruove d’istoria fisica tratte dalle medesime favole. Come con questo: che egli sia ragionevole per fisiche ragioni che, dopo il Diluvio, lunga etá la terra non avesse mandato esalazioni ovvero materie ignite
in aria ad ingenerarsi de’ fulmini; e, come le regioni furono piú vicine agli ardori dell’equinoziale, quale è l’Egitto, o piú lontane, quali sono la Grecia, l’Italia, cosí piú prestamente o piú tardi vi avesse il cielo tuonato.[105] Quindi tante nazioni gentili cominciarono dalle religioni di tanti Giovi, de’ quali il piú antico egli fu Giove Ammone in Egitto. La qual moltiplicitá di Giovi fa tanta meraviglia a’ filologi, la qual si risolve per gli nostri princípi, perché appo tutte fu egualmente fantasticata una divinitá in cielo che fulminasse. Questi tanti Giovi confermano fisicamente il diluvio universale e compruovano il principio comune di tutta l’umanitá gentilesca, perocché Giove atterra i giganti empi con quella stessa propietá che «atterrare» è di «mandare sotterra». Imperocché la guerra de’ giganti, nella quale imposero monti e monti per discacciare Giove dal cielo, come qui appresso generalmente dimostrerassi, si truova essere stata fantasia de’ poeti certamente che vennero dopo Omero, al cui tempo bastava a’ giganti di scuotere il solo Olimpo, sulla cui cima e dorsi Omero costantemente ci narra allogati Giove con gli altri dèi.
[106] È possibile — e, dagli effetti che appresso ragioneremo dintorno alla guisa della divisione de’ campi, egli avvenne di fatto — che a’ primi fulmini di Giove non tutti si atterrarono, ma, in quello loro stupore, i piú risentiti, e quindi piú gentili, per timore del fulmine nascosti per le spelonche, incominciarono a sentire la venere umana o pudica: che, spaventati, non potendola usare in faccia al cielo, afferrarono a forza donne e a forza le strascinarono e le tennero dentro le loro grotte. Onde incomincia a spiccare la prima virtú negli uomini, con la quale ammendano la natural leggerezza delle femmine, e quindi la natural nobiltá del sesso virile, cagione della prima potestá che fu quella sopra il sesso donnesco. Con questo primo costume umano nacquero certi figliuoli, da’ quali provennero certe famiglie, sopra le quali sursero le prime cittá e quindi i primi regni.
[107] Qui nasce uguale la divinazione, appo egizi, greci, latini, sopra l’osservazione de’ fulmini e dell’aquile, che sono le armi
e gli uccelli di Giove: le due cose certamente piú osservate nella divinitá da’ romani, e sí le prime e principali divine cose delle romane leggi. Donde appo gli egizi — da’ quali credono averle prese i toscani, e da questi finalmente i romani — restarono le aquile in cima agli scettri; ed a’ greci restò a Mercurio lo scettro alato; ed ugualmente appo i latini e greci le aquile scolpite o dipinte nell’insegne dell’armi. Ma tra gli orientali ne nacque un’altra spezie piú dilicata, che fu l’osservazione delle stelle cadenti. E la cagione della diversitá si truova unicamente perché gli assiri uscirono da’ rinniegati discendenti di Semo, i quali da’ credenti, uniti dalla religione, che loro si ritruovavano da presso, poterono intendere la forza della societá innanzi che ’l cielo fulminasse: onde i caldei provennero sappienti piú prestamente degli egizi, come vi convengono i filologi che da’ caldei, per gli fenici, agli egizi passarono l’uso del quadrante e della elevazione del polo. Talché, se i caldei furono i primi sappienti del mondo gentile, ed indi la sapienza riposta passò in Fenicia ed Egitto, e quindi nella Grecia e nell’Italia, siccome dall’Oriente si propagò per la terra tutto il genere umano, cosí, se non esso principio, almeno l’occasione di tutta la sapienza riposta si deve alla religione del vero Dio, cioè di Dio creatore d’Adamo.Capo xiv
Quinto. — Con pruove metafisiche, con le quali si ritruova dovere alla poesia i suoi princípi tutta la teologia de’ gentili.
[108] Si usano per lo piú pruove metafisiche, e sempre, ove siamo abbandonati da ogni altra spezie di pruove. Come:
[109] Le false religioni non han potuto nascere che dall’idea d’una forza e virtú di corpo superiore all’umana, la quale da essa natura degli uomini, ignoranti delle cagioni, si fantasticò intelligente. Questo è il principio di tutta l’idolatria.
[110] Convenevolmente a sí fatto costume umano, gli uomini, ignoranti delle cagioni, ogni cosa straordinaria in natura che richiami la loro meraviglia, sono dalla loro natural curiositá naturalmente destati a desiderar di sapere che quella tal cosa voglia significare. Questo si truova l’universal principio di tutta la divinazione in tutte le innumerabili spezie diverse usate dalle gentili nazioni.
[111] I quali princípi, entrambi, come si vede, sono fondati sopra questa metafisica veritá: che l’uomo ignorante ciò che non sa estima dalla sua propia natura. Cosí l’idolatria e la divinazione sono ritruovati di una poesia tutta, qual dee essere, fantastica, entrambe uscite con questa metafora, che fu la prima a concepirsi da mente umana civile e la piú sublime di quante se ne formarono appresso: che ’l mondo e tutta la natura è un gran corpo intelligente, che parli con parole reali e, con estraordinarie sí fatte voci, avvisi agli uomini cose di che con piú religione voglia esser inteso. Che si truova il principio universale de’ sacrifizi appo tutti i gentili, con le cui cerimonie essi proccuravano ovvero spiavano superstiziosamente gli augúri.
Capo xv
Con una metafisica del genere umano si truova il gran principio della divisione de’ campi e ’l primo abbozzo de’ regni.
[112] Ma, siccome la giurisprudenza particolare d’un popolo, quale per esemplo la romana, in forza di una civil metafisica, deve ella entrare nella mente de’ legislatori ed avere la notizia de’ costumi e del governo di quel popolo per intender bene la storia del civil diritto col quale quel popolo si è governato innanzi e tuttavia si governa, cosí questa giurisprudenza del genere umano deve condursi da una metafisica, e quindi da una morale e politica, di esso genere umano medesimo per sapere con iscienza la storia del diritto natural delle nazioni.
[113] E, innanzi ogni altra cosa, con la metafisica del genere umano si ritruova il gran principio della divisione de’ campi, la qual è il fonte del «dominio originario» che Grozio appella, onde derivarono tutti i domíni e tutti gl’imperi del mondo: talché nella guisa che si ritruoverá fatta essa divisione de’ campi, in quella stessa si ritruoverá essere avvenuta l’origine de’ regni. Onde meritevolmente dalla divisione de’ campi Ermogeniano incomincia a narrare la somma della storia del diritto natural delle genti. Ma nella maniera che esso, con gli altri giureconsulti romani, l’hanno dagli piú antichi ricevuta ed a noi tramandata, fa infinite difficultá nella ricerca della guisa: se i primi uomini si divisero tra essoloro i campi nella copia de’ frutti spontanei della natura o nella loro scarsitá. Se nella copia: come essi, senza dura necessitá, spogliarono l’ugualitá e quindi la libertá loro naturale, la quale, in questa stessa servitú nella quale siamo nati e cresciuti, ci si fa sentire dolce quanto è la natura medesima? Se nella scarsitá: come la divisione poté avvenire senza maggiori risse ed uccisioni di quelle che dicono aver partorito la comunione medesima? Perché, siccome la copia delle cose necessarie alla vita fa gli uomini naturalmente discreti e tra essoloro comportevoli, ove non curino altro che le cose necessarie alla vita; cosí, al contrario, la scarsezza, massimamente negli ultimi bisogni delle cose necessarie alla vita, gli uomini, anche umani nonché selvaggi, quali dovettero essere i violenti di Obbes, fa divenir fieri, perché devono contendere della vita.
[114] Per le quali gravi difficultá forse non si è potuto immaginare finora la divisione de’ campi essere addivenuta che per una di queste tre guise: o che i semplicioni di Grozio s’avessero fatto reggere volentieri da alcuno de’ sappienti che vuole Platone; o che gli abbandonati di Pufendorfio fossero stati costretti col timore di uno de’ violenti di Obbes a dovervi convenire; o che gli uomini ornati delle virtú del secolo dell’oro, quando la giustizia dimorava in terra, prevedendo i disordini che arebbono potuto nascere dalla comunione, essi stessi fossero stati benigni arbitri nel dividersi i loro confini: che ad altri non toccassero
tutti fertili, ad altri tutti infecondi; ad altri affatto assetati, ad altri abbondanti d’acque perenni; e cosí, posti i termini, finché fossero poi sorti gl’imperi civili, gli si avessero con somma giustizia e fede conservati. Delle quali tre, l’ultima guisa è tutta poetica; la prima tutta filosofica; quella di mezzo è tutta di rei politici, i quali, per fondarsi la tirannia, si facessero séguito con parteggiare la libertá e facessero i disinteressati entrare nell’idee del ben comune. Ma il costume dei giá divisi ciclopi, come Polifemo il narra ad Ulisse, fu di starsi tutti soli e divisi per le loro spelonche, curarsi ciascuno la famiglia della sua moglie e de’ suoi figliuoli, e nulla impacciarsi de’ fatti altrui. Onde, nelle faccende dell’utilitá, restò privatamente a’ romani che a niuno si acquistasse diritto per istrania persona, talché tardissimo fu inteso il contratto della proccura; e gli spagnuoli, anche nell’imminenti strepitose rovine di Sagunto e di Numanzia, non intesero la forza delle allianze per unirsi contro i romani: costumi dell’intutto convenevoli alla prima origine della bestial solitudine, nella quale non intendevano gli uomini la forza della societá, per la quale insensati, non potevano avvertire se non solamente ciò che a ciascuno particolarmente appartenesse.[115] Per tutte queste difficultá, la divisione de’ campi si dee andare a truovare unicamente nella religione. Perché, ove sono piú feroci e fieri, e tutti eguali non per altra ugualitá che di sí fatta loro feroce e fiera natura, se mai, senza forza d’armi, senza imperio di leggi, tra essoloro convengono, non possono aver convenuto che in forza e virtú d’una natura creduta superiore all’umana, sull’oppenione che tal forza superiore avessegli costretto di convenirvi.
[116] Quivi si medita il lungo raggirato lavoro della provvedenza, onde altri semplicioni di Grozio, come in quello stupore piú desti, si scossero a’ primi fulmini dopo il Diluvio, creduti avvisi della divinitá che essi stessi si finsero; occuparono le prime terre vacue; ivi con certe donne fermaronsi e, postati, vi fecero certe razze; vi seppellirono i loro morti; e, a certe occasioni pur offerte loro dalla religione, diedero fuoco alle selve,
l’ararono, vi seminarono del frumento; e cosí posero i termini a’ campi, sparsi di fiere superstizioni, con le quali essi, feroci per le loro attenenze, [li] difesero col sangue degli empi vagabondi, che, non intendendo la forza della societá, tutti divisi e soli andavano a rubbare del frumento, sopra esso furto ammazzandogli. A’quai termini gli empi, che provennero da quei che non si erano risentiti da prima ad avvertire la divinitá (come si erano riscossi que’ da quali erano provenuti i signori de’ campi), e si avvezzi a non intenderne gli avvisi, non vennero all’umanitá se non dopo lunghi e molti sperimentati mali che partoriva tra essoloro la bestiale comunione per le violenze de’ licenziosi di Obbes, da’ quali i destituti di Pufendorfio per esser salvi, furono naturalmente portati a ripararsi dentro i termini posti a’ campi da’ pii, i quali, mercé della provvedenza, giá frattanto si ritruovarono col vantaggio, sopra di quelli, d’esser, questi, signori de’ campi e sappienti nella immaginata divinitá. Che è appunto quello che, nella storia del diritto romano, elegantemente Pomponio, ove narra l’origine delle signorie, dice: «rebus ipsis dictantibus regna condita».Capo xvi
Si ritruova il principio della nobiltá.
[117] Quindi deve essere provenuta una naturale differenza di due nature umane in sí fatto stato: una nobile, perché d’intelligenti; un’altra vile, perché di stupidi; e la prima nobiltá essersi guardata, con giuste idee, riposta nella intelligenza, e intelligenza della divinitá, nella quale consiste il vero uomo. Che se qui alcuni si meraviglieranno che noi, con la metafisica, tra l’ombre e tra le favole vogliamo accertare i princípi del diritto naturale delle genti e quindi del civile romano, vediamo, per non turbargli, se con le nostre fantasie e col solo aiuto della memoria possiamo uscire da questo labirinto d’inestricabili difficultá,
il quale è chiuso dentro i termini posti a’ campi per la finora immaginata divisione che ci è stata racconta.[118] Di che risposta ella ci fornisce a chi ne domandi: come tutte le cittá sono surte sopra due ordini, uno di nobili, altro di plebei, se le cittá sursero tutte sopra le famiglie, e le famiglie innanzi le cittá erano tante minute repubblichette libere e sovrane, come pur l’udimmo testé narrare da Polifemo ad Ulisse? come altre poterono andare nella buona fortuna d’esser signore nelle cittá, altre dovettero cadere nell’infelicitá di essere della plebe? Se dicasi: — Perché altre si ritruovavano piú ricche di campi che altre, — le piú ricche dovevano essere le piú numerose, le quali gli coltivassero, fatta una volta essa divisione con giustizia: perché la ricchezza degli Stati non mai provenne da’ campi guasti, ma sempre da’ campi colti; laonde, in campi eguali, le famiglie moltiplicate possedevano i colti, gl’incolti quelle di pochi. Ma nelle cittá i pochi sono i ricchi, la moltitudine è povera: donde quelli sono i signori; questi, col numero, fan la plebe.
[119] Dipoi, nella natura delle faccende umane, non può intendersi uomo che vada in povertá per altre che per queste cagioni: o che dilapidi le sue fortune; o che le traccuri, sicché altri se ne ponga in possesso e, col lungo possesso, ne divenga padrone; o che da altri le sieno state o con frode o con forza occupate. Ma non poterono esservi pródigi in tale primo stato di cose, nel quale erano gli uomini paghi delle cose necessarie alla vita: talché non potevano esservi ancora questi nostri commerzi de’ campi, perché non portavano nessuno uso per l’agio e molto meno per lo lusso, che ancora non s’intendevano, per le quali cagioni si sono introdotti questi nostri commerzi de’ campi. Se i poveri gli avevano lasciati in abbandono, come frattanto avean potuto vivere e moltiplicare in gran numero, senza campi che dassero loro la sossistenza? Se gli si fecero con frode tôrre, per quali altre utilitá poterono essere indotti nella frode, in quella vita semplice e parca, che non di altro era contenta che de’ frutti non compri de’ propi campi? (Quindi veda Carneade, con gli scettici, come i regni hanno potuto
incominciare dalla frode, di cui egli fa figliuole le leggi). Se i ricchi occuparono a forza i campi de’ poveri, come egli poté avvenire, quando i ricchi di campi erano i pochi e i poveri eran gli piú? (Quindi veda Obbes come i regni hanno potuto incominciar dalla violenza, di cui fa leggi le armi).[120] Altre maniere, nella natura della vita civile, intendere ci è niegato, onde altri nobili, altri plebei componessero le cittá sopra le nostre fantasie della volgare divisione de’ campi. Onde i nostri abiti invecchiati delle oppenioni, che non altrove profondano le loro radici che nella fantasia e nella memoria, si debbono scuotere e dileguare alla forza di questo raziocinio.
[121] Se egli non da propia dissolutezza o infingardaggine, non da altrui frode o forza ebbero origine i regni, furono da altra mente ordinati, che non è il Caso di Epicuro, che divaga tra’ dissoluti e gli scioperati; non è il Fato degli stoici, che regna con la forza o aperta della violenza ovvero occulta della frode, che entrambe togliono l’arbitrio; ma è la Provvedenza per mezzo delle religioni. La cui quantunque pregiudicata intelligenza unicamente produsse la nobiltá con queste belle arti civili che adornano tutta l’umanitá migliore, le quali sono: vergogna di sé medesimi, che è la madre della gentilezza; castitá de’ matrimoni e, con essa insieme congionta, pietá verso i difonti, che furono le due sorgive perenni delle nazioni; industria di coltivare i campi, che è l’inesausta miniera delle ricchezze de’ popoli; fortezza di difendergli da’ ladroni, che è la inespugnabil ròcca degl’imperi; e finalmente generositá e giustizia di ricevere gl’ignoranti ed infelici, insegnargli e difendergli contro l’oppressioni, che è la salda base de’ regni.
[122] Appresso si mostrerá questi primi nobili per intelligenza della divinitá essere stati gli Orfei che, col loro esemplo di venerare li dèi negli auspíci, ridussero le fiere all’umanitá con la sapienza civile. La quale fu tramandata con giusto merito di tanta venerazione a’ vegnenti, che diede poi motivi agli addottrinati di farsi credere per sapienza riposta.
Capo xvii
Si ritruova il principio dell’eroismo.
[123] Questo principio della nobiltá si ritruova essere lo stesso appunto che è il principio dell’eroismo delle antiche nazioni, ampiamente trammandatoci da’ greci nelle loro favole, ammonitoci con gran rottami di antichitá dagli egizi ed accennatoci nell’origine di Romolo da’ latini. Ma, scoverto ad evidenza dentro la storia romana antica, come qui appresso vedrassi, ne spiega la favolosa de’ greci, supplisce la tronca degli egizi e scuopre le affatto nascoste di tutte le altre antiche nazioni.
Capo xviii
Questa nuova scienza si conduce sopra una morale del genere umano, per la quale si truovano i termini dentro i quali corrono i costumi delle nazioni.
[124] Da sí fatta metafisica, di cui primogenita è la morale del genere umano, per la quale, dalla divisione de’ campi incominciando, dalla quale esse si cominciarono a distinguere tra essoloro, si profondano i termini dentro a’ quali corrono i costumi delle nazioni. Che sono i seguenti:
i
[125] Gli uomini comunemente prima attendono al necessario, indi al comodo, poi al piacere, in oltre al lusso o superfluo, finalmente al furore di strapazzare e di buttar via le sostanze.
ii
[126] Gli uomini, che non intendono altro che le cose necessarie alla vita, sono per un certo senso o sia natura filosofi. Quindi è la moderazione degli antichi popoli.
iii
[127] Gli uomini rozzi e robusti non estimano piaceri che con lo esercitare le forze del corpo. Quindi sono i princípi de’ giuochi olimpici a’ greci, degli esercizi della campagna a’ romani, e le giostre e gli altri giuochi cavallereschi de’ tempi barbari ultimi, e, insomma, i giuochi congionti con la virtú negli usi della guerra. Allo ’ncontro, gli uomini che esercitano la riflessione e l’ingegno amano gli aggi e i piaceri de’ sensi per ristorarsi.
iv
[128] I popoli, prima fieri, dopo feroci o ritrosi a freno o governo, appresso divengono generosi, e finalmente anche inchinati a sopportare pesi e fatighe.
v
[129] Prima ne’ costumi son barbari, poi severi, indi umani, appresso gentili, piú in lá dilicati, finalmente dissoluti e corrotti.
vi
[130] Prima stupidi, indi rozzi, poi docili o capaci ad esser disciplinati, appresso perspicaci, dopo acuti e valevoli a ritruovare, finalmente arguti, astuti e fraudolenti.
vii
[131] Prima selvaggi e soli; poi stretti in fida amicizia con pochi; indi, per fini civili, attaccati a molti; finalmente, per fini particolari d’utile o di piaceri, dissoluti con tutti e, nelle gran folle de’ corpi, ritornano alla primiera solitudine con gli animi.
Capo xix
Questa nuova scienza si conduce sopra una politica del genere umano con la quale si truovano i primi governi nello stato delle famiglie divini.
[132] Tal disegno che, quale si è poc’anzi detto, si guida sulla morale, tale si conduce sulla politica del genere umano. Ché, nello stato delle famiglie, i padri, come piú sperimentati, dovettero essere i sappienti; come piú degni, i sacerdoti; come posti in una somma potestá, della quale piú alta non vi era in natura, i re delle loro famiglie: talché nella persona di questi padri dovettero essere una cosa stessa sapienza, sacerdozio e regno. La qual tradizione prendendo Platone di séguito alla sapienza riposta de’ primi fondatori della Grecia, desiderò con van disio questo stato di cose nel quale i filosofi regnavano ovvero filosofavano i re. Ma il regno di questi padri, insieme col sacerdozio, andò in fatti di séguito alla loro sapienza volgare: perché, come sappienti in divinitá di auspíci, essi dovevano sacrificare per proccurargli e, come intelligenti degli auspíci, essi dovevano commandare le cose che credettero voler da essi gli dèi, e sopra tutto le pene, le quali, come si truova appresso, si esiggevano col consecrare i rei agli dii (il quale antichissimo costume fu intiero intiero portato nella legge delleXII Tavole al capoDel parricidio), anche fossero i figliuoli innocenti, ma fatti rei o dovuti per voto, come fu quello da Agamennone fatto della infelice Ifigenia. Ma il vero Iddio, nel fatto del sacrificio di Abramo del di lui figliuolo Isacco, dichiarò espressamente esso non dilettarsi punto di vittime umane innocenti. Del voto di Iefte tutti i Padri confessano esser ancor nascosto il misterio nell’abisso della provvedenza divina. Basta, per le differenze che in quest’opera si pruovano degli ebrei e delle genti, che non Iefte ma Abramo fu il fondatore del popolo di Dio.
Capo xx
Si truovano i padri primi re monarchi nello stato
delle famiglie.
[133] L’ultima propietá delle tre restò a’ padri lungo tempo tra’ romani. Appo i quali, per la legge delleXII Tavole, i padri di famiglia avevano il diritto della vita e della morte sopra le persone de’ loro figliuoli; e, ’n conseguenza di questa infinita potestá sopra le persone, ne avevano un’altra, pur infinita, sopra gli acquisti: — che tutto ciò che acquistavano i figliuoli acquistassero a’ loro padri; — e, con dominio dispotico, i padri ne’ testamenti disponevano della tutela delle persone de’ lor figliuoli come di robe (che pur intiero serbò a’ padri di famiglia la medesima legge delleXII Tavole al capoDe’ testamenti «Uti paterfamilias super pecuniae tutelaeve rei suae legassit, ita ius esto»). Che son tutti troppo espressi vestigi della loro libera ed assoluta monarchia nello stato delle famiglie.
[134] Questa forma di regni ciclopici, uscita dalla natura de’ primi padri gentili nello stato delle famiglie, ignorata, fece che Platone, sull’idea della sapienza riposta de’ fondatori dell’umanitá, non combinò questo gran principio di tutta la scienza politica con quello che pur esso avvertito aveva nel Polifemo d’Omero (ché ivi ci è discritto lo stato delle famiglie); Grozio travaglia in ispiegar la guisa delle prime monarchie con giustizia; i rei politici pratici o, con l’uomo violento di Obbes, le fondano sulla forza o, con l’uomo semplicione de’ sociniani, le fondano sull’impostura. Ma né per la forza né per l’impostura poterono nel mondo a patto veruno nascere le prime monarchie, per le insuperabili difficultá che se ne sono fatte sopra dintorno alla divisione de’ campi. Le quali oppinioni da qui innanzi si riprendono coi fatti delle seguenti scoverte, che in forza d’una severa analisi si fanno assolutamente sopra le monarchie, nate da sé nelle persone di sí fatti padri nello stato delle famiglie.
Capo xxi
Quindi si ritruovano i primi regni, eroici,
nello stato delle prime cittá.
[135] Perché uomini di fresco passati da una sforzata libertá ad una libertá regolata non da altri che dalla divinitá e, ’n conseguenza, infinita a riguardo di altri uomini, qual era appunto de’ padri nello stato delle famiglie sotto il governo degli dèi, devono lungo tempo ritenere il feroce costume di vivere e morir liberi. E, se tal infinita libertá è conservata dalla loro patria, che loro conservi i loro dèi, per gli quali essi hanno una infinita potestá sopra altri uomini, saranno naturalmente portati a morire per le loro patrie e per la loro religione. Che è la natura degli antichi eroi, dalla quale uscirono i primi regni eroici.
[136] E qui si scuopre il principio di quello di che la storia romana narra gli effetti, ma né Polibio né Plutarco né Macchiavelli ne scoversero la cagione: che la religione fu quella che fece tutta la romana grandezza. Perché la religione degli auspíci, i quali i padri nella tavola undecima delle Dodici avevano chiusi tra essoloro, fece tutta la romana magnanimitá nella plebe di voler essere uguagliati co’ padri in casa nelle ragioni degli eroi — che erano nozze solenni, comandi d’armi e sacerdozi, tutte dipendenze degli auspíci — e quindi co’ medesimi in guerra di gareggiare in valore per meritarle. E in pace i Curzi si gittano nelle fosse fatali, in guerra i Deci a due a due si consagrano per la salvezza degli eserciti, per appruovare alla plebe, con le loro vite, che essi regnavano per gli auspíci. Ché fu a tutte le antiche nazioni in ogni guerrapro aris focisque pugnare comun costume: di vincere o morire co’ propri dèi.
Capo xxii
Principio della virtú eroica.
[137] E qui si scuopre il principio della virtú eroica, la quale non si poteva affatto intendere che uomini barbari e feroci (propietá indivisibili di natura umana di corte idee e perciò poco valevole ad intendere universali ed eternitá) si consecrassero per le loro nazioni per disiderio d’immortal fama, che non si acquista che con grandi benefíci fatti ad intiere nazioni. Cosí sono state finora guardate le azioni degli antichi eroi dagli uomini di menti spiegate che vennero appresso dopo i filosofi: quelle che, in loro ragione, non si facevano dagli eroi degli antichi tempi che per troppo affetto particolare che avevano alle propie sovranitá, conservate loro sopra le loro famiglie dalla loro patria, che perciò fu cosí appellata, sottintesovi «res», cioè «interesse di padri». Come poi negli Stati popolari fu detta «respublica», quasi «respopulica», «interesse di tutto il popolo».
Capo xxiii
Princípi di tutte e tre le forme delle repubbliche.
[138] A sí fatta politica del genere umano s’appartengono quelle massime, o sieno piú tosto sensi umani, intorno a governare e ad esser governati: che gli uomini prima vogliono la libertá de’ corpi; poi quella degli animi, o sia libertá di ragione, ed essere uguali agli altri; appresso soprastare agli uguali; finalmente porsi sotto i superiori. In questi pochi sensi umani menarono le prime loro linee tutte le forme de’ governi. Perché dall’ultimo vengono i tiranni, dal penultimo le monarchie, dall’avantipenultimo le repubbliche libere, dal primo di tutti le repubbliche eroiche nella loro forma aristocratiche, le quali, con le contese eroiche che qui appresso si narreranno, sopra il processo di questi sensi umani, dipoi passarono in repubbliche
libere, e finalmente si fermarono nelle monarchie, ritornando a’ loro primi princípi de’ padri monarchi. Sopra i quali princípi si pone in nuova comparsa tutta la storia romana antica.Capo xxiv
Princípi delle prime repubbliche aristocratiche.
[139] Ma gli uomini son disposti ad usare umanitá, ove dal benefizio vedono ridondar loro alcuna propia utilitá. Dipoi i forti non s’inducono a spogliarsi degli acquisti che per forza, e, quantunque per forza, non ne rilasciano senonsé ’l meno che essi possono, e pur tratto tratto, non tutto insieme. Oltracciò, la moltitudine desidera leggi ed ugualitá, ed i potenti con difficultá soffrono pari nonché superiori. Quindi repubblica aristocratica ovvero di nobili non può nascere che da una estrema comune necessitá che gli agguagli e ponga in soggezion delle leggi. Finalmente una forma di governo che porta seco che gl’ignobili non vi abbiano parte alcuna non può reggere né durare, se essi non vi godano almeno una sicurezza de’ commodi naturali per lo mantenimento della lor vita. Su questi princípi si scuoprono i regni eroici essere stati governi aristocratici, nati dalle clientele per due antichissime leggi agrarie che quindi a poco si scuopriranno.
Capo xxv
Scoverta delle prime famiglie di altri
che di soli figliuoli.
[140] Perché dentro questi cinque testé noverati sensi politici del genere umano si ritruovano le prime antichissime famiglie essere state d’altri che di soli figliuoli, anzi propiamente dette di «famoli» o servidori, i quali κῆρυκεης restaron detti a’ greci i servidori degli eroi. Le quali famiglie non si sono finora
potute intendere sopra la divisione de’ campi, quale finora è stata ricevuta, per le molte e gravi difficultá che sopra si sono fatte ed appresso se ne faranno. Sí fatti famoli si ritruovano essere stati quei che, tra le risse della bestial comunione (che veramente fu la comunione che partoriva le risse), per esser salvi al punto del loro bisogno, si ricoverarono alle terre de’ forti.Capo xxvi
Determinazione delle prime occupazioni,
usucapioni e mancipazioni.
[141] Le quali, giá lunga etá innanzi, fin da’ primi fulmini del creduto Giove, in Egitto, in Grecia, in Italia, erano state occupate da quei primi che per timore della divinitá si ristarono dal bestiale divagamento, e da’ lor discendenti erano state dome con la coltura; e sí dalla religione i postati erano giá divenuti e casti e forti. Qui si scuoprono le prime occupazioni, le prime usucapioni e le prime mancipazioni delle genti. E, oltre le prime donne che erano state tratte a forza da’ primi uomini nelle grotte, che furono le prime moglimanucaptae, queste furono le prime terre anchemanucaptae, ovvero dome a forza. E le occupazioni delle terre vacue, l’usucapioni e le mancipazioni, ovvero gli acquisti fatti a forza, sono certamente tutte e tre modi di legittimare le sovrane signorie appo tutte le nazioni.
Capo xxvi
Scoverte delle prime vindicazioni e sí de’ primi duelli,
ovvero delle prime guerre private.
[142] L’avevano di piú i forti difese da’ vagabondi empi che volevano rubbare le messi, i quali, come quelli che non intendevano la forza della societá, venendo tutti soli a rubbarle, facilmente i postati animosi con le loro attenenze occidevano in
sul furto. E queste furono le vindicazioni del primo mondo, come piú appresso si spiegherá. Nel quale antichissimo costume si scuopre l’origine de’ duelli egualmente appo gli ebrei, greci e latini: il quale, piú de’ latini e de’ greci, dovette essere appo gli ebrei, i quali, per la certa antichitá della vera religione sopra le altre tutte de’ gentili, dovettero difendere i loro campi da’ ladronecci de’ vagabondi empi. Egli è quel diritto: che sia lecito uccidere il ladro di notte in ogni modo; di giorno, se egli si difenda con armadura. Il quale non è d’uopo che né i pareggiatori del diritto ateniese da Grecia, né quello delle leggi mosaiche con le romane fin da Palestina, il traggittino in Roma, perché il dettò la natura a tutte le nazioni — ché, appo tutte, fu il primo abbozzo delle guerre, che furono le private; onde le pubbliche infino a’ tempi di Plauto furon dette da’ latini «duella» — e, ritornati i tempi barbari, fu dalla Scandinavia risparso di nuovo per tutta Europa.[143] Di tal maniera si posero i primi termini a’ campi che bisognavano difendersi con la forza e con una fiera religione, come appresso si spiegherá. Tanto ebbe facile l’uscita la divisione de’ campi fatta di buon concerto per gl’interpetri della ragion civile romana!
Capo xxviii
Principio delle genealogie e della nobiltá
delle prime genti.
[144] In sí fatte terre propie i postati, risentiti una volta finalmente della schifezza, onde marcissero bruttamente sopra la terra i cadaveri de’ loro attenenti, dovettero seppellirgli secondo l’«ordine — che elegantemente Papiniano dice — della mortalitá» e, come altrove si è dimostro, con certi ceppi imposti sopra i cadaveri, onde φύλαξ a’ greci, «cippus» a’ latini significasepolcro ad entrambi. Per lo quale atto di pietá, appo i latini, da «humare» venne principalmente detta «humanitas»: onde forse gli ateniesi, tra’ quali Cicerone afferma che cominciò
il costume di seppellire i difonti, furono essi gli «umanissimi di tutta la Grecia», ed Atene madre e nudrice della filosofia e di tutte le belle arti dello ingegno.[145] Col volgere degli anni, poi, da tali ordini di ceppi, in lungo e per traverso disposti, dovettero i vegnenti avvertire le genealogie de’ trasandati e, con essi, la nobiltá delle loro prosapie. Onde da «ceppo» (φύλαξ) dovette a’ greci esser detta φύλή la tribú; e, con espressione propia dell’infanzia delle lingue, i nobili dovettero dire essere figliuoli di quelle terre ove si ritruovavan postati. Onde i giganti ci si narrano da’ poeti essere stati «figliuoli della Terra», e i nobili appo i greci si dissero «generati dalla Terra» (ché tanto lor suona «giganti»): appunto come, appo i latini antichi, detti «indigenae», quasi «inde geniti» da’ quali in accorcio restaron detti «ingenui» per «nobili».
Capo xxix
Scoverta de’ primi asili e de’ princípi eterni
di tutti gli stati.
[146] Qui si scuopre l’origine de’ primi asili. De’ quali un gran frantume di vecchissima antichitá gittò Tito Livio dentro il luco di Romolo, dove finora è stato sepolto: che diffinisce l’asilo essere stato «vetus urbes condentium consilium», con cui Romolo e i padri suoi compagni dicevano, a coloro che nella sua nuova cittá rifuggivano, esser essi nati da quel luco o bosco sacro dove egli era lor aperto l’asilo. Ciò Livio credette consiglio o arte di tutti i fondatori delle cittá, sulla falsa oppenione che tutti i regni fossero fondati dall’impostura. Quindi fu che l’attaccò sconciamente a Romolo, nel quale avvertir doveva essere troppo sciocca impostura fingere sé e i suoi compagni figliuoli di una madre che non avesse altri saputo partorire che maschi: onde, per aver donne, li fu poi bisogno di rapir le sabine. Ma, ne’ primi fondatori delle cittá del Lazio e delle altre di tutto il mondo delle nazioni, egli fu non impostura ma natura,
e magnanima natura di eroi che non san mentire, la qual è arte codarda e vile, perché con veritá intendevano esser essi figliuoli di que’ seppelliti, da’ quali avevano ancora le loro donne. Cosí quivi, oltre l’una parte dell’eroismo, che era di atterrare i ladroni, questa è l’altra di soccorrere i pericolanti che domandano mercé. Laonde i romani furono gli eroi del mondo per queste due arti:Parcere subiectis et debellare superbos.
[147] E qui si vendica il principio eterno de’ regni dalle due volgari accuse, una dell’impostura, l’altra della forza: perché tutta fu umanitá generosa che diede loro i primi princípi, alli quali si devono richiamare tutti gli altri appresso, quantunque con impostura o forza acquistati, perché reggano e si conservino. I quali princípi non videro i politici quando stabilirono quella massima tanto celebre: che «gli Stati si conservano con quelle arti con le quali sono stati acquistati». I quali, sempre e dapertutto, si sono conservati con la giustizia e con la clemenza, le quali, senza dubbio, non sono né impostura né forza.
Capo xxx
Scoverta delle prime clientele e l’abbozzo
delle rese di guerra.
[148] Tutte le anzi fatte scoverte bisognavano per ritruovare la prima e vera origine delle clientele, fondate tutte in ciò: che i vagabondi deboli, rifuggiti alle terre de’ forti, vi furono ricevuti sotto la giusta legge: che, poiché vi vennero per camparvi la vita, la vi sostentassero con le opere camperecce, di cui i signori arebbono loro insegnata l’arte. Onde le clientele si osservano un costume universale di tutte le antiche nazioni, delle quali particolarmente la storia romana narra con tutta la
spiegatezza, appresso Cesare e Tacito, essere state piene le Gallie, la Germania, la Brettagna, allora ancor fresche nazioni, come di caterve di vassalli sotto certi loro príncipi e capi. E si legge espressamente costume del popolo di Dio, siccome piú de’ gentili giusto e magnanimo, dai cui patriarchi dovettero rifuggire nell’Assiria i clienti malmenati da’ caldei per godere una servitú piú benigna: poiché Abramo con la sua famiglia, che dovette essere a lui stata lasciata da’ suoi maggiori, fa guerra coi re confinanti.Capo xxxi
Scoverta di feudi ne’ tempi eroici.
[149] Quindi si ritruova diritto universale delle genti eroiche una certa spezie di feudi. De’ quali vi sono due luoghi, pur troppo sopra ogni altro evidenti, in Omero. Uno dell’Iliade, dove Agamennone per gli ambasciatori offre ad Achille una delle sue figliuole, qual piú gli aggrada, in moglie con in dote sette terre popolate di bifolchi e di pastori. L’altro, nell’Odissea, dove Menelao dice a Telemaco, che va ritruovando il padre Ulisse, che, se egli fosse capitato nel suo reame, esso gli arebbe fabbricato una cittá e da altre sue terre vi arebbe fatto passare i vassalli, che l’avessero onorato e servito. Talché dovette essere una spezie di feudi — appunto quali le genti del Settentrione risparsero per l’Europa — da principio con quelle stesse propietá che tai feudi ritengono tuttavia nella Polonia, Danimarca, Littuania, Svezia, Norvegia, e restarono nelle leggi a’ romani di certi vassalli, che son detti «glebae addicti», «adscripticii», «censiti». Da’ quali feudi si è dimostrato altrove aver avuto incominciamento i diritti civili di tutte le nazioni. Onde Giacomo Cuiacio ritruova in sommo grado acconce tutte l’espressioni della piú elegante giurisprudenza romana a significare la natura e le propietá de’ feudi nostrali; e né pur Grozio
seppe vederne la cagione, il qual estima che ’l diritto feudale sia un diritto novello delle genti d’Europa. Il qual è, in fatti, un diritto antichissimo, con l’ultima barbarie de’ tempi per l’Europa rinnovellato.Capo xxxii
Punto del nascimento delle repubbliche eroiche
dalle clientele.
[150] E si ritruova qui il punto del nascimento delle prime repubbliche, delle quali da niuna delle tre spezie conosciute si poteva far innanzi nessuna immagine. Le quali sursero agli ammotinamenti di queste famiglie di clienti, attediati di coltivare sempre i campi per li signori, da’ quali essendo fino all’anima malmenati, gli si rivoltarono contro, e da’ clienti, cosí uniti, sursero al mondo le prime plebi. Onde, per resister loro, furono i nobili dalla natura portati a strignersi in ordini, che furono i primi nel mondo, sotto un capo, che naturalmente surse tra loro piú robusto, che doveva reggergli e, piú animoso, incoraggirgli. E questi sono i re, de’ quali pur ci venne la tradizione che si eleggerono per natura.
[151] Quivi, di dentro al desiderio che ebbe la moltitudine di esser governata con giustizia e clemenza, si apre la grande comune origine de’ governi civili e, ad un fiato, si scuopre la prima base di tutte le cittá, surte sopra due ordini, uno di nobili, un altro di plebei, che finora non si è potuto ragionare sopra le famiglie intese di soli figliuoli. Onde sono stati cosí confusi ed oscuri i princípi co’ quali i filosofi hanno finora ragionato della politica ovvero dottrina civile.
Capo xxxiii
Scoverta delle prime paci e de’ primi tributi in due antichissime leggi agrarie, fonti una del naturale, altra del civile, ed entrambe del sovrano dominio.
[152] Incomincia a correre questa antichissima sorta di repubbliche sopra un’antichissima legge agraria, che i nobili dovettero accordare a’ plebei per soddisfargli: che essi avessero assegnati campi, dove sostentassero la lor vita, con pagare parte de’ frutti o contribuire in fatighe, come un censo a’ signori. Che si truova tra’ greci essere stata la decima d’Ercole e si scuoprono i primi, da’ latini detti «capite censi», che dovettero contribuire a questi signori con le loro giornate.
[153] Ma, non osservata, col volger d’anni, tal legge da’ nobili a’ plebei, si fermarono queste repubbliche finalmente e stiedero sopra un’altra legge agraria: che i plebei godessero certo e sicuro dominio de’ campi assegnati loro, con l’obbligo de’ signori a doverglivi mantenere, e col peso, a vicenda, de’ plebei che a loro spese dovessero servire a’ signori ne’ lor bisogni, e sopra tutto nelle guerre. Siccome sotto essi consoli se ne lamentano pur troppo i plebei nella storia romana.
[154] Nel fondo di queste due leggi si ritruovano le origini di tutte e tre le spezie del dominio: una, del naturale o bonitario, o sia de’ commodi o de’ frutti; altra, del civile o quiritario, o sia de’ poderi (cosí forse agl’italiani dalla forza, come a’ latini detti «praedia» da «praeda»), o sia dominio de’ suoli che possono occuparsi con l’armi, l’uno e l’altro privato; e la terza, del dominio de’ fondi, detto ora «eminente», veramente civile o pubblico, cioè sovrano di esse cittá, che risiede nell’animo delle potestá civili che le governano: che è ’l principio di tutti i tributi, stipendi, gabelle. E l’una e l’altra legge si truoveranno gli abbozzi delle paci.
Capo xxxiv
Scoverta delle repubbliche eroiche uniformi tra’ latini,
greci, asiani, e di altri princípi de’ romani comizi.
[155] Quindi si ritruovano questi antichissimi regni eroici sotto nomi di «regni di cureti» sparsi per tutte le nazioni antiche, e, sotto nome di «regni di Eraclidi», si truovano sparsi per tutta l’antichissima Grecia, mercé di due gran frantumi di antichitá d’istoria del tempo oscuro de’ greci.
[156] Uno, che i cureti o sacerdoti armati d’aste (dalle quali son detti i «quiriti» da’ latini), — che, col fragore dell’armi percosse, attutarono i vagiti di Giove bambino, perché non fosse udito da Saturno, che divorarlosi voleva (dal quale nascondimento dissero i filologi latini, ma indovinando, essere stato appellato il Lazio), — uscirono dalla Grecia in Saturnia o Italia, in Creta (dove, perché isola, duraron piú) e nell’Asia (che deesi intendere dell’Asia greca, cioè della minore). Perciocché i greci, usciti di Grecia, osservarono, per queste antiche nazioni del mondo, regni uniformi a quelli descritti da Omero con due sorte di adunanze eroiche: altre che venivano sotto nome di βουλή, nelle quali convenivano i soli eroi; altre nelle quali i plebei si radunavano per sapere le determinazioni fatte dagli eroi, le quali erano appellate col nome di ἀγορά: delle quali una è l’adunanza che Telemaco, fatto giá maggiore, chiama affinché i suoi sudditi sappiano ciò che esso aveva risoluto di fare contro de’ proci. Co’ quali governi eroici di Omero troppo acconciamente convengono le storie di queste voci latine: con le quali «comitia curiata» furon dette le adunanze de’ sacerdoti per diffinir cose sagre, perché dapprima con l’aspetto delle divine erano guardate tutte le cose umane, nonché le sole leggi, come qui appresso diremo; — «centuriata», le adunanze nelle quali si comandavano le leggi (dalle quali certamente restarono detti «centuriones» capitani di cent’uomini d’arme), perché da coloro unicamente che avevano la
ragione dell’armi si tenevano le adunanze nelle quali si comandavano le leggi, che erano sotto il genere di adunanza che è detta da Omero βουλή, nella quale si univano i soli eroi; — finalmente «tributa comitia» le adunanze plebee, che non avevano niuna ragion d’usar armi, ma erano obbligate a pagare il tributo, perché, come adunanze di coloro che pagavano il tributo, non avevano la ragione sovrana dell’armi, ma solo si univano per sapere che loro comandassero le leggi, sicché delle loro adunanze, che erano le ἀγοραί di Omero, dovettero da principio con tutta propietá dirsi «plebiscita», che tanto suona quanto Cicerone nelle sueLeggi gli voltarebbe «plebi nota». Talché «curia» non giá fu da’ latini dettaa «curanda republica» — che non è verisimile de’ tempi che gli uomini operavano per senso, piú tosto che riflettevano — ma da «quiris», «asta», che era unione di nobili i quali avevano il diritto d’armeggiar d’asta: siccome altrove mostrammo che da χείρ/ la «mano», dovette la voce κυρία significare lo stesso agli antichissimi greci. Dalle quali cose latine, composte con le greche di Omero, può prendere altri princípi l’intricata materiade comitiis romanis, come qui appresso sará dimostro. Da tutto ciò si ritruova il diritto de’ quiriti romani essere diritto delle genti non solo del Lazio ma della Grecia e dall’Asia, sopra il quale ebbe i suoi príncipi il governo romano: il qual diritto si osserva d’assai diversa natura ne’ suoi primi tempi da quella che restò a’ giureconsulti romani ultimi.[157] L’altro gran rottame di greca antichitá egli è che gli Eraclidi, o sien quelli della razza d’Ercole, erano prima sparsi per tutta Grecia, anche per l’Attica, dove poi surse la repubblica libera d’Atene; ma finalmente si ridussero nel Peloponneso, dove perserverò la repubblica di Sparta, che tutti i politici riconoscono essere stata aristocratica, e tutti i filologi convengono che sopra tutti gli altri popoli della Grecia ritenne assaissimo de’ costumi eroici. La quale fu un regno degli Eraclidi ovvero di razze erculee, che conservavano il patronimico d’Ercole, al quale si eleggevano due re a vita, che ministravano le leggi sotto la custodia degli efori.
Capo xxxv
Scoverta del regno romano eroico ovvero aristocratico.
[158] Tale appunto si ritruova il primo regno romano nell’accusa di Orazio, nella quale il re Tullo Ostilio ministra la legge del parricidio al reo sotto la custodia de’ duumviri, che gli dettino contro quella pena che essi stimassero giusta. Perché l’appellagione che Tullo permette ad Orazio condannato: — che faccia richiamo all’adunanza del popolo — quanto è consiglio di ogni altro che di re monarchico di soggettare la sovranitá alla moltitudine, tanto egli è propio di re aristocratico, che vuol soggettare l’ordine regnante alla moltitudine: come ne narra la storia che dovettero i duumviri contendere con esso reo appo il popolo dintorno alla giustizia della da loro data sentenza. Perocché, essendo Tullo di genio bellicoso, non dissimigliante da Romolo, come pure il descrive Livio, ed avendo in animo di regnare nell’armi, siccome quello che si era professato di manomettere l’Esperia tutta (i quali re sono sospetti a’ governi degli ottimati che non, istabilitasi la fazion militare, voltino contro lo Stato quelle armi che ricevettero per la di lui difesa), egli — nella condannagione indegna di cotanto inclito reo, che col suo valore e consiglio aveva esso solo, con raro esemplo, salvata la romana libertá e sottomesso a quel di Roma il regno di Alba — afferrò la plausibile occasione di provvedere per sé, perché non fosse fatto a esso il medesimo che, per un timore simigliante, era stato fatto da’ padri a Romolo, solamente per lo di lui alquanto aspro talento, che non facilmente da’ padri si maneggiava.
[159] Questo è in quanto il regno romano finora, in capo a’ filologi, ha avuto del monarchico. Vediamo ora per quanto egli è stato da’ medesimi mescolato di libertá popolare sopra il censo ordinato da Servio Tullio.
[160] Del quale è forte da dubitare non sia una decima d’Ercole imposta a’ campi de’ signori, piú tosto che l’estimamento de’
patrimoni, quale fu quello della repubblica libera — perché di ogni altro re era consiglio che di monarca di ordinare quel censo, che è ’l primo e principal fondamento della popolare libertá degli Stati: che una determinata ricchezza di patrimoni innalzi i cittadini a poter prendere i primi onori nelle loro cittá; — se quello stesso censo che, quarant’anni dopo cacciati i re, comincia a farsi sentire in Roma, sopra ogni altra idea cominciò che sopra quella di pianta, come poi fu, della libertá popolare. Perché, come pur narra la storia, i nobili sdegnano amministrarlo, come inferiore alla loro dignitá, quando poi la piú riputata carica per dignitá fu quella de’ censori; i plebei non l’avvertiscono che pur era la porta che si apriva loro per tutte le somme cariche, la quale i nobili per tener chiusa a’ plebei, tanto si oppongono nella contesa di comunicarsi il consolato alla plebe e, dopo comunicato, usano tante arti perché i plebei non arricchiscano, affinché non vi possano pervenire, quante la romana storia pur ci narrò. Perché Giunio Bruto, certamente tanto saggio quanto la storia il racconta, nell’ordinare lo Stato, cacciati i re, il doveva richiamare a’ suoi princípi; e sí infatti egli fece. Rinforzò l’ordine senatorio con accrescervi di piú il numero, di molto scemato per gli ammazzamenti de’ senatori fatti fare dal Superbo; con l’odio de’ re abolí le leggi regie, tra le quali era pur quella dell’appellagione al popolo, che, dalla intercessione de’ tribuni in poi, fu l’altra ròcca della romana libertá; talché, morto Bruto, la rimise Valerio Publicola. (E fu fato popolare della casa Valeria, oppressa da’ nobili l’appellagione, di riporla a’ plebei due altre volte dentro i tempi stessi della repubblica sotto i consoli: la seconda, cacciati appena i decemviri; la terza, nel seicencinquansei dopo Roma fondata). E la severitá delle leggi, della quale si lamentano i giovani congiurati di riporre il Superbo è propia del governo de’ nobili, come essi meschinelli, nella libertá immaginata da’ filologi, sperimentarono sui loro capi. Tra’ quali Bruto, quanto fortissimo console tanto infelicissimo padre, fece decapitare due suoi figliuoli, col quale splendido parricidio chiuse la sua casa alla natura ed aprilla all’immortalitá. Perché le pene benigne sono propie o de’ re monarchi, i quali godono udir le laudi della clemenza o delle repubbliche libere. Onde Cicerone riprende, come crudele, contro di Rabirio, privato cavaliere romano, reo di ribellione, quella stessa pena: — «I, lictor, colliga manus», — la qual, dettata contro di Orazio, reo di una collera eroica, che non sopportò vedere la sorella, sulle spoglie del suo sposo Curiazio, da esso ucciso, piangere della pubblica felicitá, pure il popolo istesso, a cui esso aveva appellato, con la nobile espressione di Livio, l’assolvé «admiratione magis virtutis quam iure caussae». Ma pur, alla perfine, esso Livio apertamente cel lasciò scritto che con l’ordinamento de’ consoli annali non si cangiò di nulla il romano governo, chiamandolo «libertatis originem inde magis quia annuum imperium consulare factum est, quam quod deminutum quicquam sit ex regia potestate». Talché Bruto ordinò due re spartani, che però durassero non a vita ma un anno: come «reges annuos», nelle sueLeggi, appella i consoli, che esso ordina nella sua repubblica sull’esemplo della romana, Cicerone.Capo xxxvi
Si scuopre il vero dintorno alla legge delle XII tavole, sopra il quale regge la maggior parte del diritto, governo ed istoria romana.
[161] Quindi si scuopre essere state tutt’altre le clientele con le quali Romolo ordinò la cittá, che esso non ritruovò ma ricevé dalle genti piú antiche del Lazio; che tutt’altro fu il censo che ordinò Servio Tullio da quello che s’introdusse nella repubblica libera e vi restò; e che con la legge delleXII Tavole si trattò di tutt’altro da quello che si è finora creduto. Romolo ordinò le clientele dentro l’asilo aperto a’ ricoverati sopra il diritto del nodo della coltura, per la quale con l’opere camperecce essi vi sostentassero la vita. Servio Tullio vi ordinò la prima legge agraria sopra il diritto del nodo del «dominio
bonitario» (che dicesi), sotto il peso del censo, che fu la decima d’Ercole a’ greci, da pagarsi a’ signori de’ campi assegnati loro. Finalmente la legge delleXII Tavole si fissò col nodo del «diritto ottimo» (che chiamano) o sia civile ovvero solenne e certo, col peso di andare i plebei a servire in guerra a loro spese, come pur troppo essi plebei, dopo tal legge, se ne lamentano nella storia romana.[162] Laonde tutto l’affare di cotal legge si contiene nel quanto celebre altrettanto finora non inteso capo, conceputo con quelle parole oscurate dentro le tenebre della barbara antichitá de’ romani: «Forti sanati nexo soluto idem sirempse ius esto», che, indovinando, han pur ridutto in cotal somma:De iuris aequalitate; ma, storditi gl’interpetri, per altro eruditissimi, da cento vaghe ed incerte autoritá de’ filologi, l’hanno interpetrato contenere l’egualitá de’ cittadini romani co’ soci latini ribellati e poi ridutti di nuovo all’ubbidienza. Tempi propi invero, in quello sommo rigore aristocratico — che, come sopra vedemmo, essa plebe romana era una moltitudine di non cittadini — di accomunarsi la cittadinanza agli stranieri! quando, nel tempo della libertá, nonché giá tutta stabilita, ma di piú giá incominciata a corrompersi, Livio Druso, che, per ambiziosi disegni, la promise a’ soci latini, esso e vi morí oppresso dalla gran mole di tanto affare, e ne lasciò in retaggio la guerra sociale, che fu la piú pericolosa di quante ne sostennero mai, innanzi e dopo, i romani.
[163] Servio Tullio aveva ordinato che a’ plebei, sin da Romolo attediati finalmente di coltivar sempre i campi per gli signori, questi glieli assegnassero sotto il peso del censo. Ma i nobili tratto tratto spogliandone i plebei — siccome quelli che ne avevano il dominio bonitario o naturale, che tanto essi godevano quanto col corpo gli occupavano — fin dal dugencinquansei, appena avvisata la morte di Tarquinio Superbo, che teneva in freno l’insolenza de’ nobili, cominciò ad ardere la contesa del nodo (onde essi pareggiatori attici perciò si vergognano smaltirlo per mercatanzia venute da Atene), perché avara e crudelmente l’esercitavano i nobili sopra i plebei, non solo togliendo
loro i campi dianzi assegnati, ma per gli debiti tenendogli miseramente dentro i lavoratoi seppelliti a travagliare in loro servigio. Si sedò alquanto l’incendio con l’esiglio che la furiosa ed ingrata plebe diede al benemerito Coriolano, che, in tal contesa, i plebei — i quali non eran contenti del dominio naturale per lo censo di Servio Tullio e pretendevano il dominio civile de’ campi — aveva voluto ridurre allo stato, tutto opposto, del nodo ordinato da Romolo, che sostentasserovi la vita con l’opere camperecce. Ché tanto importava quel motto: — che i plebei andassero a zappare, — per lo quale il mandarono essi in esiglio: altrimente, che stolto fasto de’ plebei, con tanta ingratitudine — a cui seguí tanto pericolo che poi sovrastò a Roma, quanto ognun sa, dalla vendetta che ne arebbe presa Coriolano, se non le pietose lagrime della madre e della moglie placato l’avessero — risentirsi di un detto, del quale facevano pregio e vanto, in que’ tempi, tutti i nobilissimi in Roma, di esser occupati ne’ villerecci lavori![164] Rincrudelí l’incendio nell’anno dugensessansei, che Spurio Cassio promulgò la legge agraria seconda di assegnarsi i campi alla plebe con tutta la solennitá e sicurezza della ragion civile, e ne fu perciò condannato a morte dal senato come primo divolgatore del diritto de’ padri alla plebe e, come alcuni pur dissero, esiggendo l’empia pena esso padre: che è veramente la severitá delle leggi che odiavano i giovani congiurati di riporre il Superbo. Si crede volgarmente essersi sedati questi tumulti con una colonia di plebei menata da Fabio Massimo. Ma, come l’agraria di Cassio, cosí la colonia di Fabio non furono di quelle de’ tempi romani certi e conosciuti, messe sú da’ Gracchi per arricchire la plebe, quando erano poveri, e ne facevano vanto, essi signori, come a suo luogo qui appresso si mostrerá. Onde la colonia menossi, ma i romori non pur cessarono.
[165] Frattanto è da riflettersi che per cotal legge agraria si fanno tante mosse e tante rivolte e per la quale da Coriolano sovrastò a Roma tanto pericolo, in tempo che ella dalla ròcca del Campidoglio poteva guardare i brevissimi confini del suo imperio
nascente, (che pochi anni innanzi oltre a venti miglia non si stendeva), il popolo si poteva numerare con gli occhi e i costumi erano semplici e parchi; e, poi che ella aveva distese le conquiste oltre l’Italia e ’l mare nelle provincie, il popolo era a dismisura cresciuto e, ’n conseguenza, il numero de’ poveri fatto maggiore — i quali, se non sentivano ancora il lusso, ammiravano la lautezza; se non erano rovesciati ne’ corrotti, almeno si compiacevano degli aggiati costumi, talché bisognava isgravar la cittá de’ poveri, che facevano a’ nobili vergogna, timore e peso, e farne fortezze delle provincie con ben agiarglivi di propi campi: — con tutto ciò, pure per lo spazio di presso a dugento anni infino a’ Gracchi, i quali altra volta mossero sú cotal nome, nelle memorie romane la legge agraria non si udí piú! Perché la colonia di Fabio andò di séguito alla legge agraria di Servio Tullio, che tanto fu lontana dalle conosciute, che poi si menarono in séguito dell’agraria de’ Gracchi, quanto fu vicina a quelle che innanzi erano menate in séguito delle clientele ordinate da Romolo, le quali voleva rimettere Coriolano: le quali sorte di colonie si scuopriranno qui appresso. Fu per fortuna in tal tempo menata da Fabio tal colonia, e, sopra l’idee dell’ultime, si è creduto con tal colonia la contesa agraria essersi rassettata, perché non si è saputo che contesa fu per la legge delleXII Tavole, che per la colonia di Fabio non rifinò.[166] Perché, finalmente, ritornata cotesta famosa ambasceria con le leggi entro il sacco, per gli strapazzi, anche pubblici, che de’ tribuni della plebe, intorno a terminarla, facevano il senato ed i consoli, i plebei, tratti dalla disperazione, ad Appio Claudio — uomo di casa superbissima e sempre ambiziosa di sovrani comandi, sempre infesta alla plebe, sempre contraria a’ di lei desidèri (tali sono gli elogi che le dá Livio!) — si ridussero ad offerire la potenza, per servirmi della frase di Dionigio: che è tanto dire ad offerirgli la tirannia, nella quale esso infatti con altri compagni proruppe. Quindi s’intenda se l’ambasceria fu veritá o consiglio di tenere a bada la plebe!
[167] Laonde è da conchiudersi che un capo solo in tal contesa
si dibatté, ed è quello che meno di tutti si è inteso: che a’ liberi dal nodo, quali erano i nobili, s’agguagliassero nella ragione del nodo i «forti sanati», cioè i plebei, che, come appresso vedremo, furono i primi soci del nome romano, prima ammotinati e poi ridotti all’ossequio, come in questa istessa contesa del nodo lo erano stati per la sapienza di Menenio Agrippa, che gli aveva ridutti nella cittá. Tanto che tutto l’affare, e solo o almen principale, che si trattò in cotal legge fu, con le sue dipendenze, il diritto che si dice «auctoritas», contenuto nel celebre capo scritto: «Qui nexum faciet mancipiumque», a cui non vi ha in tutta Grecia voce che le possa rispondere, come sopra ne udimmo il giudizio del greco Dione. E l’«autoritá», che spesso in quella legge si mentova, è ’l dominio solenne, certo, civile, che i latini dissero «ottimo», che in antica lingua significa «fortissimo»: che, se si avesse a voltare in greco, si arebbe a dire δίκαιον ἄριστον ovvero ἠρωϊκόν, da cui si dissero le repubbliche aristocratiche o eroiche, quale fu sopra tutte la spartana.[168] Imperciocché secondo cosí fatta e detta autoritá regolarono i romani tutte le loro cose e pubbliche e private, in casa e fuori, nella pace e nella guerra.
[169] Prima, convenevolmente alla sua forma di governo aristocratico, fu autoritá di dominio, per la quale i padri erano sovrani signori di tutto il campo romano. Onde, nell’interregno di Romolo, per la creazione de’ re, accordarono alla plebe che essi gli eleggessero, «deinde patres fierent auctores», in maniera che le elezioni della plebe erano piú tosto desidèri o nominazioni di certi soggetti, le quali per venire a capo, dovevano loro essere proposti da essi padri, che i plebei nominassero perché seguisse l’approvagione. Onde la Fortuna di Roma, la qual dea si finge Plutarco, alquanto invidioso della romana virtú, nelle elezioni de’ re, quali bisognavano per gli princípi della romana grandezza, si deve tutta alla sapienza romana de’ padri.
[170] Dipoi, convenevolmente alla forma del suo governo libero popolare, per la legge di Filone, che perciò forse ne fu detto
«dittator popolare», fu autoritá di tutela, per la quale il senato, col concepire esso le leggi e portarle al popolo, che in quella e non altra forma le comandasse, erano i padri, «auctores in incertum comitiorum eventum», come tutori del popolo, quasi d’un pupillo, signor dell’imperio romano.[171] Finalmente, con acconcezza alla forma del governo monarchico, sotto gl’imperadori fu autoritá di consiglio.
[172] A quest’istessa fatta, con lo stesso ordine appunto regolarono le cose private con le clientele: che prima i nobili difendevano i plebei nella tenuta de’ loro campi come signori; dipoi come «autori laudati», quali restarono nelle vendite; finalmente come «prudenti», quali restarono «autori» detti i giureconsulti.
[173] Come essi regolassero con questa istessa autoritá le conquiste e gli affari delle provincie, si dirá appresso. Del rimanente, questa certezza di ragione privata fu quella che desiderò e riportò la plebe con la legge delleXII Tavole: che diede luogo all’error di Pomponio che l’avesse desiderato per costrignersi la libertá della mano regia a dover sempre ministrare, ove bisognava, le leggi, non piú nascoste ed incerte, ma certe e fisse nelle Tavole, come innanzi dipendé dall’arbitrio di Tullo creare o no i duumviri per ministrare la legge contro di Orazio. Perché negli affari pubblici i consoli si ritennero la mano regia per tutto il tempo della repubblica libera, dal cui arbitrio dipendeva di riferire in senato le pubbliche emergenze, perché sopra o vi determinasse esso senato co’ suoi decreti o ne concepisse le leggi da comandarsi dal popolo: dalla qual mano regia de’ consoli, che lessero bensí le lettere di Cesare nel senato, ma non vollero riferire al senato secondo le lettere di Cesare, provenne quella gran guerra. Nelle private faccende si ritennero la mano regia nel fòro i pretori, che perciò furon detti «ministri e viva voce del civil diritto»: ché, se essi non la dettavano con le loro formole, non potevano i cittadini romani sperimentar la lor ragione.
Capo xxxvii
Principio eterno de’ governi umani
nelle repubbliche libere e nelle monarchie.
[174] Ma, a riguardo di queste scoverte d’istoria intorno al governo romano, quanto Roma fu una particella del mondo, tanto importa assai piú la scoverta del principio eterno, sopra il quale, perché sopra quello tutte son nate, tutte reggono e si conservano le repubbliche: che è ’l desiderio che ha la moltitudine d’esser retta con giustizia egualmente, conforme all’egualitá dell’umana natura. Onde l’eroismo durò appresso l’ordine de’ nobili fin quando ne mantennero soddisfatta la moltitudine; ma, poscia che gli eroi erano divenuti da casti dissoluti, da forti infingardi, da giusti avari, da magnanimi crudeli, e cosí tanti minuti tiranni, o furono dissipati nelle repubbliche libere, nelle quali l’eroismo si riunisce in un corpo nell’adunanze — ove i popoli liberi usano una mente vacua d’affetti, come divinamente Aristotile diffinisce la buona legge (la qual mente, scevra di passioni, è con tutta propietá mente eroica), e conservano la libertá sempre che comandano con tal mente le leggi; — o furono manomessi da’ monarchi, che presero a proteggere la moltitudine, e nella loro persona si uní l’eroismo (quasi essi soli sieno di superior natura di quella de’ sudditi, e, ’n conseguenza, non soggetti ad altri che a Dio), e sí conservano l’eroismo con fare a’ sudditi godere egualmente le leggi.
Capo xxxviii
Il diritto natural delle genti con costante uniformitá
sempre andante tra le nazioni.
[175] Altronde ogni giurisprudenza, nonché la romana per esemplo, deve saper la storia del giusto comandato dalle leggi della sua repubblica, che vi han dovuto variare secondo la varietá
de’ governi. Onde questa giurisprudenza del genere umano deve saper la storia del diritto, uniformemente dalla natura dettato a tutte le nazioni, quantunque in diversi tempi, però costante in essa varietá de’ governi, co’ quali sono elleno nate e propagate.Capo xxxix
Scoverta del primo diritto natural delle genti, divino.
[176] Ma uomini superstiziosi e fieri, ch’estimano la divinitá dalla forza e non giá dalla ragione, estimeranno altresí per cotal diritto divino giuste le vittime degl’imprudenti Agamennoni promesse in voto a’ dèi vittoriosi di Grecia delle innocenti figliuole Ifigenie, giuste ed esaudite dagli dèi le imprecazioni fatte dagl’ingannati Tesei contro i casti Ipoliti, lor figliuoli calunniati; e molto piú estimeranno far sagrifizi agli dèi de’ violenti ingiusti, che essi, per difendere contro la forza di quelli la lor ragione, sull’atto di farsi a essoloro i torti, gli ammazzeranno. I quali dall’essere inimici furono detti «hostiae» e dall’essere stati vinti furono appellati «victimae»: onde appo i latini antichi «supplicium» significò egualmente «vittima» e «pena».
Capo xl
Principio della giustizia esterna delle guerre
e di nuovo de’ duelli.
[177] E qui si truova l’origine de’ duelli per quella propietá per la quale restano estinte le controversie, ancorché vi cada estinta la parte giusta. Perché, quanto oggi, fondati i pubblici imperi, sono vietati, tanto, innanzi di porsi le leggi, furono necessari: talché dovette nascere in questi tempi che non si duellasse che
sotto un giudizio divino, nel quale la parte oltraggiata chiamasse in testimonianza della violenza ingiusta una qualche divinitá. E qui la prima volta si concepí quella formola tra le genti latine «Audi, Iupiter», che piú innanzi dissero «Audi, fas», intendendo la «ragione» per «Giove»: dal qual punto si abbozza il celebre «fas gentium», che dá il vocabolo a tutta la materia di questa Scienza.[178] Venute le guerre pubbliche e ritornato lo stato della forza, ritornano i governi divini e, con essi, un diritto divino delle genti, onde i sovrani ne’ manifesti chiamano Iddio in testimone della necessitá che han di venir essi all’armi per difendere le loro ragioni, e a lui appellano, giudice e vendicatore del diritto delle genti loro violato. Per la quale perpetuitá di costume umano, le guerre lungo tempo a’ romani restaron dette «duella», e ne’ tempi barbari ultimi, con questa propietá di una purgazione civile sotto il giudizio di Dio, le nazioni di Settentrione risparsero queste guerre private per tutta Europa. Ma ciò che piú importa è che qui si scuopre il principio della giustizia esterna delle guerre per entrambe le di lei parti: una, che le faccino le civili potestá, che non riconoscono superiori altri che Dio; l’altra, che le portino innanzi intimate.
Capo xli
Diritto ottimo principio delle vendicazioni ed origine
del diritto araldico.
[179] In questi antichissimi duelli si truova il comun principio di quel diritto natural delle genti (che il pareggiatore del diritto mosaico e quelli dell’ateniese col romano osservano comune tra gli ebrei, greci e latini) di uccidere il ladro, come si è detto di sopra, con la propietá, che qui or si considera: che, se ’l ladro si difenda con armadura il giorno, bisogna che precedano le grida: — Al ladro! al ladro! — (il quale costume dovette essere per natura comune alle mentovate ed a tutte le
altre nazioni). Le quali grida fa d’uopo essere state le prime «obtestationes deorum» per difendere le messi e biade da’ ladri empi, i quali scongiuramenti, venute poi le guerre pubbliche, passarono ne’ manifesti de’ principi, come testé si è dimostrato. Talché qui si è scoperta l’origine d’intimare per gli araldi le guerre. Lo che fanno con una lingua naturale da comunicare tra loro le nazioni di articolate lingue diverse: che è una certa lingua dell’armi, propia del diritto delle genti, che nel capo seguente ritruoveremo essere il principio dell’imprese eroiche, del blasone, delle medaglie.[180] E qui si scuopre il principio delle vendicazioni, fondato nel diritto ottimo de’ campi delle genti latine, che in antica lingua significò «diritto fortissimo»: detto «ottimo» dallo implorare «opem deorum», che facevano i forti priegando i dèi che dassero loro forza di uccidere i ladroni. Il quale in greco non si può rendere piú elegantemente che δίκαιον ἡροωϊκόν ovvero ἄριστον,/ sopra il quale poi sursero le prime repubbliche eroiche, dette «aristocratiche» a’ greci, «di ottimati» a’ latini.
Capo xlii
Diritto del nodo principio delle obbligazioni
ed abbozzo delle ripresaglie e della schiavitú.
[181] Altra principal parte di tal diritto divino fu quello appellato «del nodo», che gli stessi pareggiatori attici non osan dirlo essi traggittato di Grecia in Roma, che pur nella storia favolosa de’ greci fu detto «nesso», come qui appresso si truoverá, come «nexus» fu detto da’ latini. E restò a’ romani nel famoso capo della legge delleXII Tavole, conceputo con questi vocaboli di «prigioniero» e di «schiavo», «Qui nexum faciet mancipiumque», per lo quale i creditori imploravan prima la fede degli dèi, che fu il primo e propio «implorare deorum fidem». E la «fede», intesa per la «forza», bisognò essere in quel rozzissimo tempo una corda di vinchi (ché tal dovette
prima nascere ne’ tempi che non vi era altr’arte che villereccia, e ne restò «vimen», pur a «vi», detto a’ latini), con la qual corda strascinati a forza i debitori, gli ligavano veramente in certi campi, perché loro soddisfacessero i debiti con le fatighe. E in quest’abbozzo di ripresaglie si ritruova il principio delle obbligazioni, che cominciò col carcere privato in casa e si spiegò con la schiavitú poi fuori nelle guerre.Capo xliii
Primi diritti delle nazioni
guardati con l’aspetto della religione.
[182] Finalmente si scuoprono tutte le ragioni umane sparse di spaventose e crudeli religioni, ché si difendevano col terror degli dèi e con la forza dell’armi. E si diceva, per esemplo, «dèi ospitali» il diritto dell’ospizio, «dii penates» la ragione del matrimonio, «sacra patria» o «paterna» la patria potestá, «dii termini» il dominio del podere, «dii lares» quel delle case, e, di questi, nella legge delleXII Tavole ne passò quello: «ius deorum manium», per lo diritto della sepoltura. E ne’ tempi barbari ritornati sursero tante terre e castella con nomi di santi e innumerabili vescovadi si ergettero in signorie, ne’ quali tempi, nulla soccorrendo loro le leggi, spente dalla barbarie dell’armi, custodivano i loro diritti umani con la religione, che era sola restata loro.
Capo xliv
Scoverta del secondo diritto natural delle genti,
eroico.
[183] Però uomini che si estimano di divina origine sopra altri uomini, che essi sdegnano come di origine bestiale, quelli terranno questi a luogo di fiere: come niuno de’ dotti in giurisprudenza
si è mai finora risentito che per diritto natural delle genti i signori romani tenevano gli schiavi a luogo di cose affatto inanimate, che, con l’espression delle romane leggi, venivano «loco rerum». Onde dee cessare di meravigliarci che Ulisse ad Antinoo, il suo piú caro di tutti i soci, per un sol detto per lo quale non sembra ciecamente averlo ossequiato, quantunque detto per bene di essolui, monta in una collera eroica e vuol troncargli la testa; e che Enea, per far sacrifizio, uccide il suo socio Miseno: perché questi soci degli eroi si truovano esser i clienti dell’antiche nazioni. Il qual diritto natural delle genti barbare ancor dura in Norvegia, Svezia, Danimarca, Littuania, Polonia, tra le quali nazioni si paga pochi danai la vita de’ plebei uccisi da’ loro nobili.Capo xlv
Si ritruova tutto eroico il diritto romano antico
e fonte di tutta la virtú e grandezza romana.
[184] Sopra questo principio di diritto eroico si fa ragionevole una gran parte della storia romana antica, per questo stesso: che i romani patrizi alla plebe, che domanda le loro nozze solenni, pubblicamente oppongono che i plebei «agitabant connubia more ferarum». Perché certamente Sallustio, appo sant’Agostino nellaCittá di Dio, narra il secolo della romana virtú aver durato fino alle guerre cartaginesi; e ’l medesimo narra, appo lo stesso santo ne’ medesimi libri, che dentro questo secolo i plebei eran da’ nobili a spalle nude battuti con verghe in maniera affatto tirannica: onde finalmente bisognò la legge Porzia che allontanasse le verghe dalle spalle romane. Erano anniegati dentro un mare di usure: onde furono moderate prima in un capo della legge delleXII Tavole e poi con la legge onciaria. Dovevano servire a’ signori a loro spese nelle guerre: di che tanto si lagnano appo Livio come i nostri vassalli che si dicono «perangari». Per cagion di debiti eran
sepolti ne’ privati carceri di essi nobili, finché assai tardi con una sollevazion popolare furono costretti liberarsene con la legge Petelia.[185] Per le quali cose tutte — la romana virtú, che dice Sallustio, se non s’intende l’eroica, qual abbiam dimostrato di Achille, posta nella differenza della natura, creduta di spezie diversa de’ forti da quella de’ deboli — che virtú dove è tanto orgoglio? che clemenza dove è tanta fierezza? che frugalitá dove è tanta avarizia? che giustizia romana dove è tanta inegualitá? E, all’incontro, che stolta magnanimitá cotesta della plebe romana pretender nozze alla maniera de’ nobili, ambire consolati ed imperii, sacerdozi e ponteficati uomini miserissimi che eran trattati da vilissimi schiavi? Finalmente che perversitá di desidèri! Gli uomini, in questa nostra natura, prima desiderano ricchezze, indi onori e cariche, finalmente nobiltá; e i plebei romani prima desiderano nobiltá con le nozze solenni all’uso de’ nobili; quindi posti ed onori coi consolati, co’ sacerdozi; molto dopo vengono i Gracchi, che vogliono ricca la plebe con la legge agraria della libertá popolare! Queste, che son pure istorie certe romane, elleno sembran tutte essere favole piú incredibili che le medesime greche: perché di quelle non si è inteso finora che abbian voluto dire; di queste intendiamo nella nostra natura umana esser falso tutto ciò che ne narrano. Né pensarono punto farle verisimili né Polibio con le sue riflessioni, né Plutarco co’ suoiProblemi, né Macchiavelli con le sue lezioni romane.
[186] Talché, per questi princípi unicamente placar si possono tutte queste, altrimente disperate, difficultá: che i plebei, per liberare i loro corpi dal diritto eroico del nodo o sia del carcere privato, desiderarono comunicarsi loro il diritto eroico degli auspíci de’ nobili, che essi si avevan chiuso tra loro nella tavola undecima, al quale non potevano pervenire se non comunicati loro i connubi, i consolati e i sacerdozi, a’ quali tutti erano attaccati gli auspíci de’ nobili. Onde s’intenda quel motto di Livio, preso finora troppo confusamente: che con la legge Petelia dello scioglimento del nodo «aliud initium libertatis extitit».
[187] Perché dalla fondazione di Roma insino alla legge Petelia corse tra’ romani il diritto eroico per quattrocendiecinove anni. Dal quale, ordinato da Romolo con le clientele, prima da Servio Tullio, per una qualche sollevazion di essa plebe, col censo o tributo fulle rilasciato il dominio naturale; poi da’ decemviri, per grandissimi movimenti civili della medesima, di cui pur si serbano in Dionigio alicarnasseo alcuni non leggieri vestigi, fu rilasciato a’ plebei il dominio ottimo de’ campi privato con le di lui dipendenze; appresso, con le contese eroiche prima de’ connubi, poi de’ consolati, finalmente de’ sacerdozi da comunicarsi alla plebe, furonle rilasciate le dipendenze del diritto eroico pubblico, tutte consistenti ne’ pubblici auspíci; e, ’n conseguenza de’ sacerdozi, fulle comunicata la scienza delle leggi, che a tai tempi erano gran parte della religione: onde il primo professore delle leggi fu egli Tiberio Coruncanio, e lo stesso fu il primo pontefice massimo plebeo. L’anno quattrocensedicesimo, per la legge di Filone dittatore, poiché di tutti i maestrati senatòri questo solo restava, alla plebe si comunicò ancor la censura e — acconciamente alla forma di governo, da aristocratico cangiato in popolare per l’altra parte di cotal legge: che l’autoritá del senato fosse indi in poi di tutela, come si è sopra dimostro — nella terza parte della medesima si cangiò la natura de’ plebisciti, che nelle adunanze tribunizie, nelle quali prevaleva la plebe col numero, il popolo romano gli comandasse da assoluto signore dell’imperio senza autoritá del senato, sicché «plebiscita omnes quirites tenerent». La qual voce «quirites», non avvertita qui essere stata usata con tutta la propietá, che ella pur porta seco, ha fatto perdere di veduta a’ romani critici che con questa legge si cangiò tutta la forma del romano governo. Onde i padri a ragion si lamentano che con tal legge piú essi avevano in quell’anno perduto con la pace in casa che fuori acquistato avevano con le guerre, con cui pur quell’anno avevano riportato molte e rilevanti vittorie. Con tal legge fu ordinato che i plebisciti non si potessero annullare con le leggi comandate da’ nobili ne’ comizi centuriati, ne’ quali per patrimoni essi a’ plebei prevalevano.
Perché lo intendere «quirites» per gli romani fuori di adunanza egli è un errore da non prendersi, non giá da un legislatore romano, ma da un nostro fanciullo che apprenda lingua latina, nella quale «quirite» nel numero del meno non mai fu detto. Tre anni dopo, finalmente, per la legge Petelia fu sciolto affatto il diritto eroico del nodo: onde poté tutta surgere (ché tanto suona «existere») la libertá popolare. Tanto vi volle per isciôrsi affatto quel nodo sopra il quale Romolo aveva ordinato la cittá con le clientele![188] Guerreggiò dunque la plebe romana sotto il nodo di Romolo per la vita che aveva salva nel di lui asilo. Guerreggiò poi sotto il nodo di Servio Tullio per la libertá naturale che per lo censo aveva col naturale dominio de’ campi, che sarebbe a lei stata tolta con la schiavitú; e per la vita e per la libertá naturale fansi ostinatissime guerre. Ma la plebe finalmente sotto il nodo della legge delleXII Tavole, nella quale i padri, rilasciatole il dominio ottimo de’ campi, chiusero gli auspíci pubblici dentro il lor ordine, guerreggiò per la libertá civile e per fini veramente magnanimi: ché, accesa con queste contese eroiche in casa, si sforzava fuori fare dell’imprese eroiche in guerra, per appruovare a’ padri che era pur degna la plebe de’ loro connubi, de’ loro imperii, de’ loro sacerdozi, come pur una volta Sestio, tribuno della plebe, il rinfaccia a’ padri appo Livio. Perché le contese eroiche furon tutte di ragione, che i plebei volevano riportare per confession pubblica de’ medesimi nobili e con l’autoritá delle loro medesime leggi. Onde, con sí fatte contese, crebbe la romana virtú in casa e la grandezza fuori: al contrario di quelle appresso de’ Gracchi, che furono contese di potenza, per le quali la libertá prima si accese in fazioni, poi arse in tumulti, finalmente in guerre civili si incenerí.
[189] Talché il giusto punto della romana felicitá egli fu il tempo istesso che si compiè dentro la civile libertá e, con le vittorie cartaginesi, per l’imperio di tutto il mare, si gettarono fuori le fondamenta all’imperio del mondo. Fra tutto il qual tempo innanzi il senato, per tenere la plebe povera in casa, era
magnanimo e clemente nonché giusto co’ vinti, a’ quali altro non toglieva che la licenza d’offendere, con tôrre loro la ragione sovrana dell’armi. Sicché la legge delleXII Tavole, per lo diritto ottimo privato comunicato a’ plebei e per lo pubblico chiuso tra’ nobili, fu il fonte di tutta la romana virtú e, per lei, della romana grandezza. Onde si veda se a compiacenza o per merito Cicerone anteponga il solo libretto della legge delleXII Tavole a tutte le librerie de’ greci filosofanti.[190] Per le quali cose cosí ragionate, ad evidenza si conosce che libertá fu la romana da Bruto insino alla legge Petelia: se libertá popolare della plebe da’ nobili, qual è quella d’Ollanda, o libertá de’ signori, qual è quella di Vinegia, di Genova, di Lucca: libertá di nobili da dominio monarchico.
Capo xlvi
Scoverta dell’ultimo diritto delle genti, umano.
[191] In séguito del giá detto, per lo contrario, uomini che intendono essere uguali in ragionevole natura, che è la propia e vera natura dell’uomo, che dee essere di tutti i tempi, di tutte le nazioni — perché in una dimostrazion matematica che, come sei avvanza di quattro due, è di quattro avvanzato da dieci, che è la proporzione de’ numeri, con cui la giustizia commutativa cangia le utilitá; e come uno è a tre, cosí son quattro a dodici che è la proporzione delle misure, con cui la giustizia distributiva dispensa le dignitá (in queste due veritá ci converranno Polifemo con Pittagora, un troglodita immanissimo con l’umanissimo ateniese), — devono stimar gli uomini diritto eterno e propio degli uomini, perocché sieno della stessa spezie, di comunicare tra essoloro egualmente le ragioni dell’utilitá, sulla stessa riflessione che i deboli desiderano le leggi e i potenti non voglion pari. Che è ’l diritto delle genti umane, che, correndo a’ suoi tempi, Ulpiano, quando il vuol diffinire, con peso di parole il chiama «ius gentium humanarum».
Capo xlvii
Dimostrazione della veritá della religion cristiana, e la stessa è riprensione degli tre sistemi di Grozio, di Seldeno, di Pufendorfio.
[192] E questa stessa varietá del diritto naturale delle nazioni gentili porta indivisibilmente seco una invitta dimostrazione della veritá della religion cristiana. Perché ne’ tempi certamente, come appresso dimostrerassi, ne’ quali corre tra’ greci un diritto naturale tutto superstizione e fierezza (che fu nel tempo oscuro di Grecia) e ’l popolo di Dio parla una lingua poetica di quella del medesimo Omero vie piú sublime, Iddio dá a Mosé una legge sí ripiena di degnitá circa i dogmi della divinitá e sí ricolma di umanitá circa le pratiche della giustizia, che neppure negli umanissimi tempi della Grecia l’intesero i Platoni, la praticarono gli Aristidi: con la qual legge Iddio riordinò sopra i primieri naturali costumi di Adamo il suo popolo, alquanto corrotto nella schiavitú dell’Egitto. I cui sommi dieci capi contengono un giusto eterno ed universale sulla sua idea ottima dell’umana natura schiarita, che formano per abiti un tal sappiente che difficilmente per raziocini potrebbono le massime delle migliori filosofie. Onde Teofrasto chiamò gli ebrei «filosofi per natura».
[193] Cosí permise regolarsi le cose de’ gentili la provvedenza e félle servire a’ suoi eterni consigli: che vi abbisognasse, con lungo volger d’anni, cotanto cangiar di costumi perché dal diritto ciclopico de’ Polifemi si venisse al diritto romano umanissimo de’ Papiniani. Di cui nellaDivisione delle cose si ravvisano quegli stessi princípi eterni della metafisica de’ platonici circa i sommi generi della sostanza: che le cose tutte, altre sono corporali altre incorporali, e che le corporali sono soggette a’ sensi e si toccano co’ sensi, l’incorporali s’intendono e, come i giureconsulti dicono, «in intellectu iuris consistunt»;
e assegnano alle ragioni quell’eterna propietá d’essere indivisibili, la qual propietá affatto non può esser de’ corpi, perché la prima propietá de’ corpi, onde risulta l’estensione, è essa divisibilitá delle parti. Che è quello che sopra dicemmo: la sola filosofia platonica convenire con la giurisprudenza romana ultima. Cotanto è da ammirarsi la provvedenza divina in ciò di che Arnoldo Vinnio, sepolto dentro una eterna notte di queste cose, si burla e ride: che i diritti e le ragioni sieno platoniche idee.[194] Ma, per lasciar Vinnio, celebratissimo interprete della romana ragione, e stare coi primi giurisprudenti della ragione universale, Grozio, Seldeno e Pufendorfio, i quali tutti e tre vogliono che sopra i loro sistemi del diritto naturale de’ filosofi sia corso dal principio del mondo il diritto naturale delle genti con costante uniformitá di costumi: tanto, quanto loro abbiam dimostro, vi bisognò che la potenza romana, illuminata dalla sapienza greca, si disponesse a ricevere la religione cristiana, perché Rufino potesse pareggiare con le leggi mosaiche le leggi romane sotto gl’imperadori. Onde cosí con le leggi romane ressero felicemente i cristiani governi, come ben resse la teologia cristiana con la platonica filosofia insino al secolo undecimo, ed indi in poi con la filosofia d’Aristotile, in quanto ella conviene con la platonica.
Capo xlviii
Idea d’una giurisprudenza del genere umano
variante per certe sètte de’ tempi.
[195] Sopra un tal morale, politica ed istoria del diritto del genere umano gentilesco è fondata una simigliante giurisprudenza, con questi princípi che la distribuiscono per tre sètte de’ tempi, che sono le sètte propie della giurisprudenza romana, assai piú acconce delle sètte de’ filosofi, che vi hanno tratte a forza gli eruditi.
Capo xlix
Giurisprudenza della setta de’ tempi superstiziosi.
[196] E ’l principio che stabilisce la giurisprudenza de’ tempi superstiziosi egli è: che uomini ignoranti e fieri e una volta atterriti da spaventose superstizioni trattano le cose con ricercatissime cerimonie, come si narra di coloro che fanno delle stregonerie, e massimamente se eglino sien posti in uno stato che non sappiano affatto spiegarsi, come si è dimostro essere stato quello di tutte le nazioni gentili ne’ tempi vicini al passato universale diluvio.
[197] Convenevolmente adunque a tal setta di tempi, dovettero gli antichissimi giureconsulti essere tutti sacerdoti e trattare le cause con sacri riti. De’ quali restarono due bellissimi vestigi nella legge delleXII Tavole: uno al capoDe’ furti, dove si dice «orare furti» pro «agere» o sia «sperimentar ragione»; l’altro nel capoDe in ius vocando, secondo la lezione di Giusto Lipsio, dove legge «orare pacti» pro «excipere» o sia «difendersi». Ed essi dovevano essere i giudici che condennassero i rei: di che vi ha un luogo aureo appo Tacito, che osserva tra’ costumi de’ Germani antichi che a’ soli sacerdoti era lecito ligare, batter con verghe e prender altri castighi de’ colpevoli; lo che essi facevano alla presenza de’ loro dèi ed in mezzo dell’armi. Cosí le pene si prendevano precedentino le consegrazioni de’ rei medesimi, molte delle quali poi passarono nella legge delleXII Tavole: come «sacro agli dèi de’ padri» il figliuolo empio, «sacro a Cerere» il ladro delle biade in tempo di notte, «sacro a Giove» chi avesse violato il tribuno della plebe. Queste «consegrazioni» de’ latini si ritruovano l’«esegrazioni» de’ greci e delle quali, come deitadi, avevano ancora i templi. Che erano come una certa spezie di scomuniche praticate da tutte le antiche nazioni: come de’ Galli ne dá Giulio Cesare un assai distinto ragguaglio. Della qual sorta fu l’interdetto dell’acqua e del fuoco tra le genti latine, che restò finalmente a’ romani.
Capo l
Si scuopre l’arcano delle leggi uniforme
in tutte le antiche nazioni.
[198] Qui si truova il principio delle leggi arcane sparse tutte di religione appo tutte le nazioni antiche, le quali, come cose sagre, si custodirono appo ordini di loro sacerdoti, come appo i caldei dell’Assiria, i maghi della Persia, i sacerdoti d’Egitto e di Germania, i druidi delle Gallie, e appo tutte con una letteratura sagra, ovvero secreta. Laonde da prima fu natura, non impostura, che fin cento anni dopo la legge delleXII Tavole, al narrar di Pomponio, la scienza delle leggi romane fu chiusa dentro il collegio de’ pontefici, nel quale non si annoveravano che patrizi, poiché tanto tempo vi corse che si comunicassero i sacerdozi alla plebe.
Capo li
Dimostrazione che le leggi non nacquero da impostura.
[199] Da questa giurisprudenza tutte le ragioni umane del primo mondo delle nazioni, siccome erano guardate con aspetto di cose divine, cosí erano trattate tutte con veritá, come egli conveniva alla semplicitá della fanciullezza delle medesime. Perché si acquistavano con vero uso o sia con veramente stare coi corpi lunga etá in certe terre postati: onde l’usucapione, come egli fu il primo, cosí restò il principal modo di legittimare le sovranitá appo tutte le nazioni. Tanto è lontano dal vero che fu propia de’ cittadini romani, la qual falsa oppenione finora ha turbato tutti gli autori di questa dottrina! Oltre il vero uso, acquistavano con vera «mano», con vera forza: che è ’l principio delle mancipazioni e delle cose dette «mancipi», o siano le prede di guerra, delle quali si acquistava il dominio ottimo
o sia fortissimo. E, oltre i domíni che con vero uso, con vera mano, le obbligazioni si contraevano con vero nodo, per lo quale da’ «vincti», ovvero obbligati in casa, provvennero fuori «victi» i ligati in guerra con la schiavitú.[200] E cosí si ritruova vero di questi tempi che ’l diritto natural delle genti non ammette finzioni, e ne dá una grave pruova che le leggi non furono ritruovati della vil impostura, ma figliuole di una veritá generosa.
Capo lii
Giurisprudenza della setta de’ tempi eroici nella quale si scuopre il principio degli atti legittimi de’ romani.
[201] Ma — sorti i governi umani, de’ quali i primi furono gli eroici, sopra questo principio: che delle forze private de’ padri, sovrani nello stato delle famiglie, si compose la forza pubblica delle cittá, che è l’imperio civile (per lo quale cessarono le forze private a piú farsi veramente tra essoloro); ed essendo cosí per natura disposto: che i costumi non ad un tratto si cangian tutti, e massimamente di uomini rozzi e selvaggi; — succedé la giurisprudenza eroica, che fu naturalmente portata a tutta occuparsi nelle finzioni, delle quali è piena la giurisprudenza romana antica, incominciando a fingere la mano e ’l nodo, che entrambi finti passarono nella legge delleXII Tavole al celebre capo «Qui nexum faciet mancipiumque»; e da entrambi provenne la mancipazione civile, la quale si truova essere il fonte di tutti gli atti legittimi, co’ quali i romani antichi celebravano tra loro tutto il diritto romano. Tanto bisognò che ’l diritto romano venisse da Atene in Roma, che fu costume uniforme a tutte le altre antiche nazioni!
Capo liii
Principio della giurisprudenza rigida degli antichi.
[202] Aggiugnendo a questo quell’altro principio: che uomini superstiziosi e di corto ingegno sono osservantissimi delle parole circa i patti, le leggi e sopra tutto i giuramenti, massime in tempi che le nazioni scarseggiano di favellari o parlano con tutta propietá, perché loro manca ancor la copia de’ trasporti, talché devono osservarle, ancorché nell’esecuzione non solo non ne provenga loro la proposta utilitá, ma anche ne siegua un gravissimo danno ed eziandio infelicitá (siccome avvenne per la loro imprudenza agli Agamennoni co’ loro miseri voti); ed estimeranno ciò essere la lor ragione (siccome questo infelicissimo re e padre da se stesso la soddisfece). Per sí fatta oppenione attenderanno a cautelarsi, quanto piú sappiano, con certe e determinate formole di parole. E cosí la finta mano e ’l finto nodo, con sollenne formola di parole congionti, andarono naturalmente in costume di tutte le genti eroiche e, ’n conseguenza, anco di quelle del Lazio, che finalmente passarono in legge appo i romani nel celebre capo delleXII Tavole cosí conceputo: «Qui nexum faciet mancipiumve, uti lingua nuncupassit, ita ius esto». E nella resa di Collazia concepisce Tarquinio Prisco la famosa forma araldica delle rese tutte, che celebrarono ne’ tempi eroici, con una sollenne formola di stipulazione ed accettilazione, come si può leggere appresso Livio. Tanto in questi tempi le stipulazioni erano propie de’ cittadini romani, che con esse si ferma il maggior affare del diritto naturale delle genti! Onde nella storia barbara cosí prima come ultima, co’ patti delle rese, osservati con somma propietá di parole, si sono spesso o felicemente delusi i vincitori o miseramente scherniti i vinti.
[203] Della giurisprudenza eroica de’ tempi barbari antichi Omero propone alle genti greche in esemplo Ulisse, che sempre narra, promette, giura con tal arte che, salva la propietá delle parole, esso consiegua la propostasi utilitá. Il qual costume si
ritruova incominciato ben dal tempo di essi governi divini di Grecia, poiché con questa prudenza Ulissea, né altrimente, Giunone giura a Giove non aver essa sollecitato Nettunno a muover tempesta contro i troiani — lo che, in veritá, fatto aveva per mezzo del Sonno, — e cosí ingannò esso Giove, testimone e vindicatore de’ giuramenti. Perciò, siccome tutta la riputazione de’ giureconsulti romani antichi era riposta in quel celebre lor «cavere», cosí ne’ tempi barbari ritornati tutta la stima de’ dottori fu riposta in ritruovare «cautele», delle quali la maggior parte ora sono ridevoli.Capo liv
Scoverta de’ motivi onde la legge delle XII Tavole
fu creduta venire da Sparta.
[204] Tal giurisprudenza si ritruova crudelissima in prender le pene umane, come quella, che poi passò nella legge delleXII Tavole, che ’l debitore fallito vivo si segasse in pezzi e se ne dassero i brani a’ creditori: pena invero ciclopica, praticata ne’ tempi de’ governi divini e, quel ch’è piú, nelle persone de’ propi nipoti, come contro Ippolito strascinato da’ propi cavalli che Nettunno, avolo, aveva spaventati e, sí, miserevolmente fatto in brani. La qual pena, esercitata in casa contro i mancatori della parola, fu portata fuori contro i re che non serbarono i patti delle allianze, siccome Tullo Ostilio contro Mezio Fuffezio re di Alba, che fe’ morire diviso da due cocchi a quattro, in parti opposte lasciati a correre.
[205] Cosí fatta giurisprudenza eroica, e per lo rigore delle interpetrazioni, e per la crudeltá delle pene, quali convenivano a nazioni tutte fierezza, — onde le leggi di Sparta facevano orrore agli giá fatti umanissimi ateniesi, e ne sono perciò da Platone e da Aristotile dislodate — in altra opera fu detta «giurisprudenza spartana», da una repubblica la piú luminosa eroica che ci sia giunta alla notizia di tutte le antiche. Che
però a’ piú antichi romani, dopo che cominciarono a conoscere i greci, avvertendo le leggi spartane simiglianti alle loro, diede motivo di credere che le leggi delleXII Tavole fossero da Sparta venute in Roma, le quali, in fatti, non furono che costumi tutti nativi delle genti eroiche del Lazio.Capo lv
Giurisprudenza della setta de’ tempi umani
e ’l principio della giurisprudenza benigna
de’ romani ultimi.
[206] Ma uomini discreti e, perché discreti, di natura umani, eglino dalle cose istesse, non giá dalle parole, eseguono le promesse, ubbidiscono alle leggi, adempiono i giuramenti secondo l’utilitá regolata con veri e giusti raziocini. Qui si scuopre il principio dell’equitá naturale delle leggi o sia della giurisprudenza benigna de’ romani ultimi, e si determina la setta de’ loro tempi, che sovente dicono i giureconsulti romani nuovi, per la quale diffiniscono le cause di dubbia equitá naturale per lo diritto naturale delle genti umane. Che è il principio della giurisprudenza nuova, la quale tutta si rivolse ad interpetrare gli editti de’ pretori, i quali si erano tutti occupati a supplire i difetti ed ammendare i rigori della legge delleXII Tavole secondo l’equitá naturale. Il qual diritto naturale, ove Ulpiano il vuol diffinire, come il diffinisce, dalla naturale equitá, con peso di parole chiama «diritto naturale delle genti umane». Talché, siccome la giurisprudenza eroica era stata celebrata ne’ tempi del governo eroico di Roma fino alla legge Petelia sopra essa legge delleXII Tavole: cosí, indi in poi, ne’ tempi del governo umano di Roma, che cominciò dalla libertá tutta spiegata doppo le guerre cartaginesi, fu celebrata la giurisprudenza la qual perciò in altra opera fu detta «giurisprudenza ateniese» da una repubblica la piú umana di quante mai ce ne pervennero a notizia di tutta l’antichitá.
Capo lvi
Scoverta de’ motivi onde la legge delle XII Tavole
fu creduta venir da Atene.
[207] Sí fatta giurisprudenza, osservata da’ tempi che prevalse la libertá, che fu da quelli da’ Gracchi in poi, troppo corrispondere all’umanitá degli ateniesi, fece credere a’ romani tutto l’opposto: che la legge delleXII Tavole fosse in Roma venuta da Atene; la quale oppenione restò, perché restò quest’ultima spezie di giurisprudenza, e piú sotto la monarchia de’ romani príncipi, che è l’altra spezie degli umani governi. Talché questa tradizione della legge delleXII Tavole venuta in Roma di Grecia è somigliante a quella che da Grecia uscirono i cureti in Asia, in Creta, in Saturnia ovvero Italia. L’incostanza è simile a quella della patria d’Omero, perocché ogni popolo greco ravvisava ne’ di lui poemi i suoi natii parlari. E ’l giudizio di Tacito, che vi dice essere stato raccolto «quicquid usquam gentium», è simile a’ viaggi di Pittagora, co’ quali portò in Cotrone i dogmi de’ sappienti di tutto il mondo.
Capo lvii
Scoverta de’ veri elementi della storia.
[208] Ma niuna cosa piú della legge delleXII Tavole con grave argomento ci appruova che, se avessimo la storia delle antiche leggi de’ popoli, avremmo la storia de’ fatti antichi delle nazioni. Perché — dalla natura degli uomini uscendo i loro costumi, da’ costumi i governi, da’ governi le leggi, dalle leggi gli abiti civili, dagli abiti civili i fatti costanti pubblici delle nazioni, e, con una certa arte critica, come quella de’ giureconsulti, alla certezza delle leggi riducendosi i fatti d’incerta o dubbia ragione — i veri elementi della storia sembrano essere
questi princípi di morale, politica, diritto e giurisprudenza del genere umano, ritruovati per questa nuova scienza dell’umanitá, sopra i quali si guida la storia universale delle nazioni, che ne narra i loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini. Ma, per determinare e i certi tempi e i certi luoghi donde esse incominciarono, non ci soccorrono i due occhi, come sinora sono stati usati, della storia, che sono la cronologia e la geografia.Capo lviii
Nuovi princípi storici dell’astronomia.
[209] Perché i greci certamente innalzarono i loro dèi alle stelle erranti e gli eroi alle fisse; e ciò essi fecero dappoi che eran passati in Grecia i dèi d’Oriente, i quali da’ caldei erano stati affissi alle stelle, come il concedono tutti i filologi. Ma ciò avvenne dopo i tempi d’Omero, al cui tempo i dèi di Grecia non istavan piú in suso del monte Olimpo. Però l’allogamento sí sconcio de’ dèi alle stelle erranti e degli eroi alle fisse non poté altronde nascer comune e agli assiri e a’ greci che dall’errore del senso degli occhi, a’ quali sembrano le stelle erranti e piú grandi e piú in suso delle fisse, le quali, per dimostrate misure di astronomia, sono sformatamente delle fisse e piú in giuso e minori.
[210] Quindi si medita ne’ princípi della prima di tutte le scienze riposte, che si truova essere stata l’astronomia volgare de’ caldei, che certamente furono i primi sappienti del nostro mondo, e che ella cominciò rozzamente con la loro divinazione di osservare le stelle cadenti la notte, dal cui traggitto, in qual parte del cielo avveniva, predicevano coi divini creduti avvisi le cose umane. Quindi, con lunghe e spesse osservazioni notturne e con l’aggio delle loro immense pianure, poi osservarono i moti delle stelle erranti, finalmente delle fisse, e ritruovarono a capo di lunga etá l’astronomia riposta i caldei, de’ quali fu principe
Zoroaste, indi detto da «aster», che in lingua persiana significa «stella», e da «zor», che Samuello Bocarto deriva dall’ebreo «sobur», che significa «contemplare», quasi detto «contemplatore delle stelle». Ma de’ Zoroasti in Asia vi furon molti. Il primo fu caldeo ovvero assirio; il secondo battriano, contemporaneo di Nino; il terzo persiano, detto pur medo; il quarto panfilio, detto er‐armenio; il quinto proconnesio, a’ tempi di Ciro e di Creso: che fa a’ filologi maraviglia i Zoroasti essere stati tanti quanti Giovi, quanti Ercoli. Lo che ne dá motivo di credere che Zoroaste agli asiani fu un nome comune di tutti i fondatori delle loro nazioni (e se ne scioglie quel gran dubbio che gli travaglia: se i caldei fossero stati particolari filosofi o intiere famiglie o un ordine o setta di sappienti o una nazione), e che agli orientali questa voce «caldei» restò a significare «eruditi». Le quali tradizioni si ritruovano tutte vere sopra questi princípi: perché da prima i caldei furono particolari padri che con la magia volgare fondarono le famiglie d’indovini, come le famiglie degli aruspici si conservarono fino a’ tempi de’ Cesari nella Toscana; le quali famiglie poi si unirono in ordini regnanti delle cittá, un de’ quali poi in Assiria si propagò in una nazione regnante sopra altri popoli, onde si fondò il primo regno d’Assiria nella gente caldea, e ne restò «caldeo» per «erudito», come, ne’ tempi barbari a noi vicini, in Italia «padovano» per «letterato».Capo lix
Idea di una cronologia ragionata
de’ tempi oscuro e favoloso.
[211] Ma tutto ciò ne dispera di ritruovar certi tempi da determinare il lunghissimo tratto che vi corse, per lo quale le nazioni dalla volgare astronomia vennero alla riposta, dalla quale unicamente si ha la certezza della cronologia. Quindi deonsi andare a ritruovare i tempi delle cose oscure e favolose dentro
la nostra umana mente con essa serie delle medesime umane necessitá o utilitá, condotta sopra le sètte de’ tempi e sopra certi incominciamenti de’ costumi di esse nazioni, cosí da’ loro siti in riguardo generalmente alla natura de’ paesi, e spezialmente alla Mesopotamia, dalla quale son tutte uscite, come da’ governi delle medesime secondo i loro costumi, perché si determini da quando dovettero esse incominciare, conducendoci fino alle nazioni presenti d’ultima discoverta. Come, per esemplo che da un quattromila anni e non piú innanzi abbia cominciato la nazione chinese, che penuria ancora di voci articolate, delle quali non ha piú che da un trecento e scrive per geroglifici; lo che essi devono al recinto de’ monti inaccessibili e al gran muro con che essi si chiusero alle straniere nazioni; — ma da un tremila anni la giapponese, gente anco feroce e che nell’aria del parlare somiglia tutta alla latina; — da un mille e cinquecento quella degli americani, nel tempo della loro discoverta ritruovati governarsi con terribili religioni nello stato ancora delle famiglie; — e quivi da un mille anni incominciata quella de’ giganti nel piè dell’America, i quali appruovano che dal Settentrione di Europa vi fossero portati per tempesta uomini con donne, e verisimilmente dalla Groellanda, come pur dicono.Capo lx
Scoverta di nuove spezie di anacronismi
e di altri princípi di emendargli.
[212] Per rinvenire poi il progresso per lo tempo oscuro e favoloso sino allo storico certo tra’ greci, perché di nulla ci possono soccorrere le successioni, che i cronologi tanto minutamente ci descrivono, dei re di Grecia del tempo oscuro e favoloso — a cagion di ciò che pur avvertí Tucidide sugl’incominciamenti della suaStoria: che ne’ primi tempi della Grecia
i regni erano incostantissimi e che i re tuttogiorno si cacciavano di sedia l’un l’altro, come è facile rincontrarne il costume de’ re e de’ regni narratici dalle barbare ultime delle nazioni di Europa — per sí fatte dubbiezze si pongono certi naturali princípi di emendare gli anacronismi delle favole, che tutti si riducono a cinque spezie.[213] La prima di fatti avvenuti in tempi divisi, narratici in un tempo istesso. Come Orfeo fonda la nazion greca, e si ritruova compagno di Giasone nella spedizione di Ponto, dove pur convengono Castore e Polluce, fratelli d’Elena, per lo cui rapimento, fatto da Paride, avviene la guerra troiana: talché in una stessa etá di uomo i greci, da selvaggi e fieri, quali Orfeo gli truovò, vengono in tanto lustro e splendore di nazione che fanno tanto rinomate spedizioni marittime quanto fu la troiana. I quali fatti, combinati, è affatto impossibile alla mente umana d’intendere.
[214] La seconda spezie d’anacronismi è di fatti avvenuti in uno stesso tempo che sono rapportati in tempi lontanissimi tra di loro. Come Giove rapisce Europa cinquecento anni innanzi che Minosse, primo corseggiatore dell’Egeo, impone la crudel pena agli ateniesi di consegnargli ogni anno i garzoni e le donzelle da divorarsi dal suo minotauro: che pur altri han voluto essere una nave da corso di Minosse, con cui corseggiavano i cretesi l’Arcipelago, il quale per gli molti anfratti delle sue isole si è ritruovato da noi essere il primo labirinto. Quando l’una e l’altra favola sono istoria de’ corseggi di Grecia, i quali non avvennero se non dopo fondate dentro terra le nazioni, per uno spavento che lungo tempo tutte ebbero del mare, come cel conferma della sua greca apertamente Tucidide, e gli ultimi ritruovati dalle nazioni sono la navale e la nautica.
[215] La terza spezie è di tempi narrati come vacui di fatti, i quali ne furon pienissimi. Come tutto il tempo oscuro di Grecia, nel quale, come si vedrá appresso, si devono rifonder tutte le storie greche, politiche o civili conservate da’ greci in tutte le loro favole degli dèi ed in buona e gran parte di quelle de’ loro eroi. Ché certamente sbalordisce chiunque vi rifletta
sopra, non per ricordarsi da filologo, ma per intendere da filosofo, che, dopo regni in Grecia fondati, reali discendenze descritte, reami per guerre passati da altre in altre case, venga Orfeo e col suo liuto addimestichi gli uomini selvaggi di Grecia e vi fondi la greca nazione.[216] La quarta è di tempi narratici pieni di fatti, de’ quali devono esser vuoti. Come il tempo eroico, che corre a’ greci per gli cronologi dugento anni, il quale o deve correre cinquecento, o trecento anni di esso si devono restituire al tempo oscuro, per l’anzi fatta difficultá di Orfeo, fondatore della greca nazione, ritruovato sincrono e contemporaneo della guerra troiana.
[217] La quinta ed ultima spezie finalmente è di quelli che volgarmente si dicono «anacronismi», in significazione di «tempi prevertiti».
[218] E si pongono come dodici minute epoche o punti fissi d’istoria i dodici dèi delle genti maggiori, stabiliti con una teogonia naturale, della quale appresso si dará un saggio, e in queste epoche si dánno i tempi loro alle antichissime cose civili della Grecia, le quali certamente dovettero nascere innanzi a quelle delle guerre.
Capo lxi
Nuovi princípi storici della geografia.
[219] Siccome non ci ha soccorso per la nostra istoria universale la cronologia ordinaria, sopra la quale con incomparabile erudizione han travagliato i Petavi e gli Scaligeri, cosí ci abbandona l’usata geografia. Perché, siccome gli uomini universalmente delle cose nuove e non conosciute giudicano e si spiegano con idee e voci da essoloro conosciute ed usate, cosí, per questa propietá della mente umana, dovettero fare l’intere nazioni.
[220] Certamente si ha da’ latini che il Lazio e l’Italia sul principio furono dentro assai piú brievi confini di quelli ne’ quali
poi, essendosi spiegati piú e piú il diritto latino ed italico, si distesero in questa ampiezza di confini ne’ quali ci sono rimasti. Lo stesso avvenne del mar Toscano (nella qual cosa noi ci ammendiamo di ciò che abbiamo scritto altrove), che dovette essere la maremma di Toscana sola nel suo principio; ma con l’istesso nome poi i romani ne spiegarono l’idea dalle radici dell’Alpi, oggi Nizza di Provenza, come il descrive Livio, sino allo stretto siciliano, oggi detto di Messina, e sí restò detto in geografia. Alla stessa fatta, i greci, da’ quali abbiamo tutto ciò che abbiamo delle antiche nazioni gentili, dovettero con le loro prime natie idee e parlari ragionare delle cose straniere ne’ tempi primi che non vi erano interpreti né correva tra essoloro alcuna comunicazione di lingue: talché dalla somiglianza de’ siti delle terre in riguardo del mondo, dovettero appellarle con le voci delle terre greche di simiglianti siti a riguardo della loro Grecia.[221] Qui si vanno a ritruovare nuovi princípi storici della geografia, per gli quali si difende Omero da un gran numero di errori, che in sí fatta scienza finora a torto gli sono stati imputati, e si fa piú ragionevole la geografia poetica sopra una a’ poeti convenevole cosmografia. Che il primo Olimpo fu il monte sopra la cui cima e per lo cui dorso Omero sempre descrive le case de’ suoi dèi. Il primo Oceano fu ogni mare interminato agli occhi, onde si può vedere la notte sempre sul mare la cinosura, che dovettero i greci aver appreso da’ fenici, i quali a’ tempi di Omero giá praticavano per le marine di Grecia. Come egli descrive l’isola Eolia circondata dall’Oceano, cosí si truovò acconcia la voce «Oceano» a significare il mare che abbraccia tutta la terra, che dopo piú migliaia di anni scoversero finalmente i nostri viaggiatori. Quindi la prima Tracia, la prima Mauritania, la prima India, la prima Esperia furono il Settentrione, il Mezzodí, l’Oriente e l’Occidente d’essa Grecia: onde Orfeo trace è pur famoso eroe della Grecia; all’opposto Perseo, pur famoso eroe greco, fa tutte le sue chiare imprese in Mauritania (cioè nel Peloponneso, il quale pure ci è rimasto detto Morea), della quale Erodoto non seppe che
erano i suoi greci, il quale narra che i mori di Affrica furono un tempo e bianchi e belli.[222] In questa Mauritania greca dovette essere il monte Atlante, che poi vi restò detto in accorcio Ato, posto tra la Macedonia e la Tracia, che Serse poi perforò; e pure in essa Tracia un fiume con simil nome di Atlante ne restò a’ greci. Tal monte, perché per la sua altezza parve sostenere il cielo, agli uomini fanciulli di Grecia fu detto «colonna del cielo»; e quel sistema mondano fu tramandato ad Omero: che ’l cielo si sostenesse sopra sí fatte colonne; appunto come Maometto, per la stessa rozzezza d’idee de’ suoi arabi, il lasciò da credere a’ turchi. Onde nell’etá d’Omero il piú alto del cielo era la cima del monte Olimpo, sopra cui esso sempre narra allogati i suoi dèi e camminare sopra un solaio pendente da sí fatte colonne, come una volta il fa dire da Teti ad Achille che Giove con gli altri dèi da Olimpo era andato a banchettare in Atlante. Quindi i greci, quando poi videro lo stretto di Gibilterra fra due alti monti, Abila e Calpe — perché osservarono cosí l’Europa divisa dall’Affrica da picciolo stretto di mare com’era nel mondo di Grecia l’Attica dal Peloponneso se non per un collo di terra somigliante, sopra cui si erge il monte Ato, onde Serse il forò — sopra questa simiglianza de’ siti spiegarono naturalmente le loro idee, e con l’idee stesero le loro prime voci, come generalmente nel seguente capo si mostrerá, e dissero «Esperia» la Spagna dall’Esperia di Attica e «Mauritania» tal parte d’Affrica dalla loro Mauritania greca, oggi pur detta Morea, e ’l monte Abila e Calpe dovettero appellare Atlante, diviso in due «colonne» che poi si dissero «di Ercole» che successe ad Atlante nel peso di sostenere il cielo: di sostenere la religione con un’altra spezie di divinazione, che or qui diremo.
[223] Perché in questa Mauritania greca dovette essere alcun primo fondatore di greco popolo, principe dell’astronomia volgare de’ greci: come certamente gli efori di Sparta, capitale del Peloponneso, indovinavano dal traggitto delle stelle cadenti la notte (che furono i Zoroasti agli orientali). Perché Atlante fece
egli pure le sue figliuole Esperidi nella Grecia, e nel peso dell’Olimpo, che aveva portato sulle spalle, lasciò Ercole successore, eroe massimo incontrastato di Grecia, la cui razza senza dubbio regnò in Isparta; né ci fu mai Ercole spiegato da’ mitologi che avesse perpetuato alcuna scuola di sapienza riposta de’ suoi piú antichi. Ma la spezie d’indovinare degli efori ci dá grave motivo di credere che nel Peloponneso venne alcuna colonia d’Oriente, come da Pelope frigio certamente ebbe il nome di Peloponneso, che vi portò questa sorta d’indovinare propia degli orientali, perché tutti gli altri greci indovinavano dalla folgore e dal tuono, con la sola differenza da’ latini: che le parti destre a quelli erano a questi sinistre, e le sinistre al contrario. E cosí Ercole, della cui razza furono i nobili spartani che ne serbarono il patronimico di «Eraclidi», succedé ad Atlante nel peso di sostenere gli dèi della loro nazione. Però non vi provennero astronomi riposti, perché gli spartani furono da Ligurgo, come ognun sa, proibiti di saper di lettera. E, in cotal guisa, Zoroaste, che dovette essere il panfilio, confinante con la Frigia, di cui fu Pelope, venne a insegnare Atlante in sua propia casa nella Tracia; né Orfeo ebbe bisogno di andare fino a Marocco per apprendere da Atlante l’astronomia.[224] Con questi istessi princípi può, anzi dee, Bacco aver domato l’India dentro la Grecia medesima, per le difficultá che sopra vedemmo di aver potuto venir Pittagora da Cotrone in Roma a’ tempi di Servio Tullio e di non saper i tarantini che i romani erano in Italia. Cosí Ercole riporta le poma d’oro da Esperia greca, che dovett’essere la prima a’ greci quella parte occidentale d’Attica, dentro la cui quarta parte del cielo sorge loro la stella Espero: onde poi, conosciuta l’Italia, la dissero «Esperia magna» a riguardo della «Esperia parva» (perché era una picciola parte di Grecia l’occidente dell’Attica), ed «Esperia magna» per l’«Italia» restò a’ poeti. Poi, conosciuta la Spagna, la dissero «Esperia ultima», la quale cosí restò detta. Alla stessa fatta, la prima Europa dovette essere essa Grecia a riguardo dell’Asia. Cosí la prima Ionia dovette essere questa parte di Grecia occidentale, di cui ci è
pur restato detto il mare Ionio; e l’Asia che or si dice «minore» dovette essere la Ionia seconda, parte occidentale di Grecia a riguardo dell’Asia maggiore, che restò detta «Asia» assolutamente. Onde si fa verisimile che i greci avessero prima conosciuto l’Italia che l’Asia, e che Pittagora da questa Ionia occidentale vi avesse traggittato.Capo lxii
Si scuopre il gran principio della propagazione
delle nazioni.
[225] Con questi princípi di cronologia e di geografia si medita nel grande oscurissimo principio della propagazione delle nazioni e dell’origine delle lingue, sopra le quali cose Volfango Lazio lavorò due ben grandi volumi, co’ quali non ci dá nulla piú di certo per la certa origine e perpetuitá della storia. Noi, come le parole van di séguito alle cose, nel libro seguente ragioneremo dell’origine delle lingue. In questo tratteremo della propagazione delle nazioni per queste quattro veritá meditate sopra l’umana natura: che gli uomini si riducono ad abbandonare le propie terre da una di queste quattro cagioni, secondo quest’ordine delle umane necessitá o utilitá, l’una succedente all’altra. Prima, da una assoluta necessitá di campar la vita; seconda, da una difficultá insuperabile di poterlavi sostentare; terza, da una grande ingordigia di arricchire co’ traffichi; quarta, da una grande ambizione di conservare gli acquisti.
Capo lxiii
Si scuopre il principio delle colonie
e del diritto romano, latino, italico e delle provincie.
[226] Ma la natura dell’autoritá, con la quale i primi fondatori delle cittá dicevano a’ ricoverati essere propie loro quelle terre ove avevano quelli ritruovato l’asilo — per la quale Romolo
sopra il diritto eroico del nodo aveva fondato la sua con le clientele e con la quale i romani, come si è dimostro qui sopra, regolarono in casa tutte le pubbliche e private cose e, in conseguenza, dovettero anche regolarle fuori nelle conquiste — perché ella, sconosciuta finora nella legge delleXII Tavole, come ci ha per tanto tempo nascosto la propagazione della gente romana con distendere il diritto romano nel Lazio, nell’Italia, nelle provincie (che è pure il diritto delle genti per lo quale Plutarco afferma il popolo romano esser divenuto signore delle nazioni), cosí ella ci ha seppolto la fiaccola di queste cose d’istoria certa per riconoscere nell’oscura e favolosa il vero della propagazione del genere umano dall’Oriente per lo rimanente del mondo, che è giaciuto finora dentro l’ombre e le favole della piú deplorata antichitá.[227] Imperciocché i romani da principio, convenevolmente alla fierezza de’ primi tempi, rovinavano le vicine vinte cittá e menavano in Roma i popoli soggiogati nel numero della plebe. Che ben avvertí Livio con quel motto: «Crescit interea Roma Albae ruinis»: talché Alba, per esemplo, fu «prope victa» e gli albani vennero nel numero de’ primi soci romani, come i soci degli eroi, quali vedemmo sopra Antinoo d’Ulisse, Miseno di Enea.
[228] Poi, cresciuta Roma e di campo e di plebe, ed essa utilitá frattanto mitigando la barbarie, lasciavano in piedi le cittá vinte dentro esso Lazio piú lontane, arrese con la formola araldica di Tarquinio Prisco (con la quale appunto ne’ tempi eroici di Grecia, vinto Pterela, re de’ teleboi, rende la cittá ad Anfitrione nella di lui tragicommedia appresso Plauto), perché gli arresi l’abitassero da veri e propi coloni. E queste colonie furono le prime provincie romane, le prime «procul victae» dentro il Lazio medesimo, come pure l’avvertí Floro. Qual fu, per esemplo, Corioli, dalla cui gente, ridotta in provincia, Marcio fu detto Coriolano; alla fatta che gli due Scipioni poi, per cagion pure d’esemplo, dall’Affrica distrutta e dall’Asia soggiogata furono appellati «asiatico» ed «affricano».
[229] Quindi, domato tutto il Lazio, la prima provincia fu l’Italia, e il Lazio fu distinto sopra l’Italia in civil ragione privata.
[230] Appresso, stese le conquiste oltra l’Italia e ’l mare, le nazioni poste fuori l’Italia furono le provincie, quali restarono, sopra le quali in civil ragione privata fu distinta l’Italia. Talché quelli del Lazio, co’ municípi, divennero come un ordine di cavallieri, prossimi a passare co’ meriti nell’ordine senatorio per prendervi le cariche pubbliche; quei dell’Italia divennero come una plebe romana dopo la legge delleXII Tavole, capaci del diritto civil romano privato de’ campi del fondo italico; quei delle provincie mansuete divennero come la plebe romana a’ tempi di Servio Tullio, che avevano il dominio naturale de’ campi, di che pagavano a’ romani o vettigale o stipendio o tributo in luogo del primo censo; quei delle provincie feroci divennero la plebe romana a’ tempi di Romolo, con mandar tra essoloro le colonie romane ultime, ridotti i provinciali a sostentarsi ne’ campi, non piú loro, con le loro fatighe, o alla fatta de’ coloni antichi latini, che furono gli arresi secondo la formola araldica di Tarquinio Prisco, ovvero di coloni deditizi, quali furono i ricevuti nell’asilo di Romolo.
[231] In tal guisa sulle clientele di Romolo e le due agrarie — la prima di Tullio, la seconda della legge delleXII Tavole — il diritto della gente romana sopra le nazioni vinte si propagò, distendendo sopra le conquiste il suo celebre «ius nexi mancipiique», per lo quale i fondi a’ provinciali restarono detti «nec mancipi», perché con le vittorie eran fatti mancípi de’ romani. E col diritto del nodo, rilasciato prima al Lazio, dipoi all’Italia, finalmente da Antonino Pio a tutte le provincie, con donare successivamente loro la cittadinanza, tratto tratto tutto il mondo romano divenne Roma; e, come fu l’ultima la legge Petelia che lo sciolse tra’ romani in casa, cosí Giustiniano, che tolse la differenza delle cose «mancipi» e «nec mancipi», nelle provincie fu l’ultimo a sciôrlo fuori.
[232] Per le quali cose, tutte per lo addietro dissipate, ora sopra tre veritá civili composte in sistema, sembra da qui innanzi sopra questi princípi doversi comporre tutto ciò che del diritto de’ cittadini romani, delle colonie, de’ municípi, del diritto latino, italico e delle provincie raccolse il gran Carlo Sigonio, prima fiaccola della romana erudizione, e gli altri che ne hanno dopo lui scritto.
Capo lxiv
Scoverta la guisa delle colonie eroiche oltramarine.
[233] Per queste istesse cose dette della propagazione della gente romana s’intende la propagazione del gener umano con due spezie di colonie eroiche oltramarine, entrambe di moltitudine di uomini con certi loro capi vinti o premuti da contrarie fazioni in eroiche turbolenze per cagion del diritto del nodo. La prima cagione: perché la moltitudine non potesse nelle terre native sostentare la vita con le camperecce fatighe. La seconda cagione: perché le plebi fossero strapazzate da’ nobili fino all’anima, come certamente la storia romana antica ci ha qui sopra fatto conoscere della plebe di Roma.
[234] Queste contese eroiche sí della prima come della seconda spezie, al riferire di Piero Cuneo nellaRepubblica degli ebrei, avvennero spesse tra’ sacerdoti e villani d’Egitto, e sempre con la peggio de’ villani, i quali, per fuggire l’ira de’ vincitori, o dalla parte di terra si spinsero dentro l’Affrica, o da quella di mare si gittarono sulle zattare del Nilo e, disperati, si commisero alla fortuna di ritruovar nuove terre. E qui si dimostra la veritá della storia sagra circa questo importantissimo punto: che ’l popolo ebreo non fu giá ella gente natia uscita da Egitto, ma popolo propio di Dio fatto schiavo dagli egizi, poiché, come piú giuso dimostrerassi, l’Egitto a quel tempo era giá passato sotto monarchi e, ’n conseguenza, quando giá era svanito il diritto eroico de’ sacerdoti. Lo stesso che delle turbolenze eroiche de’ villani e sacerdoti di Egitto ha a dirsi de’ fenici e dell’altre nazioni dell’Asia. E per queste cagioni si ritruovano le colonie della seconda spezie menate dagli egizi, da’ fenici, da’ frigi in Grecia; e, dentro il secolo degli eroi di Grecia, le colonie greche da’ greci orientali, cioè dagli attici ed eoli, menate nella piú vicina e piú esposta Ionia, ovverosia Asia minore e, poco dopo questi tempi, le colonie greche da’
greci occidentali menate nelle piú vicine e piú esposte parti, cioè l’orientali di Sicilia e d’Italia.[235] Appruova sí fatte colonie la natura de’ paesi dove esse furono menate. Perché l’asprezza, per esemplo, e la sterilitá dell’Attica dá motivo a Strabone di estimare gli ateniesi esser natii di Grecia e che l’attico sia uno de’ primi greci dialetti, per questa istessa cagione che ’l paese non poteva invitare stranieri ad abitarvi: il qual giudizio di Strabone conviene con quello che gli egizi vi fossero stati portati da necessitá di salvarsi. La Magna Grecia non è il piú abbondante né ’l piú ameno paese d’Italia, come il di lei oriente non lo è di Sicilia. Al contrario, i famosi porti di Atene, di Siracusa, di Brindisi dimostrano che queste colonie vi furono dalla fortuna col vento portate. Quivi si mostra ad evidenza un comune error de’ cronologi, che pongono le colonie de’ greci in Sicilia ed in Italia da trecencinquanta anni dopo, cioè a’ tempi di Numa.
[236] Di altra spezie si ritruovano le colonie de’ fenici sparse per gli liti del Mediterraneo, perfino in Cadice, per cagion di traffichi, quali ora sono quelle de’ nostri europei ne’ liti dell’Oceano e nell’Indie. Le quali comunicavano con Tiro, lor capitale, la quale cittá, innanzi al tempo degli eroi di Grecia, è posta da’ cronologi giá, da dentro terra, traspiantata sul lido del mar Fenicio, ed è molto celebre per la navigazione e per le colonie. Ed essendo sparsa da per tutte le antiche nazioni una superstizione di non abitare sui lidi del mare — del qual costume delle prime genti vi hanno bellissimi luoghi nell’Odissea: che, dovunque Ulisse o approda o è da tempesta portato, monta alcun poggio per veder dentro terra fumo che significassegli esservi uomini (il qual costume tra gli stessi suoi antichi greci riconobbe Tucidide nel principio della suaStoria, e ne rifonde la cagione nel timor de’ corseggi), — perciò i fenici, ove truovavano contrade marittime utili per gli traffichi, vi dovettero portare le loro colonie, tra le quali di tutto il mare Interno, dovettero essere le maremme d’Italia da quella di Toscana insino allo stretto di Sicilia. Onde il Giambullari, quantunque nelle cagioni egli siegua il comune errore, pruova però negli effetti
l’origine della favella toscana, e nel suo corpo e nell’aria ed in uno sformato numero di voci, esser aramia o sia provenuta dalla Siria.[237] Cosí egli si può far verisimile che capi di picciole brigate, con pochi battelli, senza forza d’armi (come menarono le loro ultime i romani), senza inondazioni di nazioni intiere (come i barbari usciti dalla Scandinavia), per lo non tentato innanzi Mediterraneo (che a quelli dovette essere quale ora a’ nostri europei è l’Oceano), avessero traggittato le nazioni, di Egitto e di Asia, ne’ lidi del mar Interno: onde le lingue greca, latina, italiana debbono alle orientali assai molte delle loro origini.
[238] Certamente i fenici ne menarono una dove poi fu Cartagine, perché videro quel lido comodo per gli traffichi da quella parte del loro mondo, e la lingua cartaginese ritenne moltissimo della sua orientale origine, che da essa Fenicia fu detta «punica», e i cartaginesi ne crebbero in potenza coi traffichi del mare. Quindi si difende Virgilio, il quale si ritruova dottissimo, quanto altri giammai pensar possa, dell’eroiche antichitá, che finse Didone fenicia, premuta dalla fazion del cognato, esservisi portata co’ suoi clienti ed avervi fondata Cartagine innanzi la guerra troiana.
[239] Come pur certamente in Napoli fu adorato il dio Mitra, il qual è vero essere stato il sole a’ persiani (Strabone, libroxv); ma «mithriaca sacra» apertamente Lampridio nelCommodo dice essersi fatti ad Osiri, dio senza contrasto degli egizi, ove Casaubuono li pone insieme con quelli d’Iside, pure indubitata deitá egiziana. Ma i persiani non traggittarono colonie per mare giammai, e gli egizi in questi tempi ebbero superstizione di navigare. Onde resta che i tiri, con una loro colonia, l’abbiano in Napoli traggittati. E la fondatrice [di Napoli] fu detta Sirena, che deve la sua origine senza contrasto alla voce «sir», che vuol dire «cantico» ovvero «canzone» (la quale istessa voce «sir» diede il nome a essa Siria), e poi da’ greci fu detta Partenope. Perciò si dimostra che non mai Virgilio credette Cuma fondata da’ calcidesi, per quello stesso che la chiama
«euboica»: perché l’arebbe detta «abantica» da essi calcidesi, i quali Omero chiama abanti sempre, eubei non mai; ma la disse «euboica» dalla sibilla, da una cui simile donna indovina Plinio riferisce essere stata detta Eubea l’isola di Negroponte.[240] Quindi si ritruova l’antichitá delle maremme d’Italia molto piú avanzata di quelle di Grecia, perché a’ tempi della guerra troiana qui truova Ulisse a’ lidi del mare le Circi che co’ piaceri de’ sensi cangiano gli uomini in porci, e le sirene che con la melodia del canto allettano i passaggieri e gli uccidono; che son gli ultimi costumi delle nazioni: mentre la Grecia era ancor severa con gli Achilli, che non vogliono mogli, quantunque grandi regine, perché straniere; severa con gli Ulissi, che impiccano i proci. Perciò si dimostra che ’l sapere d’Italia è assai piú antico del sapere di essa Grecia: perché, mentre qui Pittagora insegna le piú riposte veritá metafisiche, matematiche, fisiche intorno al sistema mondano (ci piace ora, co’ volgari cronologi, porlo a’ tempi di Numa); in essa Grecia ancora avevano a provenire i sette sappienti, che incominciarono da cento anni dopo, de’ quali uno, Talete milesio, fu il primo fisico, che pose un assai grossolano principio in natura: l’acqua.
Capo lxv
Scoverta del primo principio di questa scienza.
[241] Finalmente si truova essere state da per tutto prima le nazioni mediterranee, poi le marittime, che riconosce pur vero Tucidide. Ed investigando nelle cagioni, si medita nel piú gran principio dell’umanitá gentilesca (per la cui ricerca preposimo al libro primo quel motto: «Ignari hominumque locorumque erramus»), con rinvenire tal guisa: che dalla Mesopotamia, che è la terra piú mediterranea di tutto l’universo abitabile e, ’n conseguenza, la piú antica di tutte le nazioni
del mondo — da dugento anni innanzi che avvenne la confusione delle lingue in Babillonia, le razze empie di Cam e Giafet, incominciando a penetrare la gran selva della terra per ritruovar pabolo o acqua o per campare dalle fiere; — e per lo terror delle fiere dividendosi gli uomini dalle donne e le madri da’ lor figliuoli, senza certe vie da potersi rinvenire; — e rimasti i fanciulli tutti soli, senza udir voce umana, nonché apprendere uman costume; — vi si dispersero dentro da per tutto in una bestial libertá e, per le cagioni molto maggiori di quelle che arrecano Cesare e Tacito della gigantesca statura degli antichi germani, vi crebbero giganti; e poi, ricevutisi alle religioni, si fondarono le loro lingue natie. E ’l tutto si riduce all’antichitá della religione del vero Dio creatore di Adamo, la cui pia generazione, innanzi e dopo il Diluvio, abitò la Mesopotamia.Capo lxvi
Princípi della sapienza riposta scoverti dentro quelli
della sapienza volgare.
[242] Altronde la meditazione sopra i popoli finalmente condottisi alla setta de’ tempi umani colla naturale equitá delle leggi diede unicamente motivo a nascere tra loro i filosofi che meditassero nel vero delle cose, perché a’ romani giureconsulti restarono quelle formole, diverse nel suono delle parole ma una cosa stessa nel sentimento, «verum est» ed «aequum est». Quindi tra’ romani, dopo spiegata tutta la libertá, che celebra la naturale equitá delle leggi, entrarono le filosofie. Sparta, col suo governo eroico, bandí ogni sapienza riposta. Atene libera fu la madre delle scienze e dell’arti della piú colta umanitá e vi cominciarono i filosofi da Solone, principe de’ sette sappienti di Grecia, che ordinò la libertá ateniese con le sue leggi e lasciò quel motto, pieno di tanta civile utilitá: Γνῶθι/ σεαυτόν, «Nosce te ipsum», che fu scritto sopra gli architravi de’
templi e proposto come una vera divinitá, la quale, assai meglio che i vani auspíci, avvisava gli ateniesi a riflettere nella natura della loro mente, per la quale ravvisassero l’ugualitá dell’umana ragione in tutti, che è la vera ed eterna natura umana, onde tutti s’uguagliassero nella ragione delle civili utilitá, che è la forma eterna di tutte le repubbliche.Capo lxvii
Idea d’una storia civile delle invenzioni delle scienze,
delle discipline e dell’arti.
[243] Cosí, a quella stessa fatta appunto, dalle riflessioni politiche sulle leggi de’ tempi umani cominciò a spiccare la metafisica, come, con l’occasione delle spesse osservazioni del cielo la notte per osservare le stelle cadenti, dalle religioni era innanzi cominciata a dirozzarsi l’astronomia. Sopra i quali sí fatti princípi può tessersi una storia civile delle scienze, delle discipline e dell’arti, nate all’occasione delle communi necessitá o utilitá de’ popoli, senza le quali esse non sarebbono giammai nate.
[244] Come la scienza delle grandezze scese da quelle del cielo a queste della terra, dalla quale poi conservò il suo nome la geometria, che nacque tra gli egizi per le inondazioni del Nilo, che dileguavano i termini de’ campi. La geografia nacque da’ fenici per l’accertamento della nautica. E quantunque la medicina prima di tutte dovette nascere botanica — perché i primi uomini di Obbes, di Grozio, di Pufendorfio, tutti senso e quasi niuna riflessione, dovevano avere un senso fine, poco men che di bestie, per distinguere le piante utili a’ loro malori — però la notomia nacque con la spessa osservazione degli aruspici sull’entragne delle vittime; e l’aruspicina fu certamente celebre in Italia da’ toscani, e, quantunque non se ne abbia nessun vestigio in Omero, però Suida pur riferisce un certo Telegono averla portata tra’ greci. Sulla notomia egli è certo che regge
la cirurgia. Fuori d’ogni dubbio la medicina osservatrice, di cui fu poscia principe l’istesso che fu di tutti i medici, Ippocrate, nacque ne’ templi, dove gli ammalati, guariti, appendevano agli dèi le storie de’ loro malori. E tutto ciò, in ordine alla dimostrazione della provvedenza: che, se non vi fossero state le religioni, non sarebbono stati affatto nel mondo filosofi.[245] Cosí θεωρήματα, che furono da prima le cose divine della vana scienza della divinazione, terminarono nelle cognizioni eterne della mente e del vero in metafisica; e μαθήματα, che furono da prima cose sublimi in poesia, cioè le favole delle divinitá corpolente, terminarono in cognizioni astratte in matematica per intendere le misure eterne de’ corpi o sia delle utilitá de’ corpi, e quindi le due proporzioni aritmetica e geometrica che le misurino con giustizia. E la contemplazione del cielo, onde provennero gemelle l’idolatria e la divinazione — la quale pur da’ latini fu dettaa «templis caeli», che erano le regioni del cielo disegnate dagli áuguri a fin di prendere gli augúri, appunto come da «schur», «contemplari» furono detti i Zoroasti, — terminò nella contemplazione della universale natura; e quel Giove, che da’ giganti, con la massima poetica sublimitá, fu creduto la volontá del cielo, che cenna con le folgori, parla co’ tuoni, avvisa e comanda per le sue aquile, terminò da’ filosofi in una mente infinita che detta un giusto eterno agli uomini.
[246] Che è tutta la comprensione di questo libro, sopra, nell’Idea di quest’opera, tutto, come in una somma, compreso in quel motto: «Iura a diis posita», e, per questi princípi che riguardano l’idee, è una principal parte di questa Scienza, che noi proponemmo nell’Idea tutta chiusa in quel motto: «A Iove principium musae». L’altra parte principale, dintorno a’ princípi che riguardano le lingue, che comprendemmo sopra, nell’Idea, col motto «Fas gentium», o sia favella immutabile delle nazioni, dimostrerassi nel libro seguente.
Capo lxviii
Si determina il punto eterno dello stato perfetto
delle nazioni.
[247] In cotal guisa dalla sapienza volgare, che è la scienza delle divine cose delle religioni ed umane delle leggi, uscí la sapienza riposta delle divine cose metafisiche, delle veritá matematiche e de’ princípi della fisica, e delle cose umane che si trattano dalle morali, iconomiche e civili filosofie, per le quali i buoni filosofi studiarono, tutti egualmente, formare, per massime di eterne veritá, quella mente di eroe che ’l popolo ateniese spiegava nell’adunanze col senso comune della pubblica utilitá, onde comandava le leggi giuste, che altro non sono che mente di legislatori scevra d’affetti o di passioni. E qui si determina l’ἀχμή, o sia lo stato perfetto delle nazioni, che si gode quando le scienze, le discipline e le arti, siccome tutte hanno l’essere dalle religioni e dalle leggi, tutte servono alle leggi e alle religioni. Talché, quando elleno o fanno diversamente da ciò, come gli epicurei e gli stoici, o con indifferenza a ciò, come gli scettici, o contro di ciò, come gli atei, le nazioni vanno a cadere e a perdere le propie religioni dominanti e, con esse, le propie leggi; e, poiché non valsero a difendere le propie religioni e leggi, vanno a perdere le propie armi, le propie lingue; e, con la perdita di queste loro propietá, vanno a sperdere quell’altra de’ propi nomi dentro quelli delle nazioni dominanti; e per tutto ciò, sperimentate naturalmente incapaci a governare esse se stesse, vanno a perdere i propi governi. E sí, per legge eterna della provvedenza, la quale [le] vuol in ogni conto conservare, ricorre il diritto naturale delle genti eroiche, per lo quale tra’ deboli e forti non vi ha egualitá di ragione.

