Libro Primo. Necessitá del fine e difficultá de’ mezzi di ritruovare una nuova scienza
Capo i
Motivi di meditare quest’opera.
[8] Il diritto naturale delle nazioni egli è certamente nato coi comuni costumi delle medesime; né alcuna giammai al mondo fu nazion d’atei, perché tutte incominciarono da una qualche religione. E le religioni tutte ebbero gittate le loro radici in quel desiderio che hanno naturalmente tutti gli uomini di vivere eternalmente; il qual comun desiderio della natura umana esce da un senso comune, nascosto nel fondo dell’umana mente, che gli animi umani sono immortali; il qual senso, quanto è riposto nella cagione, tanto palese produce quello effetto: che, negli estremi malori di morte, desideriamo esservi una forza superiore alla natura per superargli, la quale unicamente è da ritruovarsi in un Dio che non sia essa natura ma ad essa natura superiore, cioè una mente infinita ed eterna; dal qual Dio gli uomini diviando, essi sono curiosi dell’avvenire.
[9] Tal curiositá, per natura vietata, perché di cosa propia di un Dio mente infinita ed eterna, diede la spinta alla caduta de’ due príncipi del genere umano: per lo che Iddio fondò la vera religione agli ebrei sopra il culto della sua provvedenza infinita ed eterna, per quello stesso che, in pena di avere i suoi primi autori desiderato di saper l’avvenire, condannò tutta la umana generazione a fatiche, dolori e morte. Quindi le false religioni tutte sursero sopra l’idolatria, o sia culto di deitadi fantasticate sulla falsa credulitá d’esser corpi forniti di forze superiori alla natura, che soccorrano gli uomini ne’ loro estremi
malori; e l’idolatria [è] nata ad un parto con la divinazione, o sia vana scienza dell’avvenire, a certi avvisi sensibili, creduti esser mandati agli uomini dagli dèi. Sí fatta vana scienza, dalla quale dovette incominciare la sapienza volgare di tutte le nazioni gentili, nasconde però due gran princípi di vero: uno, che vi sia provvedenza divina che governi le cose umane; l’altro, che negli uomini sia libertá d’arbitrio, per lo quale, se vogliono e vi si adoperano, possono schivare ciò che, senza provvederlo, altramenti loro appartenerebbe. Dalla qual seconda veritá viene di séguito che gli uomini abbiano elezione di vivere con giustizia; il quale comun senso è comprovato da questo comun desiderio che naturalmente hanno delle leggi, ove essi non sien tócchi da passione di alcun propio interesse di non volerle.[10] Questa, e non altra, certamente è l’umanitá, la quale sempre e dapertutto resse le sue pratiche sopra questi tre sensi comuni del genere umano: primo, che vi sia provvedenza; secondo, che si facciano certi figliuoli con certe donne, con le quali siano almeno i princípi d’una religion civile comuni, perché da’ padri e dalle madri, con uno spirito, i figliuoli si educhino in conformitá delle leggi e delle religioni tra le quali sono essi nati; terzo, che si seppelliscano i morti. Onde non solo non fu al mondo nazion d’atei, ma nemmeno alcuna nella quale le donne non passino nella religion pubblica de’ lor mariti; e, se non vi furon nazioni che andarono tutte nude, molto meno vi fu alcuna che usò la venere canina o sfacciata in presenza di altrui e non celebrasse altri che concubiti vaghi, come fanno le bestie; né finalmente vi ha nazione, quantunque barbara, che lasci marcire insepolti sopra la terra i cadaveri de’ loro attenenti: il quale sarebbe uno stato nefario o sia stato peccante contro la natura comune degli uomini. Nel quale per non cadere le nazioni, custodiscon tutte con inviolate cerimonie le religioni natie e, con ricercati riti e solennitá, sopra tutte le altre cose umane celebrano i matrimoni e i mortori. Che è la sapienza volgare del genere umano, la quale cominciò dalle religioni e dalle leggi, e si perfezionò e compié con le scienze e con le discipline e con l’arti.
Capo ii
Meditazione di una scienza nuova.
[11] Ma tutte le scienze, tutte le discipline e le arti sono state indiritte a perfezionare e regolare le facultá dell’uomo. Però niuna ancora ve n’ha che avesse meditato sopra certi princípi dell’umanitá delle nazioni, dalla quale senza dubbio sono uscite tutte le scienze, tutte le discipline e le arti; e per sí fatti princípi ne fosse stabilita una certa ἀκμή, o sia uno stato di perfezione, dal quale se ne potessero misurare i gradi e gli estremi, per li quali e dentro i quali, come ogni altra cosa mortale, deve essa umanitá delle nazioni correre e terminare, onde con iscienza si apprendessero le pratiche come l’umanitá d’una nazione, surgendo, possa pervenire a tale stato perfetto, e come ella, quinci decadendo, possa di nuovo ridurvisi. Tale stato di perfezione unicamente sarebbe: fermarsi le nazioni in certe massime cosí dimostrate per ragioni costanti come praticate co’ costumi comuni, sopra le quali la sapienza riposta de’ filosofi dasse la mano e reggesse la sapienza volgare delle nazioni, e, ’n cotal guisa, vi convenissero gli piú riputati delle accademie con tutti i sappienti delle repubbliche; e la scienza delle divine ed umane cose civili, che è quella della religione e delle leggi (che sono una teologia ed una morale comandata, la quale si acquista per abiti), fosse assistita dalla scienza delle divine ed umane cose naturali (che sono una teologia ed una morale ragionata, che si acquista co’ raziocini); talché farsi fuori da sí fatte massime fosse egli il vero errore o sia divagamento, non che di uomo, di fiera.
Capo iii
Difetto di una sí fatta scienza per le massime
degli epicurei e degli stoici e per le pratiche di Platone.
[12] Ma gli epicurei e gli stoici, per vie, nonché diverse, affatto opposte tra loro, eglino pur troppo si allontanano dalla sapienza volgare e l’abbandonano. Gli epicurei, perché essi insegnano il caso reggere ciecamente le cose umane; gli animi umani morir coi corpi; i sensi del corpo, poiché altra cosa non dan che corpo, col piacere dover regolare le passioni; e l’utilitá, la quale ad ogni ora si cangia, essere la regola del giusto. Gli stoici, al contrario, perché decretano che una fatale necessitá strascini tutto, anche l’umano arbitrio; donano una vita a tempo agli animi dopo morte; e, quantunque prédichino esservi un giusto eterno ed immutabile e che l’onestá debba esser la norma delle umane azioni, però annientano l’umanitá con volerla affatto insensata alle passioni, e riducono alla disperazione gli uomini di poter praticare la loro virtú con quella loro massima assai piú dura che ferro: che i peccati sien tutti eguali e che tanto si pecchi con battere uno schiavo un poco piú del di lui merito quanto [con] uccidere il padre. Talché gli epicurei, con la loro sempre variante utilitá, rovinano il primo e principal fondamento di questa scienza, che è l’immutabilitá del diritto naturale delle genti; gli stoici, con la loro ferrea severitá, ne bandiscono la benigna interpetrazione, che regola gl’interessi e le pene secondo i celebri tre gradi delle colpe. Tanto le sètte di questi filosofi son comportevoli con la giurisprudenza romana, che una ne divelle la massima, un’altra ne rinnega la pratica piú importante dei di lei princípi!
[13] Solo il divino Platone egli meditò in una sapienza riposta che regolasse l’uomo a seconda delle massime che egli ha apprese dalla sapienza volgare della religione e delle leggi. Perché egli è tutto impegnato per la provvedenza e per l’immortalitá degli animi umani; pone la virtú nella moderazione delle
passioni; insegna che per propio dover di filosofo si debba vivere in conformitá delle leggi, ove anche all’eccesso divengan rigide con una qualche ragione, sull’esempio che Socrate, suo maestro, con la sua propia vita lasciò, il quale, quantunque innocente, volle però, condennato qual reo, soddisfare alla pena e prendersi la cicuta. Però esso Platone perdé di veduta la provvedenza quando, per un errore comune delle menti umane, che misurano da sé le nature non ben conosciute di altrui, innalzò le barbare e rozze origini dell’umanitá gentilesca allo stato perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte (il quale, tutto al rovescio, doveva dalle sue «idee» a quelle scendere e profondare), e, sí, con un dotto abbaglio, nel qual è stato fino al dí d’oggi seguíto, ci vuol appruovare essere stati sappientissimi di sapienza riposta i primi autori dell’umanitá gentilesca, i quali, come di razze d’uomini empi e senza civiltá, quali dovettero un tempo essere quelle di Cam e Giafet, non poterono essere che bestioni tutti stupore e ferocia. In séguito del qual erudito errore, invece di meditare nella repubblica eterna e nelle leggi d’un giusto eterno, con le quali la provvedenza ordinò il mondo delle nazioni e ’l governa con esse bisogne comuni del gener umano, meditò in una repubblica ideale ed uno pur ideal giusto, onde le nazioni non solo non si reggono e [non] si conducono sopra il comun senso di tutta l’umana generazione, ma pur troppo se ne dovrebbero storcere e disusare: come, per esempio, quel giusto, che e’ comanda nella suaRepubblica, che le donne sieno comuni.Capo iv
Tale scienza si medita sopra l’idea del diritto natural
delle genti che n’ebbero i giureconsulti romani.
[14] Per tutto ciò quella che or qui si desidera, ella sarebbe la scienza del diritto natural delle genti, quale appunto ricevuto da’ lor maggiori, i giureconsulti romani il diffiniscono:
«Diritto ordinato dalla provvedenza divina coi dettami di esse umane necessitá o utilitá, osservato egualmente appo tutte le nazioni».Capo v
Difetto di una sí fatta scienza per gli sistemi di Grozio,
di Seldeno, di Pufendorfio.
[15] Sursero ne’ nostri tempi tre celebri uomini, Ugone Grozio, Giovanni Seldeno e Samuello Pufendorfio, facendo Ugon capo, i quali meditarono ciascuno un propio sistema del diritto natural delle nazioni, perocché tutti gli altri, che dopo hanno scritto del diritto natural delle genti, sono quasi tutti adornatori del sistema di Grozio. I quali tre príncipi di questa dottrina errarono tutti e tre in ciò: che niuno pensò stabilirlo sopra la provvedenza divina, non senza ingiuria della gente cristiana, quando i romani giureconsulti, in mezzo ad esso paganesimo, da quella ne riconobbero il gran principio.
[16] Imperciocché Grozio, per lo stesso troppo interesse che egli ha della veritá, con errore da non punto perdonarglisi né in questa sorta di materie né in metafisica, professa che ’l suo sistema regga e stia fermo anche posta in disparte ogni cognizione di Dio: quando senza alcuna religione di una divinitá gli uomini non mai convennero in nazione; e, siccome delle cose fisiche, o sia de’ moti de’ corpi, non si può avere certa scienza senza la guida delle veritá astratte dalla mattematica, cosí delle cose morali non si può averla senza la scorta delle veritá astratte dalla metafisica, e quindi senza la dimostrazione di Dio. Oltre a ciò, come sociniano che egli era, pone il primo uomo buono, perché non cattivo, con queste qualitá di solo, debole e bisognoso di tutto, e che, fatto accorto da’ mali della bestial solitudine, sia egli venuto alla societá, e, ’n conseguenza, che ’l primo genere umano sia stato di semplicioni solitari, venuti poi alla vita socievole, dettata loro dall’utilitá. Che è, in fatti, l’ipotesi di Epicuro.
[17] Venne appresso Seldeno, il quale, per lo troppo affetto che porta all’erudizione ebrea, della quale egli era dottissimo, fa princípi del suo i pochi precetti che Iddio diede a’ figliuoli di Noé. Da un de’ quali, Semo (per non riferire qui le difficultá che gliene fa contro il Pufendorfio), il quale solo perseverò nella vera religione del Dio d’Adamo, anziché un diritto comune con le genti provvenute da Cam e Giafet, derivò un diritto tanto propio, che ne restò quella celebre divisione di ebrei e di genti, la qual durò infino agli ultimi tempi loro, ne’ quali Cornelio Tacito appella gli ebrei «uomini insocievoli», e, distrutti da’ romani, tuttavia, con raro esemplo, vivono dissipati tra le nazioni senza farvi nessuna parte.
[18] Finalmente il Pufendorfio, quantunque egli intenda servire alla provvedenza e vi si adoperi, dá un’ipotesi affatto epicurea ovvero obbesiana (che in ciò è una cosa stessa) dell’uomo gittato in questo mondo senza cura ed aiuto divino. Laonde non meno i «semplicioni» di Grozio che i «destituti» di Pufendorfio devono convenire coi «licenziosi violenti» di Tommaso Obbes, sopra i quali egli addottrina il suo «cittadino» a sconoscere la giustizia e seguire l’utilitá con la forza. Tanto le ipotesi di Grozio e di Pufendorfio sono propie a stabilire il diritto naturale immutabile!
[19] Quindi, perché niuno degli tre, nello stabilire i suoi princípi, guardò la provvedenza, perciò e niuno degli tre scuoprí le vere e finora nascoste origini di niuna di tutte le parti che compongono tutta l’iconomia del diritto natural delle genti, che sono religioni, lingue, costumanze, leggi, societá, governi, domíni, commerzi, ordini, imperi, giudíci, pene, guerra, pace, rese, schiavitú, allianze. E, per non averne scoverte le origini, dánno tutti e tre di concerto in questi tre gravissimi errori.
[20] De’ quali il primo è che quel diritto naturale che essi stabiliscono per massime ragionate di morali filosofi e teologi e, ’n parte, di giureconsulti, come egli in veritá è eterno nella sua idea, cosí stimano che fosse stato mai sempre praticato coi costumi delle nazioni. E non avvertirono che il diritto naturale, di che ragionano meglio di loro i giureconsulti romani
per quella principal parte che ’l riconoscono ordinato dalla provvedenza divina, egli sia un diritto naturale uscito con essi costumi delle nazioni, eterno appo tutte in ciò: che, dalle stesse origini delle religioni incominciato, egli, per certe «sètte di tempi» che i medesimi giureconsulti sovente appellano, per gli stessi gradi appo tutte procede e giugne ad un certo termine di chiarezza, [tanto] che, per la sua perfezione o stato, altro non gli rimane che alcuna setta di filosofi il compia e fermi con massime ragionate sull’idea di un giusto eterno. Talché in tutto ciò di che Grozio pensa riprendere i romani giureconsulti in tante minute spezie o casi di cotal diritto (che egli, piú di quel che convenga a filosofo, che ragiona di princípi di cose, propone in uno sformato numero), i di lui colpi vanno a cadere a vuoto, perché i giureconsulti romani intesero del diritto naturale delle nazioni celebrato dalla setta de’ loro tempi, e Grozio intende del diritto naturale ragionato dalla setta de’ morali filosofi.[21] L’altro errore è che le autoritá con le quali ciascuno conferma il suo (nella folla delle quali, perché egli era sopra gli altri due eruditissimo, il Grozio sembra essere sazievole), elleno — almeno circa i princípi del tempo istorico, che, per la barbarie, appo tutte le nazioni è troppo vestito di favole: molto piú quelle del tempo favoloso, e sopra tutto quelle del tempo oscuro — non portano seco alcuna scienza e necessitá. Perché essi non meditarono, nella provvedenza divina, a quali occasioni di umane necessitá o utilitá e con quali guise, e tutte coi tempi loro propi, ordinò questa universal repubblica del genere umano sopra l’idea del suo ordine eterno; e come vi dettò un diritto universale ed eterno in ciò: che egli è appo tutte le nazioni uniforme, quantunque sien surte e incominciate in tempi tra loro differentissimi, ovunque se ne dieno le medesime occasioni delle stesse umane bisogne, sopra le quali egli ha costanti le sue origini e i suoi progressi. In conseguenza di che, essi non han saputo ciò che loro, per usare con certa scienza le autoritá che essi arrecano, importava indispensabilmente diffinire: qual diritto natural delle genti correva, per
cagion d’esemplo, a’ tempi della legge delleXII Tavole data a’ romani, per sapere con iscienza il diritto romano che aveva di comune con le altre nazioni a que’ tempi e che di propio; — che diritto natural delle genti correva a’ tempi di Romolo, per sapere con iscienza che diritto naturale dalle altre genti del Lazio avesse egli ricevuto nella sua nuova cittá e che esso vi avesse ordinato di particolare. Perché arebbono essi distinto che i costumi romani osservati in Roma da Romolo fino a’ decemviri, fermati nelleXII Tavole, tutto fu diritto delle genti che correva per quella setta de’ tempi nel Lazio, e che il diritto propio romano furono le formole con la interpetrazione acconce ad essa legge; il quale perciò restò detto «diritto civile» ovvero propio de’ cittadini romani, non tanto per eccellenza, come finora si è creduto, quanto per propietá, come sta dimostro in altra opera nostra giá uscita dalle stampe.[22] Il terzo ed ultimo comune errore è che essi trattano del diritto natural delle genti assai meno che per metá, poiché nulla ragionano di quello che appartiene alla conservazione privatamente de’ popoli, e ragionano solamente di quello che riguarda in comune la conservazione di tutto il genere umano. Quando il diritto naturale introdotto privatamente nelle cittá deve essere stato pur quello che avvezzò e dispose i popoli perché, alle occasioni poi di conoscersi tra loro le nazioni, si ritruovassero avere un senso comune senza che altra sapesse nulla dell’altra, onde dassero e ricevessero leggi conformi a tutta la loro umana natura, e sopra un cotal senso comune le riconoscessero leggi dettate dalla provvedenza, e quindi le riverissero sulla giusta oppenione d’esser leggi dettate da Dio.
Capo vi
Cagioni perché finora questa scienza è mancata
per gli filosofi e per gli filologi.
[23] Infelice cagione di ciò ella è stata perché ci è mancata finora una scienza la quale fosse, insieme, istoria e filosofia dell’umanitá. Imperciocché i filosofi han meditato sulla natura umana incivilita giá dalle religioni e dalle leggi, dalle quali, e non d’altronde, erano essi provenuti filosofi, e non meditarono sulla natura umana, dalla quale eran provenute le religioni e le leggi, in mezzo alle quali provennero essi filosofi. I filologi, per lo comun fato dell’antichitá, che, col troppo allontanarsi da noi, si fa perdere di veduta, ne han tramandato le tradizioni volgari cosí svisate, lacere e sparte che, se non si ristituisce loro il propio aspetto, non se ne ricompongono i brani e non si allogano a’ luoghi loro, a chi vi mediti sopra con alquanto di serietá sembra essere stato affatto impossibile aver potuto esse nascere tali, nonché nelle allegorie che loro sono state appiccate, ma negli stessi volgari sentimenti co’ quali ben lunga etá, per mano di genti rozze ed ignoranti affatto di lettere, esse ci sono pervenute.
[24] La qual riflessione ci assicura di affermare che le favole, dalle quali tutta la storia gentilesca prende i suoi incominciamenti, non poterono essere ritruovati di getto di poeti teologi, quali da Platone fino a’ nostri tempi, cioè del famoso Bacone da Verulamio (De sapientia veterum), sono stati creduti particolari uomini colmi di sapienza riposta e valenti in poesia, primi autori dell’umanitá gentilesca. Perché «teologia volgare» altro non è che oppenioni del volgo intorno alla divinitá: talché i poeti teologi essendo stati uomini che fantasticarono deitadi, se ogni nazione gentile ebbe i suoi propi dèi, e tutte le nazioni sono da una qualche religione incominciate, tutte furono fondate da poeti teologi, cioè uomini volgari che con false religioni essi si fondarono le loro nazioni. Che sono i
princípi della teologia de’ gentili, come piú propi dell’idee che ne destano le voci che ne pervennero, cosí piú convenevoli agl’incominciamenti delle nazioni, tutte barbare ne’ lor princípi, che non sono i magnifici e luminosi che ne immaginano i Vossi(De theologia gentilium) dopo tutti i mitologi che ne avevano innanzi ragionato. Perché gli uomini ambiziosi, che affettano signorie nelle loro cittá, vi si aprono la strada con parteggiare la moltitudine e lusingarla con alcuni simulacri ovvero apparenze di libertá; e ciò debbon far essi con uomini giá inciviliti ed avvezzi alla servitú delle leggi ed al malgoverno che fanno di essoloro i potenti. E vogliam credere che uomini dello in tutto selvaggi, nati ed avvezzi ad una sfrenata libertá (per lasciare altre difficultá insuperabili, che si fanno altrove), eglino, a suon di liuto e col cantarsi loro fatti scandalosissimi degli dèi, come Giovi adúlteri, Veneri prostitute e feconde, Giunoni castissime mogli sterili e da’ Giovi, loro mariti, malmenate, ed altre nefande lordure — i quali esempli, ed esempli di dèi, gli arebbono piú tosto dovuto fermare nella loro natia bestialitá, — si sieno essi ridotti a spogliare la lor natura e, dalla libidine bestiale, si sieno ricevuti alla pudicizia de’ matrimoni, da’ quali i filosofi tutti convengono avere incominciato la prima umana societá?Capo vii
Oltre quella della fede, umana necessitá è di ripetere
i princípi di questa scienza dalla storia sacra.
[25] Laonde, avendo tutte le storie gentilesche somiglianti incominciamenti favolosi — come certamente la romana, che da uno stupro d’una vestale incomincia a que’ romani appo i quali, dopo, fu in luogo di una gran rotta lo stupro d’una vestale, — perciò noi, disperati di poter rinvenire il primo comun principio dell’umanitá tra le cose (a riguardo dell’antichitá del mondo)
fresche de’ romani, tra le boriose de’ greci, tra le tronche, come le lor piramidi, degli egizi e perfino tra le affatto oscure dell’Oriente, l’andiamo a ritruovare tra’ princípi della storia sacra. E ci avvalorano a doverlo fare essi filologi, i quali, della di lei antichitá, tutti in ciò convengono: che ella, per fede anche umana, è piú antica della favolosa de’ greci. Il qual loro comun giudizio da noi si conferma con questa dimostrazione: che ella, piú spiegatamente che non fanno tutte le gentilesche, ne narra sul principio del mondo uno stato di natura, o sia il tempo delle famiglie, le quali i padri reggevano sotto il governo di Dio, che da Filone elegantemente si chiama θεοκρατία — il qual stato e tempo dovette esser certamente il primo nel mondo per quello in che pur comunemente convengono tutti i filosofi ove ragionano de’ princípi della politica o sia della ragion de’ governi: che tutte le cittá si fondarono sopra lo stato delle famiglie; — e per le due schiavitú tra loro sofferte, con molto piú di gravitá che non fa quella de’ greci, ci narra le cose antiche degli egizi e degli assiri. E, fuori d’ogni dubbio, dall’Oriente uscirono e si sparsero le nazioni a popolare tutta la terra, che dovettero portarvisi per quelle stesse vie onde i credenti nel Dio d’Adamo andarono nell’empietá; sicché, come la prima monarchia nella storia comparisce quella di Assiria, cosí in Assiria compariscono i primi sappienti del mondo: i caldei.Capo viii
Disperazione di ritruovarne il progresso
ovvero la perpetuitá...
[26] Ma come per l’empietá andarono essi nello stato dell’uomo di Grozio, che ’l pone solo e, perché solo, debole e bisognoso di tutto; anzi in quello dell’uomo di Obbes, nel quale a tutti era lecito tutto contra di tutti; e cosí in quello dell’uomo del Pufendorfio, gittato in questo mondo, ma abbandonatovi da
sé, non dalla cura ed aiuto di Dio (qual principio conviene a filosofo e filologo cristiano e, perché cristiano, si dá, non per ipotesi, ma di fatto); — e come poi dalla loro bestiale libertá essi si ricevettero a vita civile con le false religioni: — qui sí, che a rinvenire le guise, che sarebbono i princípi del mondo delle nazioni gentili, ci spaventa la natura medesima di essa antichitá, che ella in tutte le cose ha di nascondere le sue origini. Perché cosí sta per natura disposto: che prima gli uomini abbiano operato le cose per un certo senso umano senza avvertirle; dipoi, ed assai tardi, vi abbiano applicato la riflessione; e, ragionando sopra gli effetti, vi abbiano contemplato nelle cagioni.Capo ix
... cosí da’ filosofi...
[27] Quindi due e non piú si possono in natura immaginare le guise onde abbia il mondo delle gentili nazioni incominciato: o da alcuni uomini sappienti che avessero ordinato per riflessione, o che uomini bestioni vi fussero per un certo senso o sia istinto umano convenuti. Però c’impedisce venire nella prima oppinione essa natura de’ princípi, che in tutte le cose sono semplici e rozzi; e tali devono essere stati i princípi dell’umanitá gentilesca, dalla quale provennero, siensi pure, come sono stati finora creduti, pieni di altissima sapienza riposta i Zoroasti, i Mercuri Trimegisti, gli Orfei ed avere con quella fondato l’umanitá degli assiri, degli egizi, de’ greci. Ne’ quali princípi, se non si vuole, come non si dee, dare nell’eternitá del mondo, era da meditarsi per istabilire la scienza dell’umanitá, o sia della natura delle nazioni, sopra certi primi oltre i quali sia stolta la curiositá di domandare altri primi, che è la vera caratteristica della scienza.
[28] Né gli oracoli che si dicono di Zoroaste, né gli orfici, versi smaltiti fatti da Orfeo, punto ci obbligano a doverne credere
autori uomini che furono autori dell’umanitá delle loro nazioni. Oltre i molti e gravi dubbi che se ne son fatti altrove, e, infra gli altri, quello della grande difficultá e del lungo tempo che si durò e vi corse tra le nazioni di giá fondate a formarsi le lingue articolate, come si vedrá in questo libro, non può intendersi che una favella spieghi cose astratte per termini pur astratti, senonsé ella sia di nazione nella quale molto e lungo tempo sieno versati filosofi. Lo ci appruova la lingua latina, la quale, perché assai tardi udí ragionare le greche filosofie, ella è affatto povera e poco meno che infelice nello spiegarsi intorno alle scienze. Donde grave argomento ci si porge che Mosé non fece niun uso della sapienza riposta de’ sacerdoti di Egitto, perché tesse la sua storia tutta con parlari che hanno molto di conformitá con quelli di Omero, che, posto da noi ne’ tempi di Numa, venne circa ottocento anni dopo, e spesso li vince nella sublimitá dell’espressione; ma, nello stesso tempo, nasconde sensi che nella sublimitá dell’intendimento vincono ogni metafisica, come quel motto con cui Iddio si descrive a Mosé: «Sum qui sum», nel quale Dionisio Longino, principe de’ critici, ammira tutta la sublimitá dello stile poetico. Ma bisognò venire nel suo maggior culto la Grecia, e nella Grecia cosí colta provenire un Platone, che innalzasse tutta la sublimitá metafisica in questa idea astratta, che, ove intende Iddio, dice τὸ ὄν, ovvero «ens», la quale idea fu tanto tarda a spiegarsi da’ latini, che tal voce non è latina pura ma della bassa latinitá, cioè de’ tempi che si celebravano tra’ romani le metafisiche greche. Il qual confronto è una pruova invitta dell’antichitá e veritá della storia sagra.[29] Per sí fatte ragioni è da stimarsi che simiglianti versi sieno stati finti da’ metafisici ultimi greci, perché non portano alcuna cosa di piú di quel che Platone o Pittagora aveva pensato in divinitá: lo che ne dee ammonire essere pur diffiniti i termini dell’umano sapere e che sien vani cotesti desidèri sopra la scoverta della sapienza degli antichi. Perché sí fatti versi da se stessi si accusano scritti con lo stesso stile col quale si legge scritto ilCarme aureo di esso Pittagora; e che abbiano ciò fatto
alcuni per accreditare la loro dottrina con l’antichitá e con la religione: perché, se quelli si mettono al confronto della canzone platonicaDell’amore di Geronimo Benivieni, che meritò le note di Gian Pico della Mirandola, questa è assai piú poetica. Tanto que’ versi sanno dello scolastico! Per le quali cose tutte si conchiude essere state imposture di dotti, come fu certamente scoverto ilPimandra di Francesco Flusso Candalla.[30] Onde, poiché la natura di esse lingue cel nega e la critica cel contrasta, non vi è alcuna necessitá di affermare per sí fatti versi che i fondatori delle nazioni gentili sieno stati sappienti di sapienza riposta; e, ’n conseguenza, ci si nega ragionare de’ princípi dell’umanitá delle nazioni con le ragioni le quali ne hanno arrecate finora i filosofi, da Platone incominciando: il quale, stimando forse il mondo eterno, si prese questa parte del tempo suo, nella quale filosofi d’altre nazioni ingentilite avessero addimesticato il genere umano, in altre parti selvaggio. Che forse diede motivo agli eruditi fingersi ancora la succession delle scuole: che Zoroaste addottrinò Beroso, Beroso Trimegisto, Trimegisto Atlante, Atlante Orfeo; e i critici cristiani, i quali deve seguire Seldeno (tra’ quali l’ultimo per tempo, come per erudizione a niuno secondo, è Pier Daniello Uezio nellaDimostrazione evangelica), fanno uscire i fondatori delle nazioni gentili tutti addottrinati dalla scuola di Noé: le quali oppinioni nella particella seguente si dimostra essere affatto inragionevoli.
[31] Qui diremo solamente che Platone, seguendo troppo di buona fede la volgar fama della sua Grecia, non rifletté che vi fa venire l’umanitá da quella Tracia dalla quale piú tosto escono i Marti crudeli, e tanto fu paese da produrre filosofi che ne restò a essi greci quel proverbio, che pur è un giudizio pubblico d’un’intiera nazione, col quale dicevano «trace» per significare «uomo di ottuso ingegno». Lo che contro Platone e tutta la gentil filosofia dovrá valere per una dimostrazion filologica che la religion degli ebrei fu fondata col mondo creato in tempo dal vero Dio.
Capo x
... come da’ filologi.
[32] Rimossi i sappienti, ci rimangono i bestioni, che sono i primi uomini che pongono il Grozio e ’l Pufendorfio, da’ quali debbe aver incominciata l’umanitá gentilesca. Di che, non potendo seguir noi le ragioni che ne hanno disputate i filosofi, saremmo costretti seguire le autoritá che ne hanno arrecato i filologi, sotto il cui nome si comprendono qui poeti, istorici, oratori, gramatici, i quali ultimi si dicono volgarmente «eruditi». Ma niuna cosa è che s’involva in tante dubbiezze ed oscuritá quanto l’origine delle lingue ed il principio della propagazione delle nazioni. Da tanta loro incertezza nasce quello che pure tutti i filologi ingenuamente confessano: che la storia universale gentilesca non ha certo incominciamento né certa perpetuitá o sia determinata continuazione con la sagra.
[33] Perché con Roma certamente non nacque il mondo, la quale fu una cittá nuova fondata in mezzo a un gran numero di minuti popoli piú antichi nel Lazio. E ben Tito Livio nel proemio si scusa di entrare mallevadore della veritá di tutta la storia romana antica; e addentro apertamente professa incominciare esso a scrivere con piú di veritá le cose romane dalle guerre cartaginesi, e pure ingenuamente si accusa non sapere da qual parte dell’Alpi Annibale fece il grande e memorevole passaggio in Italia, se per le Cozie o le Appennine.
[34] I greci, da’ quali abbiamo tutto ciò che abbiamo d’antichitá, bruttamente ignorarono le antichitá loro propie. Di che vi sono tre gravissime pruove. Due di Omero, primo certo autor greco e primo certo padre di tutta la greca erudizione. La prima è una confession pubblica di tutti i popoli greci che non ne seppero la patria, ché tutti il volevano lor cittadino, quantunque finalmente a favor di Smirne restò decisa la lunga lite. La seconda è un’altra confession pubblica di tutti i filologi, de’ quali
le oppinioni dintorno all’etá che Omero visse sono cotanto tra loro varianti, che ’l divario si calcola di quattrocensessanta anni da quelli che ’l pongono a’ tempi di essa guerra troiana agli piú opposti, che verrebbono a porlo ne’ tempi di Numa. Le quali cose massime ignorate di esso famosissimo Omero ci dánno molto da compassionare la vana diligenza de’ critici, cosí minuta ove determinano nonché allo ’ngrosso i paesi ma i sassi e le fontane, nonché i secoli e gli anni ma i mesi e i giorni, dove e quando avvennero le anco menome cose dell’ultima oscurissima antichitá. La terza pruova è una testimonianza di Tucidide, primo storico della Grecia veritiero e grave, il quale, nello incominciare della sua storia, ci attesta che i greci del suo tempo fino all’etá de’ loro padri nulla seppero delle antichitá loro propie. E questo, al tempo della Grecia, ne’ due suoi imperi di Sparta e di Atene, piú luminoso, che è quello della guerra peloponnesiaca, di cui fu contemporaneo scrittore Tucidide: che sono da venti anni innanzi della legge delleXII Tavole data ai romani. Or quanto egli resta ad intendere che infino a tai tempi essi nulla o poco sapessero delle cose straniere?[35] Certamente le prime nazioni dovettero lungo tempo ritener molto della loro selvaggia origine e, ’n conseguenza, essere avvezze di non uscire da’ lor confini se non provocate da ingiurie e premute da’ torti. Appruova cotal natura la cagione della guerra tarantina: perché que’ di Taranto oltraggiarono le navi romane sull’approdare che facevano al loro lido, e gli ambasciatori altresí, credendogli forse corsali, e se ne scusavano dicendo, con Floro, che «qui essent aut unde venirent ignorabant». E ciò, dentro un brieve continente d’Italia quanto è da Taranto a Roma, nella quale pur i romani avevano giá un potente imperio in terra e scorrevano con flotte tutto il mar Tirreno e giá battevano l’Adriatico! Ma, assai piú che un solo popolo, ci confermano tale loro antichissimo costume esse intiere nazioni, come le Spagne, le quali né il feroce incendio di Sagunto, il quale fece di molto sudare Annibale, né la lunga eroica difesa di Numanzia, che aveva giá costernato i romani, seppero destarle a unirglisi in lega contro; talché diedero poi luogo a’
romani storici di acclamare alla loro infelice virtú: che «le Spagne non conobbero le loro invitte forze se non dopo essere state vinte».[36] Questa pubblica testimonianza d’intieri popoli contribuisce molto di vigore al giudizio privato di Livio, che egli profferisce sopra quella volgar tradizione che Pittagora fosse stato maestro di Numa: il quale, quantunque esso ponga a’ tempi di Servio Tullio, che son pure da cencinquanta anni innanzi la guerra di Taranto, con tutto ciò giudica essere stato impossibile in tali tempi, nonché esso Pittagora in persona, ma il di lui nome, il qual pur era di grandissimo filosofo, per mezzo a tante nazioni e di lingue e di costumi diverse, avesse potuto da Cotrone in Roma penetrare. Compruovasi con molto di gravitá questo giudizio privato di Livio con altra testimonianza pubblica, pur troppo luminosa, di romana storia che ne fa sant’Agostino nellaCittá di Dio, ove narra che ’l popolo romano sotto i re fece da dugencinquanta anni di guerre e manumise da ben venti e piú popoli, e non distese piú che venti miglia, assai piú brievi delle nostre, l’imperio. Il qual luogo prima ci dimostra ad evidenza quanto erano impenetrabili, quantunque vicinissimi tra loro, i primi piccioli popoli: dipoi ci rovescia tutte le idee magnifiche che abbiamo finora avuto de’ princípi di Roma e, alla guisa di Roma, di tutti gli altri imperi del mondo.
[37] Tal luogo di Livio, congionto con tai fatti d’istoria romana, che ne compruovano senza contrasto la propietá delle nazioni nei loro incominciamenti selvagge e ritirate, tolgono molto di credito a’ viaggi di Pittagora in Tracia dalla scuola d’Orfeo, in Babilonia da quella di Zoroaste per apprendere da’ caldei, nell’Indie da’ ginnosofisti; e dal primo Oriente, per l’Egitto, ove apprese da’ sacerdoti, attraversando l’Affrica, essersi portato all’ultimo Occidente in Mauritania alla scuola di Atlante; indi, varcato il mare, ritornandosene, avesse apparato nelle Gallie da’ druidi: viaggi solamente immaginati per alcune dottrine di Pittagora che poi furon ritruovate conformi con quelle de’ volgari sappienti di queste tra loro per immensi spazi di
terre e mari divise nazioni: come quella della trasmigrazione dell’anime, che è una gran parte tuttavia della religione de’ bramini, che furono gli antichi bracmani o ginnosofisti, filosofi dell’Indie. Queste gravi dubbiezze sui viaggi di Pittagora, che fece per raccogliere dal mondo l’umanitá migliore e portarla in Grecia, ci fanno diffidare affatto de’ viaggi di Ercole da settecento anni innanzi, che per la sola gloria fusse ito uccidendo mostri e spegnendo tiranni per le nazioni, e propagarvi, come nelle Gallie l’eloquenza, cosí per le altre la greca umanitá. Ma molto piú ci fa dubitare de’ viaggi d’Omero in esso Egitto un suo luogo dove descrive l’isola del Faro tanto lontana da terraferma, dove poi fu fondata Alessandria, quanto una greca nave scarica potrebbe correre di cammino una giornata intiera soffiando tramontana, cioè dire col vento in poppa: nella quale isoletta, tanto vicina, poi andò a terminare il porto di Alessandria, come tuttavia si vede. Tanto che, se Omero avesse egli mai veduto l’Egitto, non arebbe detto certamente sí enorme bugia, e se i greci a’ suoi tempi vi avessero trafficato, egli appresso loro arebbe perduto ogni credito in tutto il rimanente che narra.[38] Ma, oltre a quello che esse nazioni da prima non si conobbero che alle occasioni delle guerre, ne turba e confonde quell’altro in che pur convengono tutti gli eruditi: che Psammetico fu il primo re che aprí a’ greci l’Egitto, neppure a tutti, ma a quelli soli della Ionia e della Caria: onde, se tal costume ne’ tempi di Tullo Ostilio, ne’ quali visse Psammetico, aveva per lo innanzi osservato una nazione umanissima di tener chiusi i confini a genti oltramare, che hassi a congetturare delle altre affatto barbare? Sicché a ragione ci vien detto che ’l primo che scrisse con qualche distinzione le cose de’ persiani egli fu Senofonte, il quale succedé immediatamente a Tucidide, che fu il primo che scrisse con certezza quelle de’ greci: perché Senofonte fu il primo capitano della Grecia che portò dentro la Persia le greche armi, donde fece quella memorabile ritirata, e le cose dell’Assiria non si seppero da’ greci se non con le conquiste d’Alessandro magno, con cui
portatovisi Aristotile, osservò, come egli lo scrisse poi ne’Libri politici, che i greci innanzi ne avevano scritto favole.[39] Chiude tutte queste difficultá quella piú di tutte rilevantissima: che da per tutte le antiche nazioni ordini di sacerdoti tennero secrete le cose delle loro religioni ad esse plebi delle medesime loro cittá, le quali perciò restaron dette «cose sagre», occulte, cioè, a profani uomini; e i filosofi greci medesimi lunga etá al volgo della loro propia nazione nascosero la loro sapienza, talché Pittagora se non dopo lunghi anni non ammetteva gli stessi suoi discepoli al suo uditorio segreto. E vogliam credere che particolari uomini stranieri abbiano fatto certi e spediti viaggi dentro vietati confini di lontanissime nazioni, perché loro o sacerdoti d’Egitto o caldei d’Assiria profanasser le loro religioni e la loro sapienza riposta, senza interpetri e senza un commercio lungo tempo tra loro celebrato di lingue, e sopra tutto gli ebrei, che furono sempre insocievoli alle nazioni gentili?
Capo xi
Necessitá di ricercare i princípi della natura delle nazioni con la metafisica innalzata a contemplare una certa mente comune di tutti i popoli.
[40] Per tutte queste incertezze — come que’ primi uomini onde poi sursero esse gentili nazioni, per liberarsi dal servaggio della religione di Dio creatore del mondo e di Adamo, che sola poteva tenergli in dovere e, ’n conseguenza, in societá, si dissiparono, con la vita empia, in un divagamento ferino per la gran selva della terra (fresca dalla creazione innanzi, e dopo dalle acque del diluvio provenuta foltissima) penetrando; costretti a cercar pabolo o acqua e molto piú per campar dalle fiere, di che pur troppo la gran selva abbondar doveva, abbandonando spesso gli uomini le donne, le madri i figliuoli, senza vie di potersi rinvenire, andarono tratto tratto nelle loro
posteritá a disimparare la lingua di Adamo, e, senza lingua e non con altre idee che di soddisfare alla fame, alla sete e al fomento della libidine, giunsero a stordire ogni senso di umanitá — cosí noi, in meditando i princípi di questa Scienza, dobbiamo vestire per alquanto, non senza una violentissima forza, una sí fatta natura e, ’n conseguenza, ridurci in uno stato di una somma ignoranza di tutta l’umana e divina erudizione, come se per questa ricerca non vi fussero mai stati per noi né filosofi né filologi. E chi vi vuol profittare, egli in tale stato si dee ridurre, perché, nel meditarvi, non ne sia egli turbato e distolto dalle comuni invecchiate anticipazioni. Perché tutte queste dubbiezze, insieme unite, non ci possono in niun conto porre in dubbio questa unica veritá, la qual dee esser la prima di sí fatta Scienza, poiché in cotal lunga e densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’l mondo delle gentili nazioni egli è stato pur certamente fatto dagli uomini. In conseguenza della quale, per sí fatto immenso oceano di dubbiezze, appare questa sola picciola terra dove si possa fermare il piede: che i di lui princípi si debbono ritruovare dentro la natura della nostra mente umana e nella forza del nostro intendere, innalzando la metafisica dell’umana mente — finor contemplata dell’uom particolare per condurla a Dio com’eterna veritá, che è la teoria universalissima della divina filosofia — a contemplare il senso comune del genere umano come una certa mente umana delle nazioni, per condurla a Dio come eterna provvedenza, che sarebbe della divina filosofia la universalissima pratica; e, ’n cotal guisa, senza veruna ipotesi (ché tutte si rifiutano dalla metafisica), andargli a ritruovare di fatto tra le modificazioni del nostro umano pensiero nelle posteritá di Caino innanzi, e di Cam, Giafet dopo l’universale diluvio.Capo xii
Sull’idea di una giurisprudenza del genere umano.
[41] E, colla divisione, procedendo dalla cognizione delle parti, per via indi della composizione, per venire alla cognizione del tutto che vuol sapersi — a quell’istessa fatta che la giurisprudenza romana (per arrecare in esemplo una parte piú luminosa di tutte le altre che compongono quel tutto che andiamo cercando) ella è una scienza della mente de’ decemviri dintorno le civili utilitá ne’ tempi severi del popolo romano, e scienza, insiememente, del linguaggio col qual essi ne concepirono la legge delleXII Tavole, la qual Livio chiama «fonte» e Tacito appella «fine» di tutta la romana ragione (la quale scienza, alle nuove occasioni delle civili faccende cosí pubbliche come private, in tempi d’idee piú schiarite e, ’n conseguenza, di tempi piú umani, ella è ita spiegando sempre piú e piú la lor mente, con supplirne le mancanze, impropiando le parole della lor legge e, con ammendarne i rigori, dando loro sensi tuttavia piú benigni; e tutto ciò, a fine di serbar loro sempre istessa la volontá, o sia elezione del ben pubblico che essi decemviri si proposero, che è la salvezza della romana cittá), — cosí la giurisprudenza del diritto naturale delle nazioni si consideri una scienza della mente dell’uomo posto nella solitudine (come l’uomo di Grozio e di Pufendorfio, ma preso da noi con cattolici sensi, come di sopra) il quale voglia la salvezza della sua natura. La quale scienza ne addottrini come, alle nuove occasioni delle umane necessitá, per vari stati la mente dell’uomo solo siasi ita spiegando sopra al suo primiero fine di voler conservata la sua natura: prima con la conservazione delle famiglie, poi con la conservazione delle cittá, appresso con la conservazione delle nazioni, e finalmente con la conservazione di tutto il genere umano. Per lo qual fine si dimostri che gli uomini empi dallo stato della solitudine furono con certe nozze dalla provvedenza ritratti allo stato delle famiglie, dalle quali
nacquero le prime genti ovvero attenenze o casati, sopra le quali poi sursero le cittá: dalle quali prime antichissime genti deve incominciare a trattarsi questa Scienza, siccome indi ne incominciò l’argomento o sia la materia. E tutto ciò, sopra quella celebre regola, universal fondamento di tutta l’interpetrazione, propostaci dal giureconsulto con questo sappientissimo motto: «Quotiens lege aliquid unum vel alterum introductum est, bonaoccasio est>» (non dice «caussa», perché cagione del giusto non è l’utilitá variabile, ma la ragione eterna che, con le immutabili proporzioni geometrica ed aritmetica, misura le utilitá variabili alle varie occasioni di esse umane bisogne) «cetera, quae tendunt ad eandem utilitatem vel interpretatione vel certe iurisdictione suppleri». E tale per indispensabile necessitá dee procedere il ragionamento dintorno al diritto naturale delle nazioni secondo l’ordine naturale dell’idee: non come altri immaginano d’aver fatto, che ne prepongono i magnifici titoli ai piú grossi volumi e nulla arrecano, piú di ciò che volgarmente sapeasi, nelle loro opere.Capo xiii
Aspre difficultá di potergli rinvenire.
[42] Ma sembra disperata impresa di poterne incominciare a intender le guise, e, per ispiegarle, vi bisognerebbe la scienza d’una lingua comune a tutte le prime nazioni gentili. Imperciocché hassi a stimare la vita del genere umano qual è quella di essi uomini, che invecchiano con gli anni: talché noi siamo i vecchi, e i fondatori delle nazioni sieno stati i fanciulli. Ma i fanciulli che nascono in nazione che è giá fornita di favella, eglino di sette anni al piú si ritruovano aver giá apparato un gran vocabolario, che, al destarsi d’ogni idea volgare, il corron prestamente tutto e ritruovano subito la voce convenuta per comunicarla con altrui, e ad ogni voce udita destano l’idea
che a quella voce è attaccata: talché, in formare ogni orazione, essi usano una certa sintesi geometrica, con la quale scorron tutti gli elementi della lor lingua, raccolgono quelli che lor bisognano e a un tratto gli uniscono; onde ogni una lingua è una gran scuola di far destre e spedite le menti umane. Apprendono di piú i fanciulli delle nazioni mediocremente incivilite l’abito di numerare, il cui atto è astrattissimo e tanto spirituale che per una certa eccellenza è appellato «ragione»: talché Pittagora pose tutta l’essenza della mente umana ne’ numeri. Altro esercizio d’un’altra spezie, pur come di geometria, è la letteratura ovvero la scuola di leggere e di scrivere, la quale, con quelle sottili e delicate forme che si dicono «lettere», ingentilisce a meraviglia le fantasie de’ fanciulli, che, in leggere o scrivere ogni parola, scorrono gli elementi dell’abicí, ne raccolgono le lettere che lor bisognano e le compongono per leggerle o per iscriverle. E pure la letteratura è piú corpolenta e piú stabile del vocabolario e i numeri sono piú astratti delle lettere e de’ suoni: perché le lettere lascian vestigi d’impressioni fatte negli occhi, che è il senso piú acre ad apprendere e ritenere; le voci sono aria che percuote gli orecchi, che si dilegua; ma il numero pari o caffo, per esemplo, non tocca senso veruno, in sua ragione di numero. Onde intendere appena si può, affatto immaginar non si può, come dovessero pensare i primi uomini delle schiatte empie in tale stato, che non avevano giá innanzi udita mai voce umana, e quanto grossolanamente gli formassero e con quanta sconcezza unissero i loro pensieri. De’ quali non si può fare niuna comparazione, nonché coi nostri idioti e villani che non san di lettere, ma co’ piú barbari abitatori delle terre vicine a’ poli e ne’ diserti dell’Affrica e dell’America (de’ quali i viaggiatori pur ci narran costumi cotanto esorbitanti dalle nostre ingentilite nature che fanci orrore), perché costoro pur nascono in mezzo a lingue, quantunque barbare, e sapran qualche cosa di conti e di ragione.[43] Per le quali tutte aspre incertezze e quasi disperate difficultá di sí fatto divisamento, nulla sappiendo né da quali primi
uomini di fatti, né, ’n conseguenza, da quai primi luoghi del mondo le nazioni gentilesche cominciarono a provenire, noi, seguitando col pensiero l’error ferino d’uomini cosí fatti, qui sopra, nell’Idea di quest’opera, proponemmo questo libro, tutto raccolto in questo motto:...ignari hominumque locorumque erramus.

